- Il generale della Cirenaica a Mosca non ha voluto firmare la tregua sulla Libia e Recep Tayyip Erdogan alza i toni: «Pronti a dargli una lezione». Giuseppe Conte va in Egitto e propone l’invio di soldati italiani nel Paese nordafricano, ma una forza di interposizione è una pessima idea.
- Il Copasir ascolta Luciano Carta, numero uno dell’Aise, sui rischi che corriamo a Tripoli.
Lo speciale contiene due articoli.
Kommersant ieri raccontava la frenesia dei negoziati per la Libia con mediatori russi e turchi che facevano la spola tra le stanze, su piani diversi, dove si trovavano le delegazioni di Tripoli e di Bengasi. «Alla fine», nota il giornale russo, Sergej Lavrov, ministro degli Esteri di Mosca, sembrava «aver corsa una maratona». Senza però raggiungere il traguardo. Infatti, il generale Khalifa Haftar, uomo forte della Cirenaica, ha lasciato la capitale russa senza firmare la tregua, sottoscritta invece dal premier Fayez Al Serraj, capo del governo riconosciuto dalla comunità internazionale con sede a Tripoli. «Le nostre richieste non sono state rispettate», ha spiegato il generale di Bengasi chiedendo tempo.
Serraj ha potuto firmare la tregua forte del fatto che il suo principale (e pressoché unico) alleato, cioè il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, era uno dei due fautori dell’intesa. Tanto che ieri ha attaccato il generale avvertendolo che la Turchia è pronta a «dargli una lezione». Haftar, invece, ha bisogno di pensarci su un po’. Ieri mattina il ministero della Difesa russo spiegava che il generale «ha accolto positivamente» l’intesa su una tregua in Libia «ma prima di firmare gli servono due giorni per discutere il documento con i leader delle tribù che sostengono l’Esercito nazionale libico». Tuttavia, non sono le tribù le uniche parti che Haftar deve sentire.
Mosca offre garanzie per la stabilità del Paese nordafricano («se anche Haftar non ha firmato, il cessate il fuoco reggerà», ha spiegato il ministro Lavrov) e appare fiduciosa a tal punto che proprio dopo una telefonata tra la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente russo Vladimir Putin ieri la Germania ha dato l’annuncio ufficiale della più volte rinviata conferenza di Berlino. Il generale però deve convincere anche i suoi principali sostenitori, a suon di denari e armi, nell’area Mena. Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita speravano di cacciare dalla Libia la Fratellanza musulmana (Turchia e Qatar) che sostiene il governo di Serraj. Tuttavia, l’offensiva del generale si è arrestata alle porte della capitale e sembra aver perso inerzia. L’Egitto di Abdel Fattah Al Sisi, invece, non ha affatto gradito l’accordo proposto da Russia e Turchia a Mosca visto che, con il controllo dell’economia che rimarrebbe al governo tripolino, il Cairo non riuscirebbe a mettere le mani sulle attività libiche, in particolare gli introiti del settore energetico, attraverso Haftar.
A Berlino dovrebbero esserci anche Serraj e Haftar, a quanto si legge nel comunicato stampa con cui la cancelleria tedesca ha spiegato di aver invitato alla conferenza, a livello di capi di Stato e di governo, anche Stati Uniti, Russia, Regno Unito, Francia, Cina, Emirati Arabi Uniti, Turchia, Repubblica del Congo, Italia, Egitto, Algeria, oltre a rappresentanti di Nazioni Unite, Unione africana, Unione europea e Lega araba. Il generale, secondo quanto riportato ieri sera dall’emittente degli Emirati, Al Arabiya, ha accettato l’invito della Germania.
Ma, come dicevamo, il più scontento dall’accordo è Al Sisi, che ieri ha incontrato il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Il premier non ha escluso «la possibilità di inviare militari italiani in Libia», specificando però che «non manderemo uno solo dei nostri ragazzi se non in condizioni di sicurezza e con un percorso politico molto chiaro».
Se le Nazioni Unite stanno pensando a una missione di monitoraggio in Libia (simile a quella già dispiegata in Yemen) viste le violazioni già segnalate, l’Italia propone qualcosa di più: una forza di interposizione su modello Libano, magari riorganizzando le missioni. Ci sono però due osservazioni da fare, oltre al rischio di finire sotto il fuoco senza regole di ingaggio. La prima: un contingente di interposizione metterebbe in secondo piano la presenza sul territorio che l’Italia già ha in Libia, con i 300 uomini all’ospedale di Misurata. La seconda: una forza di interposizione può funzionare quando i fronti opposti sono ben chiari (come in Libano) ma ha ottime probabilità di fallimento quando, al contrario, il Paese è in balia di tribù che cambiano facilmente orientamento (come in Libia).
L’incontro di ieri al Cairo (si è parlato anche del caso Regeni, ha assicurato il premier Conte riferendo di «segnali positivi») rientra all’interno di un quadro che vede l’Italia riavvicinarsi al generale Haftar, visto anche che l’asse tra Erdogan e Serraj rappresenta una minaccia per gli interessi energetici del nostro Paese. A tal proposito va fatto notare che lunedì in Egitto si è tenuta l’annuale conferenza sull’energia Ome, che vede coinvolte Eni come «gold sponsor» ed Edison come «silver sponsor», cioè le due aziende italiane (anche se Edison è di proprietà del gruppo francese Edf) più interessate all’Egitto. La prima per i giacimenti, in particolare quelli di gas naturale; la seconda per il progetto Eastmed. Quest’ultimo tema, assieme alle «azioni illegali della Turchia nella Zona economica esclusiva di Cipro, è stato al centro dei colloqui di ieri a Roma tra il ministro della Difesa italiano Lorenzo Guerini e l’omologo cipriota Savvas Angelides, che hanno firmato il programma bilaterale di cooperazione militare per il 2020.
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