Perché Macron fa il pazzo con l’Italia
  • Problemi di politica interna; voglia di metterci in difficoltà su dossier aperti come Spazio, Ita, Vivendi, Mps; timore di vedersi togliere potere in ambito Ue dal nascente asse Ppe-conservatori che ha in Giorgia Meloni un punto di riferimento. Ecco i veri motivi dei toni isterici.
  • Dallo Spazio alla compagnia di bandiera i dossier economici pesano più dei migranti. La vera patata bollente tra Italia e Francia resta però il caso Vivendi. Sullo sfondo le partite aperte su Monte dei Paschi e BancoBpm.
  • Il padre della République en Marche vede crescere Marine Le Pen ed Eric Zemmour. E incassa la bocciatura de «Le Figaro»: «Dal braccio di ferro con la Meloni esce sconfitto».

Lo speciale contiene tre articoli.

Il governo Meloni è un problema per Emmanuel Macron? Abbastanza. La reazione scomposta e teatrale sul caso migranti si spiega sicuramente con ragioni interne tutte francesi (un presidente che guida un Paese in affanno economico, in ritardo sull’emergenza energetica, impegnato in una politica industriale ferocemente sovranista e nazionalizzatrice, attaccato da destra e da sinistra), ma proiettando lo sguardo sul piano europeo c’è un altro fattore che rende un esecutivo di centrodestra a trazione Fratelli d’Italia problematico per l’attuale leadership francese. Nel 2024 si terranno le elezioni europee e per la prima volta da tempo potrebbe essere in dubbio la permanenza al potere dei socialisti all’Europarlamento. Ovviamente la condizione perché questo accada è che Ppe ed Ecr (la formazione guidata da Giorgia Meloni e che include Fdi) ottengano un buon risultato e si mostrino in grado di dare le carte nella formazione della futura Commissione.

L’ipotesi è ovviamente subordinata alla volontà politica del Ppe (cioè, in sostanza, della Cdu tedesca) di spostarsi verso destra, ma è anche soggetta allo sguardo molto interessato dell’America, soprattutto – come logico – di quella repubblicana. In un frangente storico in cui il vincolo atlantico ha ripreso a stringersi in modo vigoroso (prendendo strade opposte al più evanescente «europeismo»), l’interesse Usa ad avere le istituzioni Ue allineate contro Russia e Cina sta portando a molta più tolleranza verso formazioni fino a poco tempo fa considerate meno presentabili. Il «sogno» europeo degli Stati uniti d’Europa non appassiona quelli d’America, e per questo la prospettiva di un’alleanza Ppe-Ecr dal 2024 è qualcosa di più di una lontana ipotesi.

Sono in corso esplorazioni preliminari, ma piuttosto avanzate in tal senso, sull’asse Berlino-Washington: il plenipotenziario per gli affari esteri del Ppe, Udo Zollheis, che ieri ha preparato l’incontro tra lo storico presidente del gruppo, Manfred Weber, e Giorgia Meloni (visita non graditissima al nostro ministro degli Esteri, Antonio Tajani), ha un dialogo aperto con il mondo conservatore americano per preparare il terreno all’accordo Ppe-Ecr. Alla Verità risultano incontri – tenutisi in Italia nelle scorse settimane – con importanti esponenti di think tank d’area repubblicana interessati a tastare il terreno e a cercare garanzie per i loro interessi.

Cosa c’entra Macron? Semplicemente, il presidente francese troverebbe sulla sua strada un formidabile rivale nell’occupazione di uno spazio politico sottratto ai socialisti a Strasburgo e Bruxelles. Il suo Renew Europe, cartello europeo che oggi conta 103 seggi e dove finirebbero anche i futuri eletti di Azione e Italia viva, punta ovviamente a dare le carte anche nella prossima Commissione, da una posizione di forza paragonabile al Ppe (che oggi ha 176 seggi). Se però questo ruolo lo prendesse Ecr, il quadro cambierebbe radicalmente. Il governo italiano è, in nuce, un esperimento che va esattamente in questa direzione: Forza Italia appartiene al Ppe, Fdi è peso massimo nel gruppo Ecr.

Per i piani di Macron, azzoppare da subito il «caso Italia» avrebbe anche il vantaggio prospettico di indebolire la stessa alleanza sul piano continentale. In soldoni: potrebbe riconquistare la possibilità di scegliersi coi tedeschi il prossimo leader della Commissione Ue dal 2024.

Se invece Meloni & C. tenessero botta al governo e incassassero un buon risultato alle Europee, tutto cambierebbe di colpo. Un Ecr ai livelli del Ppe e davanti a Renew Europe vorrebbe dire che l’Italia potrebbe avere voce in capitolo nella scelta del successore di Ursula von der Leyen, con i socialisti fuori dai giochi e Macron in secondo piano. Ovviamente a questa prospettiva lavora con più interesse chi può trarne beneficio, e dunque anzitutto chi può ambire a fare il capo della futura Commissione. Le scadenze sono distanti, ma ai blocchi di partenza si muovono alcuni profili chiari. Roberta Metsola, maltese, diventando presidente del Parlamento europeo a seguito della scomparsa di David Sassoli, ha «sdoganato» ai vertici delle istituzioni proprio l’Ecr, coordinando l’elezione a proprio vice di Roberts Zile: l’economista lettone è infatti il primo membro di Ecr a rompere il «cordone sanitario» teso nel 2019 contro la cosiddetta avanzata populista. La mossa ne farebbe una candidata naturale se l’asse fosse quello Ppe-Ecr. Poi c’è lo stesso Weber, ma proprio il suo essere tedesco rischierebbe di diventare un problema perché lo è anche l’uscente von der Leyen. Molto buone anche le quotazioni del premier greco, Kyriakos Mitsotakis, del partito di centrodestra Nuova democrazia. Sono loro tre, al momento, a giocarsi le probabilità di guidare il governo della Ue, e quindi a studiare da vicino le prospettive dell’alleanza tra popolari e conservatori.

Il percorso è lunghissimo e, Italia a parte, farà tappa decisiva in Spagna, dove il prossimo voto nazionale dirà se lo stesso asse si può realizzare tra Partido popular e Vox: ipotesi complessa, ma già sperimentata a livello locale in Castiglia. Messa in quest’ottica, la necessità del premier italiano di mantenere salda l’alleanza con il partito di destra spagnolo (ormai forza stabile del panorama iberico) non è solo dettata da consonanza ideologica, ma da un preciso progetto di respiro europeo. Un progetto in cui è tutto da capire il destino di Forza Italia (oggi unico bastione italiano del Ppe) e della Lega, che rischia di esserne tagliata fuori: non va dimenticato che in Europa il centrodestra è oggi sparpagliato in tre rivoli.

Il tempo dirà se questo schema politico ha gambe, se avrà spinta oltre Atlantico e se i pregiudizi sulla Meloni e il suo partito saranno superati nella Cdu e nel Ppe. Di certo, un crollo del governo italiano ne segnerebbero la fine anticipata, per la gioia di Macron. Nelle esagerazioni sceniche della crisi dei migranti va forse inserito anche questo aspetto.

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