- Il presidente di Nomisma energia Davide Tabarelli: «Troppo peso assegnato a sindaci ed enti locali sempre pronti a esercitare un potere di veto. La politica dei divieti è un fallimento».
- Il sito carbonifero del Sulcis (unica miniera attiva in Italia) è chiuso per manutenzione. I sindacati: pronti a riprendere l’attività.
Lo speciale contiene due articoli.
«Intensificare la produzione di elettricità da carbone è possibile anche se temo che non si possa andare oltre il 10% dell’elettricità totale dal 6% attuale. Ma ciò che mi preoccupa è il peso che finora è stato dato alle autorizzazioni ambientali locali, agli organi locali che sono sempre pronti a esercitare un potere di veto. Questo non è un Paese in cui i sindaci ragionano in un’ottica nazionale». Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, lancia il sasso: «Bisogna dare più potere all’autorità centrale e procedere alla riapertura e all’aumento della produzione delle centrali a carbone. L’emergenza era già chiara a fine anno quando i prezzi sono cominciati a esplodere. Non si può aspettare ancora».
Quale è la produzione massima a cui si può arrivare mettendo a pieno regime gli impianti?
«Secondo le mie stime si può arrivare a 2 miliardi di metri cubi su base annua. Dalla Russia importiamo 29 miliardi di metri cubi. Non è moltissimo, ma è la soluzione più veloce».
Non salta l’obiettivo della decarbonizzazione entro il 2025?
«Certo. Magari, però, di qui a breve il conflitto termina e possiamo chiudere subito le centrali a carbone. Ricordiamoci tuttavia che se ora è la Russia a metterci sotto scacco energetico, in un prossimo futuro la stessa situazione potrebbe ripresentarsi con altri Paesi, in particolare quelli del Nord Africa. Possiamo dimenticarci di Gheddafi, nel 2009 accolto in pompa magna e trucidato nel 2011?»
Va fatto un accordo europeo sul riutilizzo del carbone, rivedendo le tappe della transizione ecologica o l’Italia dovrebbe muoversi in autonomia?
«Il principio di diversificazione delle fonti di approvvigionamento è un principio del buonsenso, non possiamo essere dipendenti da una sola fonte. L’Europa lo ha sempre fatto. La Germania ha il 30% dell’energia elettrica che viene dal carbone, la Francia ha il nucleare, la Gran Bretagna sta riaprendo le centrali a carbone che aveva chiuso per passare al gas e nella speranza di accelerare l’utilizzo completo dell’eolico. La prima fonte di produzione elettrica al mondo è il carbone con circa il 37%. Perciò noi non facciamo nient’altro che applicare il buonsenso in attesa che arrivi qualcosa di migliore e più piacevole che possono essere le rinnovabili. Chi non vorrebbe più capacità eolica o solare? Ovvio che dobbiamo spingere anche su queste, ma possono fare poco. Dopo 40 anni di incentivi e politiche a loro favore, dopo un abbattimento dei loro costi a 50 euro per megawattora, oggi contano per 47 miliardi di chilowattora, pari a 9 miliardi di metri cubi da confrontare con i 29 importati dalla Russia l’anno scorso. Se aumentiamo, qualcosa si può fare, ma nei prossimi mesi non si arriverà a 1 miliardo di metri cubi equivalenti».
E i problemi del cambiamento climatico?
«L’Italia conta nel totale delle emissioni mondiali poco meno dell’1%. Se ritardiamo di qualche anno la chiusura delle centrali, non cade il mondo, l’impatto sul clima globale non è drammatico. Anzi dobbiamo stare attenti a non essere troppo distratti dal clima».
L’Italia è un grande importatore di carbone.
«È il nostro punto debole. Importiamo 6 milioni di tonnellate di carbone per produrre 13 miliardi di chilowattora di elettricità; di questi, 5 milioni vengono dal Russia. Sarà un problema sostituire i rifornimenti di Mosca dal momento che siamo sotto embargo. Dobbiamo andarlo a prendere altrove ma non c’è tutto questo carbone in giro e chi ce l’ha, alza il prezzo. Ecco il risultato della politica dei veti su tutto».
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