2021-04-18
Le pillole di galateo di Petra e Carlo: le buone maniere per il picnic
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Sette psicologi non riescono a ottenere giustizia, dopo essere stati sospesi durante il Covid e non aver potuto esercitare l’attività nemmeno da remoto con i mezzi della telecomunicazione, in quanto non vaccinati. Avevano presentato ricorso, contro l’ordinanza con cui il Tribunale di Milano aveva rigettato le loro richieste di annullare, o dichiarare illegittimi, i provvedimenti disposti dall’Ordine degli psicologi della Lombardia, ma in Appello le loro domande non sono ritenute degne di passare al vaglio della Consulta.
Eppure, il Tar regionale aveva sospeso i provvedimenti impugnati, nella parte in cui non prevedevano «la possibilità di svolgere l’attività professionale con modalità tali da non implicare contatti interpersonali di prossimità o comunque il rischio di diffusione del contagio da Sars-CoV-2». Inoltre, il tribunale amministrativo aveva sollevato la questione di legittimità costituzionale in relazione all’articolo 4, comma 4, del decreto legge 44 del 1° aprile 2021 «Misure urgenti per il contenimento dell’epidemia da Covid-19, in materia di vaccinazioni anti Sars-CoV-2, di giustizia e di concorsi pubblici», che introduceva l’obbligo della vaccinazione anche se si lavorava da remoto, a differenza di quanto stabilito nell’aprile dello stesso anno.
Originariamente, infatti, la sospensione era riferita a «prestazioni o mansioni che implicano contatti interpersonali». Non poteva esserci legittimità nell’impedire il lavoro di uno psicologo da remoto, per questo il Tar aveva sottoposto la questione alla Corte costituzionale. Nel dicembre 2022, la Consulta ha dichiarato inammissibili le questioni sollevate dal Tar della Lombardia, ritenendo che sugli obblighi vaccinali avesse competenza esclusiva il giudice ordinario, non quello amministrativo.
Se ne è occupato dunque il Tribunale di Milano, rigettando le istanze degli psicologi e condannandoli al pagamento delle spese, nonostante la domanda di giustizia posta innanzi al giudice ordinario fosse non di stabilire se la norma accusata fosse legittima o no, ma di rimettere il caso alla Corte costituzionale come già aveva fatto il Tar.
I professionisti allora hanno fatto ricorso, ma la Corte d’appello di Milano con sentenza pubblicata questo mese ha rigettato l’impugnazione confermando la sentenza di primo grado. La Corte sostiene che la Consulta avesse già respinto la questione di legittimità, ma il giudice delle leggi, in realtà, si era limitato a dire che non fosse «una decisione di merito», scrive nel libro Le opinioni dissenzienti in Corte costituzionale. Dieci casi (Zanichelli, 2024) Nicolò Zanon, già vice presidente della Corte costituzionale, riferendosi proprio a quella sentenza.
Il professore lo dice chiaramente: la questione «viene fermata in punto di ammissibilità». In realtà, «la Consulta non ha mai esaminato la questione della legittimità costituzionale del divieto di lavoro da remoto per psicologi libero-professionisti “non ottemperanti”», sottolinea l’avvocato Stefano de Bosio, legale degli psicologi. E l’unica sentenza citata dalla Corte d’Appello è la 14/2023, con la quale la Consulta aveva ritenuto infondata la questione di legittimità costituzionale sollevata dal Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione Siciliana relativamente all’obbligo vaccinale per il virus Sars-Cov-2 del personale sanitario. Il giudice delle leggi non si è pronunciato sulla sproporzionalità della sanzione del divieto di lavoro da remoto.
Ci pensa la Corte d’Appello, che non può decidere nel merito una questione di legittimità costituzionale, a intervenire sostenendo che vietarlo è «nel solco della legittima applicazione del principio di precauzione». Trova la giustificazione, legittima la decisione. In questo modo, però, «è stato violato l’obbligo di sottoporre alla Corte costituzionale la questione, già sollevata dal Tar Lombardia», dichiara l’avvocato, che adesso ricorrerà in Cassazione.
