• Matteo Salvini e Giorgia Meloni annunciano barricate contro la riforma del Fondo salvastati. Pure Forza Italia chiede a Giuseppe Conte di riferire in Aula. Il premier costretto a parlare: «Non c’è nessuna firma, deciderà il Parlamento». Poi attacca la Lega, ma elude i veri nodi scoperti.
  • La Reuters confessa di aver ammorbidito il taglio dell’articolo sulle dure parole del governatore su richiesta di via Nazionale.

Lo speciale contiene due articoli.

D’improvviso, la riforma del Meccanismo europeo di stabilità piomba al centro del dibattito politico italiano e apre uno scontro frontale tra Giuseppe Conte e Matteo Salvini. Dopo lungo silenzio, da oggi anche gli altri giornali inizieranno inevitabilmente a occuparsi di un tema tanto cruciale quanto trascurato dalla stragrande maggioranza dei parlamentari: i cambiamenti all’ex Fondo salvastati. Cambiamenti criticati anche dal governatore di Bankitalia Ignazio Visco per le condizionalità e i fattori di incertezza che appesantirebbero la situazione del nostro debito pubblico e dunque del nostro sistema bancario e di risparmio privato.

A mettere il carico è stato Matteo Salvini, che – in una diretta Facebook – ha attaccato il premier di cui è stato vice per oltre un anno: «Pare che Conte abbia firmato un accordo per cambiare il Fondo salvastati, di notte, di nascosto, un fondo “ammazza-Stati”. Se lui e Tria, senza l’autorizzazione del Parlamento, hanno dato l’ok dell’Italia, sarebbe alto tradimento, e per i traditori in pace e guerra il posto giusto è la galera. Da oggi ogni giorno», ha aggiunto, «chiederemo se lui e qualche ministro hanno messo la testa degli italiani sul tavolo. La Lega non ha dato nessuna autorizzazione» a quello che definisce «crimine».

In effetti il partito di Salvini aveva sollevato il tema anche quando era al governo, con interrogazioni nelle quali aveva chiesto lumi e dato un indirizzo politico contrario a Giovanni Tria e allo stesso premier. Sempre ieri, anche Giorgia Meloni si è unita alla critica sulla riforma al varo in sede Ue: la leader di Fratelli d’Italia ha annunciato le «barricate contro l’ennesimo tradimento verso il popolo». Pure Forza Italia, per bocca del senatore Lucio Malan, fa propria la richiesta – formalizzata poi dal Carroccio – che il premier riferisca in Aula. Il compattarsi del centrodestra deve aver convinto Palazzo Chigi a pubblicare in serata una nota che attacca Salvini («Denota imperdonabile trascuratezza per gli affari pubblici») senza però entrare nel merito della riforma né della posizione italiana. Il premier ribadisce un’ovvietà: «La revisione del trattato sul Mes non è stato ancora sottoscritta: nessuna firma». Verissimo: come scritto più volte, e come spiegato dal presidente dell’Eurogruppo Mario Centeno, la chiusura della riforma è attesa entro l’anno solare. Lo stesso Centeno ha però spiegato che di fatto i testi principali sono già blindati da un «vasto consenso». Conte è inattaccabile anche quando dice che sarà il Parlamento nazionale ad approvare il tutto, ma i precedenti (bail in, fiscal compact) non chiamano certo alla memoria grandi dibattiti nel merito, anzi. Il presidente poi si aggrappa alla «logica di pacchetto» scaturita dal confronto con i partner (ovvero, sì al Mes solo se assieme ad altri provvedimenti attigui): non proprio una risposta nel merito. Il premier infatti non chiarisce la posizione dell’Italia nel negoziato, né dice se il suo governo darà o meno assenso alla formulazione finale. Senza contare che alcuni dei componenti del «pacchetto» (per esempio, l’unione bancaria) sono tuttora in alto mare. Soprattutto, Conte non tocca il cuore del problema, oggetto degli allarmi di Visco : il nuovo Mes ci obbligherà a versare fondi per accedere ai quali, una volta fatta richiesta, potremmo dover subire una ristrutturazione del debito pubblico? È una domanda elusa anche da Centeno, che ieri – rispondendo all’europarlamentare leghista Antonio Maria Rinaldi , ha detto che «non c’è alcuna ristrutturazione automatica». Vero: la ristrutturazione è subordinata a una verifica di sostenibilità a cura del Mes, il che però non risolve il problema della sicurezza del debito stesso, come spiegato anche dall’ex deputato del Pd Giampaolo Galli . Il resto della nota del premier è un attacco a Salvini: «Chi pretende di guidare l’Italia senza premurarsi di studiare i dossier dovrebbe quantomeno evitare di diffondere palesi falsità».

Anche sulla sua relazione in Aula Conte è un po’ parziale: il 19 giugno scorso (governo gialloblù) ha sì riferito sul vertice europeo, ma dicendo che «non sono state formalizzate ulteriormente le modalità di svolgimento di analisi di sostenibilità del debito», che invece – stando a Centeno – (lettera del 7 novembre) fanno parte dei documenti approvati dai capi di governo e dall’Eurogruppo. Ancora, Conte – complice il passaggio di maggioranza – non ha dato risposta a una interrogazione del Carroccio che chiedeva di non approvare la versione corrente del nuovo Mes.

Oltre al dibattito politico, si sviluppa un sottofondo social cui si sente in dover di partecipare Carlo Cottarelli, che ha il merito di cristallizzare un paradosso: «La campagna “Stop Mes” è solo demagogia», dice l’ex premier incaricato nel 2018 da Mattarella per «difendere i risparmi degli italiani»: «La proposta di riforma del Mes è sbagliata e l’Italia si deve opporre, ma il Fondo salvastati non va abolito». Dunque, a prendere per buono il tweet di Cottarelli, il nuovo Mes va approvato anche se sbagliato e dannoso per il Paese.

Spicca, nella giornata, il silenzio di Pd e M5s, rotto dal senatore Gianluigi Paragone, che ha condiviso la richiesta di convocare Conte in Aula: «Questa non è una battaglia solo di Salvini, o della Meloni: il Movimento 5 stelle era contro il primo Salvastati e spero che si opponga anche a questa riforma peggiorativa».


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