Il Cts cambia idea su Astrazeneca. Ormai è chiaro: dipende dai politici
  • Dopo il colpo di mano di Mario Draghi, il Comitato che dovrebbe basarsi su dati scientifici fa dietrofront: sul farmaco anglosvedese si fa come dice il premier. Adesso il cocktail di vaccini non è più un dogma e c’è libertà di scelta.
  • Non bastava il commissariamento del titolare della Salute, Maurizio Gasparri (Fi) chiede la sua testa: «Serve un cambio». Critiche anche da Matteo Salvini e Giorgia Meloni. E nessuno lo difende.

Lo speciale contiene due articoli.

Nemmeno uno «scusate, ci siamo sbagliati». Sarebbe stato vergognoso comunque, del tutto inverosimile ma messo così, nero su bianco, il dietrofront del Cts sulla seconda dose di Astrazeneca dà la spallata definitiva al traballante impianto di tecnici, messi insieme nel febbraio 2020 per dare consulenza e supporto all’allora capo della Protezione civile, Angelo Borrelli. Un Cts riorganizzato e razionalizzato lo scorso marzo, eppure sempre una squadra sbilenca: pseudo esperti che nell’emergenza hanno continuato a muoversi sul solco della politica, non della scientificità.

Il premier, Mario Draghi, due giorni fa ha sconfessato l’operato del ministro della Salute, Roberto Speranza, e dei tecnici che obbediscono ai suoi ordini, dichiarando con una buona dose di irritazione che «ognuno è libero di fare la seconda dose con Az, purché abbia il parere del medico e il consenso informato». Stop all’imposizione del mix vaccinale era il chiaro messaggio, quindi diventava carta straccia il parere del Cts dell’11 giugno, secondo il quale «pur in assenza di segnali di allerta preoccupanti» si riteneva «raccomandabile l’utilizzo di un vaccino a mRna nei soggetti di età inferiore ai 60 anni», in base a un fumoso «principio di massima cautela», che nessuna informazione utile forniva a chi deve completare la vaccinazione.

Dopo le parole del presidente del Consiglio e la figuraccia di Speranza, il Cts doveva correre ai ripari. Non era costretto a farlo, avrebbe potuto ribadire le sue tesi se fossero state scientifiche, ma a parte l’abbondanza di condizionali e di «attenzione suprema» alla salute degli italiani, quel documento non conteneva dati completi, certezze. Nemmeno si sbilanciava sulla vaccinazione eterologa, affermando infatti che «non appare essere sconsigliabile». Una vaghezza linguistica del tutto inappropriata per un verbale di tecnici, tenuti a esprimersi su un farmaco da iniettare agli italiani. Così, venerdì sera, il Cts si è riunito per vedere come mettere insieme un nuovo parere, nel penoso tentativo di recuperare brandelli di credibilità. Non c’è proprio riuscito a salvare la faccia, leggendo la nuova circolare che apre alla possibilità di una seconda somministrazione con lo stesso vaccino Vaxzevria. Vedremo che cosa sarà capace di fare la prossima settimana, quando discuterà della fine d’obbligo di indossare la mascherina, visto che «non ci sono date», ha chiarito Draghi, e che Speranza ha rivolto formalmente richiesta al comitato.

Il documento del cambio su Az, firmato dal direttore generale della prevenzione del ministero, Giovanni Rezza, riferisce quanto evidenziato dal Comitato che si è dovuto arrampicare sugli specchi per fornire nuove indicazioni. Prendendola sempre alla larga, ovvero dicendo: «Ferma restando l’indicazione prioritaria di seconda dose con vaccino a mRna, ispirata a un principio di massima cautela rivolto a prevenire l’insorgenza di fenomeni Vitt (la trombocitopenia trombotica immune indotta da vaccino, ndr) […] e a un principio di equità che richiede di assicurare a tutti i soggetti pari condizioni nel bilanciamento benefici/rischi», i cervelloni del Cts finalmente prendono in considerazione la possibilità che possano esserci persone non disposte a fare da cavie al cocktail di farmaci.

«Qualora un soggetto di età tra i 18 e 59 anni, dopo aver ricevuto la prima dose di vaccino Vaxzevria, pur a fronte di documentata e accurata informazione fornita dal medico vaccinatore o dagli operatori del centro vaccinale, sui rischi di Vitt, rifiuti senza possibilità di convincimento, il crossing a vaccino a mRna, il Cts ritiene che, nell’ambito delle indicazioni che provengono dalle autorità sanitarie del Paese e dopo acquisizione di adeguato consenso informato, debba essere garantita l’autonomia nelle scelte che riguardano la salute dell’individuo». Doveva essere il premier a spiegare ai super esperti che non si può imporre una vaccinazione eterologa non ancora sperimentata, e comunque non voluta da tutti? La spiegazione che il comitato fornisce e allega alla circolare del ministero è sorprendente, perché a distanza di pochi giorni dal precedente parere oggi dichiara che «tale opzione risulta coerente e bilanciata dal beneficio derivante dall’annullamento del rischio, connesso alla parziale protezione conferita dalla somministrazione di una singola dose di Vaxzevria».

L’11 giugno «si ritiene raccomandabile» una seconda dose diversa da Astrazeneca, mentre per il nuovo orientamento «può essere somministrato» lo stesso vaccino. E volete sapere per quale ragione adesso sarebbe possibile? Perché «i fenomeni tromboembolici sono meno frequentemente osservati dopo la somministrazione della seconda dose», quindi ammettono di aver scritto una sciocchezza nel primo parere, e perché «secondo quanto riferito dal direttore generale di Aifa, a oggi, in Italia, non sono stati registrati casi di Vitt dopo la seconda somministrazione di Vaxzevria», scrive la squadra dei 12 consulenti che dovrebbe rappresentare il meglio esistente in circolazione. C’è invece ben poco rigore scientifico nei loro pareri che mutano solo in base all’indicazione politica che di volta in volta arriva, sebbene in questo caso fosse autorevole provenendo da Mario Draghi.


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