- Matteo Salvini ai grillini: «Il testo non contiene sorprese. Conte leggeva e Di Maio verbalizzava». Poi tende la mano agli alleati: «Se hanno cambiato idea, basta dirlo». L’altro vicepremier: «Non voglio passare da bugiardo».
- La misura della discordia, pure se a budget prevedeva 600 milioni di gettito, nel biennio 2020-21 avrebbe generato più fondi. Con i quali sostenere l’allargamento di quota 100.
- Il commissario europeo ci bastona a Borse aperte, poi prende in giro: «Non c’è volontà persecutoria». E avverte: «A maggio vado a casa? Sbagliato».
Lo speciale contiene tre articoli.
Farsi la guerra sulla pace (fiscale) è più di un paradosso: è un clamoroso autogol. Lo sanno bene Luigi Di Maio e Matteo Salvini, che oggi, alle 13, in Consiglio dei ministri, si troveranno faccia a faccia e limeranno, mettendo da parte le polemiche, il testo del decreto sulla pace fiscale, quello che ha scatenato la bufera tra Lega e Movimento 5 stelle. Del resto, ieri, è stato proprio il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, a richiamare i partiti che sostengono il governo al senso di responsabilità. «La maggioranza», ha detto ieri Conte da Bruxelles, «è assolutamente solida. Noi stiamo lavorando molto bene, quindi non c’è assolutamente motivo di dubitare. Abbiamo la piena consapevolezza che stiamo facendo riforme importanti per il Paese. Il problema lo risolviamo. È sorto un dubbio sulla traduzione tecnica dell’accordo politico. Se ci fosse qualche incongruenza», ha aggiunto Conte, «si può sempre intervenire. È una questione tecnica, escludo al momento che ci sia una questione politica, ma se ci fosse una questione politica la affronteremo». Come è ovvio, Matteo Salvini non ha smaltito del tutto l’amarezza per la «sparata» televisiva di Luigi Di Maio, ma la volontà di andare avanti aiuterà a smussare gli angoli, come sempre accade quando al governo c’è una coalizione e non un solo partito. Se poi, come in questo caso, la coalizione è formata da due grandi partiti con programmi elettorali diversi, non è possibile immaginare che tutto fili sempre liscio come l’olio. E così, salvo imprevisti clamorosi, la «guerra semifredda» tra Lega e M5s, è destinata a concludersi con una bella stretta di mano, anzi di manina, tra Salvini e Di Maio.
Matteo Salvini, ieri, ha utilizzato una diretta Facebook dal Trentino per fare chiarezza: «Noi siamo persone ragionevoli. Se il M5s ha cambiato idea, basta dirlo. Se Fico e Di Maio hanno cambiato idea, basta dirlo, noi siamo qui. Lo dicono, ci sediamo al tavolo, si va avanti. Meglio per telefono che in tv. Facciamo un altro Consiglio dei ministri per cambiare questo decreto. Rileggiamo e riscriviamo, ma lascio agli atti la verità di quel famoso Consiglio dei ministri, dal quale è nato questo can can su questo condono del quale non me ne può fregare di meno: c’erano due persone», ha raccontato Salvini, «protagoniste di quel Consiglio dei ministri da quale è nato quel decreto fiscale che ora fa inorridire qualche amico del M5s. Uno leggeva e uno scriveva, uno leggeva e uno verbalizzava il testo incriminato. Chi leggeva il testo sul cosiddetto condono, che non c’è, era il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, che ha tutta la mia stima e di cui mi fido. Lui leggeva, e chi verbalizzava? Luigi Di Maio, altra persona coerente e corretta, con cui sto lavorando bene da quattro mesi e conto di lavorare bene altri cinque anni, verbalizzava. Insomma, passare per l’amico dei condonisti proprio no. Bisogna serrare le fila, compatti Lega e M5s. Rispettosi del contratto di governo ma senza fare scherzi. Ho aspettato», ha aggiunto Salvini, «senza dir nulla per ventiquattro ore e porto pazienza, anche se la pazienza ha un limite. Però per scemo non passo. Non volete quella roba lì? Non c’è. Andiamo in Consiglio dei ministri non per bisticciare. Chi se ne frega del condono! Anzi: anche il condono per gli abusivi di Ischia va riscritto».
Salvini parla di «Fico e Di Maio» non certo a caso: il presidente della Camera, Roberto Fico, sta conducendo una battaglia tutta interna al M5s per mettere in difficoltà Luigi Di Maio. Fico, ormai in preda alla «sindrome di Gianfranco Fini», sta utilizzando il suo ruolo di terza carica dello Stato per proporsi come leader di un’ipotetica alleanza M5s-Pd alle prossime politiche, se il centrodestra sarà unito, e manco a dirlo ieri ha gettato benzina sul fuoco: «Se rimane il condono», ha detto Fico, «mi sembra ovvio che ci sia un problema. Si agisce all’interno di un filo rosso che è quello del contratto perché se fossimo stati uguali alla Lega, ci saremmo candidati con la Lega ma noi non siamo uguali alla Lega e non ci candideremo nemmeno con la Lega. Se non si va avanti nel contratto non si può andare avanti. Se Salvini vuole parlare con me lo faccia sui contenuti e non dicendo: Fico faccia il presidente della Camera. Quello che dico io è da istituzione ma il background», conclude Fico, «appartiene alla nascita e alla costruzione del M5s».
Nemmeno il tempo di leggere le parole di Fico, e Luigi Di Maio è apparso in diretta Facebook, replicando a Salvini e riaccendendo la polemica: «Quando si dice che Conte leggeva e Di Maio scriveva si dice una cosa non vera. Nel testo del decreto letto lunedì sera», ha detto Di Maio, «c’era la dichiarazione integrativa con dentro il condono penale, dentro i capitali dall’estero? No, perché quello è stato oggetto di una riunione politica e Conte ha letto i termini generali dell’accordo in cdm. Da bugiardo non voglio passare e anche per questo quando mi si dice che ero distratto io non ci sto. La roba dello scudo penale per l’autoriciclaggio non serve. Siccome non siamo d’accordo, domani sistemiamo questa norma. Questo governo», ha sottolineato Di Maio, «può andare avanti per tanto tempo, perché tra M5s e Lega ci sono tante cose in comune».
Tutto lascia pensare che oggi il nodo sarà sciolto. L’ipotesi che il governo possa saltare per un dettaglio come questo, aprendo la strada a un esecutivo tecnico in un momento cruciale per il futuro dell’Italia e dell’Europa, quando su temi ben più importanti si è sempre raggiunta un’intesa, è pura fantapolitica.
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