Si scrive Grecia ma si legge Turchia. Si parte dalle navi militari e si finisce con il fare i conti sulla Libia e sui Balcani. È la sommaria sintesi dei difficili equilibri che in questi giorni uniscono Roma, Atene, Parigi e Ankara. Come ha correttamente riportato ieri La Repubblica, la commessa di quattro fregate alla Grecia dal valore indicativo di 1,5 miliardi è in bilico. Da un lato c’è la nostra Fincantieri che si è inserita nel rilancio della commessa guadagnando posizioni negli ultimi mesi e offrendo non solo un prodotto più interessante ed evoluto, ma anche la possibilità per il premier greco Kyriakos Mitsotakis di ottenere la produzione di tre su quattro navi in patria. In gergo tecnico di chiama «local content» e fa molto comodo ai politici che si apprestano a fare una campagna elettorale. Esattamente il caso del premier greco. Peccato però che, a partire da dicembre, i francesi di Naval group – consapevoli di essere svantaggiati almeno sulla carta – abbiano messo in campo l’intera squadra di governo. Per contrastare l’impegno delle nostre Forze armate a sostegno di Fincantieri e ovviamente del titolare della Difesa, Guido Crosetto. La portaerei Charles De Gaulle ha così preso la rotta di Creta. Il ministro della Difesa, Sébastien Lecornu, si è precipitato in Grecia per stringere la mano ai colleghi e per invitare Mitsotakis in Bretagna a vedere i cantieri. Non solo. Durante l’ultimo Consiglio Ue Emmanuel Macron avrebbe blindato il collega di Atene per affrontare il tema e proporre un avanzamento degli accordi firmati negli scorsi anni, facendo capire ai greci di avere appoggio contro i turchi. Il pressing sarebbe proseguito con numerosi messaggini Whatsapp. Al contrario, a quanto risulta a La Verità, in occasione del medesimo Consiglio, Giorgia Meloni non avrebbe affrontato il tema salutando il collega di Atene. L’articolo di Repubblica avanza una ipotesi. Cioè, il timore di irritare Ankara in un momento complesso come l’attuale. L’ipotesi è corretta, sebbene la spiegazione sia più complessa. Farnesina e Palazzo Chigi sono dell’idea di portare avanti una politica aperturista rispetto a Recep Erdogan, ma anche accomodante. La linea di pensiero è che armare la Grecia potrebbe essere visto come una provocazione e una presa di posizione in quella parte di Mediterraneo. L’ipotesi sarebbe quella invece di mediare e in cambio aprire il dialogo con i turchi in Libia. In modo di tornare a pesare nell’ex colonia e nell’ex Giamahiria di Muhammar Gheddafi. Una contropartita difficile da concordare e con il rischio di finire a fare da sparring partner di Ankara. In pratica, comprendiamo la posizione della Meloni, ma giocare in difesa in queste ore ci può portare ancora più flussi migratori e far perdere una commessa al nostro tessuto industriale. La Francia ci andrebbe a nozze e a noi non resterebbero margini di trattativa con i turchi. Sarebbe stato ad esempio interessante aprire un tavolo con Ankara puntando la bussola verso i Balcani. Far sapere a Erdogan dell’intenzione di vendere quattro navi ai greci e in cambio agevolare il passaggio di testimone in Kosovo. Dove le truppe Nato turche subentreranno a noi nella guida del contingente Kfor. Un evento storico se si pensa che gli uomini di Ankara tornano a mettere nei Balcani con un ruolo fondamentale nella mediazione tra albanesi e serbi. Un evento che ci riporta indietro nei secoli.
Il passaggio di consegne ci sarà sicuramente entro l’anno. Non ci risulta sia stato fatto pesare ad Erdogan. Forse avremmo dovuto farlo e chiudere lì la partita senza allargare in questo momento il tavolo alla questione libica. Non è infatti da escludere, visto il fiuto da segugio di Erdogan, che la Turchia – intuita la nostra titubanza – prema il piede sull’acceleratore dell’instabilità. Non va dimenticato che le partenze che hanno generato la recente tragedia di Cutro vedono il punto iniziale della rotta proprio in Anatolia e le isole greche sfiorate per puntare poi dritti alle nostre coste.
Certo i fattori sono numerosi, ma non è un caso se negli ultimi tempi i flussi lungo la rotta turca siano raddoppiati nonostante l’impegno preso con l’Ue. Un impegno pagato circa 6 miliardi di euro in due tranche a coprire oltre cinque anni di promesse (in parte mantenute) di accoglienza con relativi campi profughi.
La recente visita in Egitto del governo ha ottenuto buoni risultati, riaprendo anche trattative sui temi militari, accantonando gli storici dissidi alimentati dalla sinistra e generati dalla vicenda Regeni. Pensare a un tentativo bis con la Turchia sarebbe troppo?
Ci spieghiamo meglio. Palazzo Chigi potrebbe anche prendere il toro per le corna e vedere che effetto fa. Il rischio contrario è lasciare la Francia libera di spadroneggiare in Grecia e nel frattempo assistere a un aumento dei flussi migratori di cui le nostre coste sarebbero le principali vittime e poi restare appesi al futuro della Libia e delle elezioni di Tripoli su cui continua a lavorare l’Onu senza risultati di rilievo.
Tutto è complesso. Per questo forse vale la pena non allargare troppo gli scenari e agire ogni volta sui singoli pezzi dello scacchiere. Grecia e Balcani. Libia ed Egitto. Magari con alleanze trasversali. Infine, breve appunto. Non dimentichiamo che a Palazzo Chigi possono arrivare consigli filtrati da storiche benevolenze a favore di Parigi.
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