Intanto, i professionisti sono costretti a pagare circa 30.000 euro di spese legali all’Ordine degli psicologi che aveva impedito loro di lavorare. «La decisione favorevole del Tar di Milano avrebbe quanto meno legittimato la compensazione delle spese», commenta De Bosio. Doveva essere una sorta di punizione, per scoraggiarli dal ricorrere in terzo grado?
C’è un altro aspetto importante. Qualora la legge in questione fosse giudicata incostituzionale, è molto pericoloso il ragionamento della Corte d’Appello di Milano, secondo il quale se la pubblica amministrazione «si è limitata a dare applicazione alle norme di legge vigenti, rispetto alle quali non aveva alcuna discrezionalità», non risponde delle proprie azioni, né civilmente, né penalmente.
«Si tratta esattamente del medesimo argomento in diritto esibito al processo di Norimberga», afferma De Bosio. «Proprio per questo furono emanate, nel dopoguerra, le carte costituzionali e la convenzione europea dei diritti dell’uomo, perché il principio di legalità formale non possa essere invocato quando i valori compromessi siano compresi nei “diritti fondamentali”, quali sono, in particolare, la “libertà di cura”». Conclude: «I governi hanno uno spazio di discrezionalità “politica”, ma sono inibiti dall’emanare sanzioni o misure sproporzionate».
Nessuna risposta, un profondo silenzio arriva dalle 12 associazioni e società scientifiche chiamate a rendere conto, da due anni, sul dato, tutt’altro che solido, secondo cui l’uso dei bloccanti della pubertà nella disforia di genere, come la triptorelina, ridurrebbe del 70% i tentativi di suicidio nei giovani trattati.
Lo denuncia, in una nota, GenerazioneD che, evidenziando come il dato non sia corretto, è costretta a constatare che nessuno ha «ritenuto doveroso rispondere nel merito di questioni di estrema delicatezza scientifica, clinica ed etica, riguardanti la salute e la sicurezza dei minori con disforia di genere».
Le domande poste sono «precise, documentate e circostanziate». Riguardano «un’affermazione di enorme impatto pubblico» rilasciata dalle 12 associazioni e società scientifiche in un documento del febbraio 2024 e citata, in una sorta di copia-incolla, nelle audizioni alla commissione Affari sociali della Camera sulla somministrazione della triptorelina ai bambini con incongruenza di genere, per regolamentarne l’uso. Le 12 associazioni e società affermano che «dai dati della letteratura scientifica si evince che fino al 40% dei giovani Tgd», cioè transgender e gender diverse, «tenta il suicidio (cfr. James S.E. et al. National center for transgender equality, 2016)», e che «la terapia con triptorelina riduce del 70% questa possibilità (cfr. Turban J.L. et al. Pediatrics, 2020)». Tralasciando «l’inaffidabilità del dato di partenza sulla suicidalità - estratto dal sondaggio self-report elaborato da James - anche solo esaminiamo la seconda parte dell’affermazione è lampante che le conclusioni degli stessi autori dello studio di Turban - sottolinea GenerazioneD - dicono un’altra cosa: l’accesso a questo trattamento è associato a minori probabilità di ideazione suicidaria nel corso della vita».
Tra ideazione e tentativo di suicidio, la differenza è sostanziale, ma le 12 società non sembrano essere interessate a chiarire questo aspetto, che non è il solo a traballare nello studio, dato che «si confrontano 89 persone che riferiscono di aver ricevuto i bloccanti, con 3.405 che li avrebbero voluti ma non li hanno ricevuti».
Ora, in qualsiasi ambito scientifico, osservazioni di tale portata «avrebbero richiesto un confronto aperto, trasparente e rigoroso», osserva GenerazioneD, che rinnova pubblicamente l’invito al confronto. «A oggi, non è giunta alcuna risposta. Nessuna rettifica, nessun approfondimento, nessuna spiegazione pubblica», rimarca. «Questo silenzio assume un peso ancora maggiore alla luce del mutato contesto internazionale, nel quale numerosi Paesi e autorevoli organismi sanitari stanno sottoponendo a revisione critica» queste pratiche, «chiedendo standard probatori sempre più rigorosi».
