- «Sconcertata» per l’incontro tra premier e Pd, la coalizione raggiunge Chigi dopo una telefonata tra il Cav e Mario Draghi. Sul tavolo resta l’ipotesi di chiedere la testa di Roberto Speranza e Luciana Lamorgese e una svolta all’agenda. Il ritorno di Giuseppe Conte però scombinerebbe tutti i piani.
- Fdi mostra i sondaggi: 23,8%. Il governatore dell’Abruzzo Marco Marsilio: «6.000 sindaci non han firmato».
Lo speciale contiene due articoli.
Giornata tutt’altro che semplice per Lega e Forza Italia. Di minuto in minuto, ieri, cresceva la sensazione di un Mario Draghi più disponibile a tornare sui propri passi e quindi a cercare una qualche ricomposizione della maggioranza: circostanza tale da rendere oggettivamente difficile per Matteo Salvini e Silvio Berlusconi opporre un no secco a una ripartenza.
Certo, però, anche in termini di galateo politico, oltre che di sostanza, il premier non ha davvero risparmiato nulla al centrodestra di governo, che a un certo punto della giornata ha dovuto assistere all’incontro (non annunciato) tra lo stesso Draghi ed Enrico Letta.
Vista nell’ottica di chi esamini il comportamento di Palazzo Chigi, si è trattato di una grave sgrammaticatura, potenzialmente in grado di far saltare tutto: paragonabile, come svarione, alla gestione dissennata che a gennaio i collaboratori di Draghi fecero delle ambizioni quirinalizie del premier.
Ma vista dal punto di vista del centrodestra, si è trattato di un autentico dito nell’occhio, anzi della materializzazione di ciò che tanti già sussurravano: una filiera Quirinale-Palazzo Chigi-Nazareno volta a tagliar fuori il centrodestra di governo, puntando sempre a imporre un fatto compiuto a Lega e Fi.
Dinanzi a ciò, Fi e Lega hanno fatto trapelare «sconcerto» e «incredulità», e per qualche ora si è registrato un giallo sulla volontà del centrodestra di chiedere a propria volta un confronto faccia a faccia con Draghi. Il primo bersaglio di Lega e Fi era ovviamente il Pd, accusato di «provocazioni», ma inevitabilmente la polemica toccava anche Draghi: «Il premier non può gestire una crisi così complessa confrontandosi solo con il campo largo di Pd e 5 stelle».
Intanto, in tarda mattinata, la Lega (reduce da una riunione dei suoi parlamentari la sera prima) aveva lasciato trapelare l’intenzione di spingere (elezioni o no) per un voto ravvicinatissimo della legge di bilancio: «A prescindere dagli esiti della crisi di governo e anche in caso di elezioni anticipate», informavano fonti del Carroccio, «la Lega vuole tutelare la tenuta economica e sociale del Paese, garantendo l’approvazione in tempi brevissimi di una legge di bilancio anche tabellare, che dia certezze e stabilità. L’obiettivo è evitare un mercanteggiamento preelettorale, garantendo al contempo la messa in sicurezza dei conti dello Stato».
Questa proposta era il frutto di una delle molte riunioni di ieri di Salvini, quella con i ministri e i sottosegretari del partito. Un altro incontro – presenti Salvini e Giancarlo Giorgetti – è avvenuto in videocollegamento con i governatori regionali leghisti. Poi il trasferimento a Villa Grande, da Silvio Berlusconi, per un pranzo tra le delegazioni di Lega e Fi (più mini formazioni centriste) divenuto una riunione durata sei ore.
E prima di riaggiornare la riunione in tarda serata, è entrato in agenda, intorno alle 20, il confronto con Draghi a Palazzo Chigi (preceduto da una telefonata tra Berlusconi e il premier): presenti, oltre a Salvini, Antonio Tajani, Lorenzo Cesa e Maurizio Lupi.
Certo, tra le incognite rimaste sul tavolo, ce n’è una particolarmente spiacevole per il centrodestra: e se poi alla fine Giuseppe Conte si riaggregasse e votasse la fiducia, che farebbero Lega e Fi, dopo aver detto in tutte le lingue di non voler più collaborare con M5s?
Al di là di questa evenienza, restano altri due rilevanti interrogativi che saranno sciolti solo oggi, e che potrebbero cambiare in extremis il segno della partita, rovesciandone l’esito da un oggettivo cedimento a una non trascurabile affermazione politica. Il primo: proveranno Lega e Fi a chiedere la messa in discussione di Roberto Speranza e Luciana Lamorgese? Non c’è bisogno di spiegare – qui – quanto sia stato catastrofico il comportamento dei due ministri. Nell’assemblea dei parlamentari leghisti, l’altra sera, Lamorgese e Speranza sono stati spesso evocati, e non certo per farne oggetto di elogi. In una richiesta di sostituzione non ci sarebbe – in questo caso – il rito politicista del rimpasto, ma un atto di saggezza rispetto alla delicatissima stagione politica che si annuncia. È prudente lasciare nelle mani di Speranza la gestione del prossimo autunno, riproponendo inevitabilmente la dinamica chiusurista? Ed è prudente che la Lamorgese resti al suo posto? Certo, si sa che i due ministri sono graditissimi al Quirinale: ma, in una vicenda in cui il centrodestra ha dovuto ingoiare molti bocconi amari, una compensazione politica sarebbe dovuta. Purtroppo, almeno fino a ieri sera, non si aveva la sensazione che il centrodestra di governo intendesse forzare sulla richiesta di rimuovere i due ministri.
Il secondo interrogativo ha a che fare con richieste politiche avanzate da Lega e Fi. Ieri fonti dei due partiti evocavano quattro temi: «Una profonda revisione del reddito di cittadinanza (così da recuperare risorse per finanziare l’azzeramento del cuneo fiscale), la pace fiscale e la conseguente rottamazione delle cartelle esattoriali, l’investimento sul nucleare di ultima generazione e un fermo contrasto all’immigrazione clandestina». Nelle risposte (o nelle non risposte) di Draghi a queste domande, starà il bilancio politico di Lega e Fi al termine di questa partita.
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