Nel Regno Unito, per esempio, è vietata la somministrazione dei bloccanti della pubertà agli under 18 ed è stata sospesa anche la sperimentazione su un campione di bambini. I dati, questi sì ben più solidi di quelli citati dalle 12 associazioni, mostrano che i trattamenti causerebbero danni a lungo termine come infertilità e sterilità, ma anche problemi alle ossa e disturbi al cervello e al sistema cardiovascolare. Sul suicidio, paradossalmente, vari studi mostrano che i tassi tra i transgender maschio-femmina sono superiori del 51% rispetto alla popolazione generale.
«Non chiediamo contrapposizioni», ribadisce GenerazioneD, «ma responsabilità scientifica e la disponibilità a spiegare ai genitori italiani, con trasparenza e rigore, su quali basi statistiche e metodologiche siano state formulate affermazioni tanto rilevanti». La domanda posta «è estremamente circoscritta: in quale passaggio dello studio di Turban et al. sarebbe affermato o dimostrato che la triptorelina determina una riduzione del 70% dei tentativi di suicidio nei giovani affetti da disforia di genere?». È «un chiarimento pubblico non più rinviabile», è una «questione di rispetto verso i giovani più fragili, le famiglie chiamate a compiere scelte difficilissime e verso la credibilità stessa del dibattito scientifico».
Dieci persone sono state fermate dai carabinieri di Castello di Cisterna nel campo rom di Caivano (Napoli) con accuse che vanno dalla rapina al furto, al riciclaggio, alla resistenza a pubblico ufficiale e al trasferimento fraudolento di valori. Secondo gli investigatori, il gruppo avrebbe messo a segno circa 70 colpi tra furti ai danni di negozianti, rapine ad automobilisti e assalti a sportelli bancari, anche utilizzando la tecnica della «spaccata». Gli indagati avrebbero ostentato sui social network i proventi delle attività criminali.
È un Papa democristiano? È un Papa progressista, anche se un po’ meno radicale di Francesco? O è un Papa woke, come gli rinfacciano i Maga?
Dato che Robert Francis Prevost è cattolico, incasellarlo è un’operazione di discutibile riduzionismo. Ma nella sua prima enciclica, Magnifica humanitas, dedicata all’Intelligenza artificiale, Leone XIV tratteggia anche i contorni del suo pensiero politico. Che risponde a un’esigenza: salvare il realismo (cristiano) dalle distorsioni della Realpolitik.
Il pontefice, in primo luogo, contesta l’utilizzo pretestuoso del pessimismo antropologico e geopolitico per giustificare la «cultura della potenza». Al «falso “realismo”», quello che scambia «la constatazione con la rassegnazione: poiché la forza domina, conclude che deve dominare», ne contrappone uno «sano». Il realismo autentico», sostiene il vicario di Cristo, «non rinuncia a cambiare il mondo: comincia dal vedere con chiarezza interessi, paure, vincoli e rapporti di forza», ma non allo scopo di indurre una pelosa rassegnazione al «cinismo», bensì «per calcolare che cosa sia possibile ottenere e con quali passaggi». Questo approccio «non riduce la politica alla moralità», ricusando l’autonomia filosofica conquistata in età moderna, grazie al contributo pionieristico dei Niccolò Machiavelli, dei Francesco Guicciardini, dei Thomas Hobbes; «ma neppure la consegna alla violenza: cerca via praticabili perché la pace sia più di una parola, cioè istituzioni credibili, garanzie verificabili, negoziati pazienti, prevenzione dei conflitti e tutela dei civili».
In uno scritto il cui fulcro sono le sfide legate alle nuove tecnologie, il Papa non ha modo di approfondire più di tanto questi abbozzi di teoria politica. Di certo, a suo avviso, il problema del falso realismo è strettamente correlato a quello della «normalizzazione della guerra» da parte di una «cultura violenta della potenza, dove la pace non appare più come un compito da assumere, ma come un intervallo precario tra conflitti».
Diventa cruciale, allora, sottolineare la differenza che passa tra la deformazione del realismo allo scopo di legittimare l’imperialismo e il disincanto di un’analisi capace di separare il piano osservativo da quello normativo. Se, con Tucidide, si prende atto che la forza fa il diritto, non è necessario anche sposare questa posizione e - men che meno - auspicare che chi comanda vi si adegui. Conoscere il mondo per quello che è, anzi, aiuta a trovare strategie più efficaci per migliorarlo, purché entro i limiti del possibile. Non a caso, sul Machiavelli impudente consigliere di un principe senza scrupoli, si diffusero ben presto le cosiddette interpretazioni «oblique», per le quali il diplomatico fiorentino, fingendo di consegnare al sovrano un manuale sull’accrescimento amorale del potere, ne svelava invece la profonda iniquità.
Anche senza ipotizzare, alla Leo Strauss, doppi livelli di lettura, bisogna riconoscere che il nocciolo del realismo politico è sempre stato questo: partire dalla situazione di fatto, non per costruire il mondo perfetto, ma per evitare che il mondo stesso finisca in rovina. E magari per provare, con prudenza, a emendarlo. Emerge qualcosa della canonica cautela conservatrice: la convinzione che la rivoluzione sia peggio delle riforme; che l’utopia conduca al disastro; che le ottime intenzioni lastrichino la strada per l’inferno. La circospezione gnoseologica e pratica, tuttavia, non equivale all’appiattimento sulla Storia, della quale la volontà sarebbe, hegelianamente, mera spettatrice. Non occorre respingere il cambiamento; semmai, si deve dirigerlo. Anzi, come scrisse Edmund Burke, capostipite dei conservatori britannici, «uno Stato che non ha mezzi per cambiare è uno Stato che non ha mezzi per conservarsi».
Del realismo politico, è oggi più che mai urgente recuperare l’intuizione essenziale: quella che Richard Ned Lebow chiama «concezione tragica della politica» e che Robert Kaplan definisce «mente tragica». Si tratta della consapevolezza che la natura umana (in Hans Morgenthau e Reinhold Niebuhr) o la struttura del sistema internazionale (in John Mearsheimer) tendono a trascinare le comunità e gli Stati in una competizione per il primato e il prestigio, di cui la guerra è una conseguenza tutt’altro che improbabile. La politica, in una situazione del genere, ha un compito circoscritto ma fondamentale: non può aspirare a costruire un uomo nuovo, però può adattare le istituzioni in maniera che si prestino a dissolvere la prospettiva del conflitto totale. Si guardi l’ultimo saggio di Randall Schweller: un fautore del realismo «offensivo» che condanna il massimalismo ideologico americano nei confronti della Cina e propone una via per la coesistenza.
È qui, forse, che inciampa l’enciclica. Prevost bacchetta «la convinzione, errata, che la deterrenza nucleare sia condizione indispensabile di sicurezza». Non ci si può aspettare che un Papa benedica gli arsenali atomici, ma è evidente che lo spettro della mutua distruzione sia stato e rimanga un gigantesco deterrente, sebbene la proliferazione di questi armamenti alimenti la giusta preoccupazione che essi cadano nelle mani di autocrati sfrenati, oppure di terroristi. Altrettanto scricchiolante è l’elaborazione diplomatica del documento pontificia: è dubbio che il modo migliore per superare le difficoltà del nostro caotico contesto multipolare sia rinnovare le istituzioni multilaterali, dall’Onu in giù.
A Leone, comunque, non pare estranea una rappresentazione quasi girardiana - e molto realista - del dovere di perseguire la pace. Secondo il grande antropologo francese, denunciando l’innocenza della vittima espiatoria, il cristianesimo ha disinnescato il meccanismo ordinatore del sacro: il ricorso alla violenza collettiva contro un nemico quale antidoto alla violenza anarchica, distruttiva per la società. Dal Vangelo in avanti, sostiene René Girard, l’armonia può reggere soltanto se si rifiutano consapevolmente il «diritto di rappresaglia» e persino la «legittima difesa». In Magnifica humanitas, la «cultura del negoziato» e il «metodo della pace» vengono descritti esattamente come «un impegno condiviso, politico e culturale, capace di allontanare gradualmente l’umanità dalla spirale della violenza». Un’impresa che comincia, appunto, da una presa di coscienza.
È la sintesi perfetta del realismo cattolico: pensare in modo tragico per scongiurare la tragedia.

