- «Avvenire» dice che il decreto Flussi non basta: ci sono da sostituire gli italiani «che evitano certi lavori come la peste perché all’estero trovano paghe più alte e condizioni migliori». Quindi importiamo disperati anziché alzare i salari.
- Schiaffo alle difficoltà del settore enologico europeo: Bruxelles regala denari a un competitor emergente. Non manca la solita sfumatura ideologica: «Per beneficiare dei fondi l’azienda deve essere gestita da neri».
Lo speciale contiene due articoli.
I profeti dell’immigrazione di massa hanno le idee un po’ confuse. Hanno passato anni a giustificare gli sbarchi clandestini e i recuperi delle Ong sostenendo che fossero necessari poiché mancavano vie legali per entrare in Italia, e ora che vengono – nuovamente – smentiti in modo plateale non si rassegnano, anzi insistono con la loro assurda difesa delle frontiere aperte oltre ogni ragionevole dubbio.
Emblematico in tal senso Avvenire, che ormai da tempo è il principale sponsor delle frontiere aperte, anche per via degli interessi vescovili in materia. Per la penna di Paolo Lambruschi, il quotidiano curiale celebra il nuovo decreto Flussi che garantirà l’accesso a 500.000 nei prossimi tre anni.
«È una buona notizia», dice Lambruschi, «perché il governo non solo prende atto della realtà e delle esigenze del nostro mercato del lavoro, ma allarga le possibilità di ingresso legale di stranieri nel nostro Paese, che resta la via maestra – al di là degli strumenti tecnici scelti – per favorire l’integrazione degli immigrati. L’azione politica dell’esecutivo è, però, in contraddizione evidente con le dichiarazioni di chiusura all’ingresso di nuovi immigrati – che rispondono alle esigenze securitarie e placano le paure di una parte della cittadinanza, altro serbatoio di voti – ritenendo che sul mercato del lavoro l’offerta sia già saturata dagli immigrati presenti e dagli italiani in cerca di occupazione».
Eccola qui la confusione, voluta o involontaria che sia. Per prima cosa, il decreto Flussi non è una novità: è sempre esistito e ha consentito l’ingresso di migliaia di persone in Italia. Alcune di queste sono rimaste, altre invece – cosa molto frequente per il lavoratori stagionali – ha scelto di rientrare in patria e aspettare una successiva convocazione per tornare di nuovo in Italia. Lo conferma persino Lambruschi: «Dati recenti della campagna Ero Straniero hanno rivelato che l’anno scorso solo il 10% scarso delle domande del 120.000 lavoratori entrati con il decreto flussi nel 2023 con contratti di lavoro si è trasformato in permesso di soggiorno».
Da tutto ciò è piuttosto facile evincere come l’immigrazione di massa tramite barconi o recupero da parte delle Ong o altri non c’entri assolutamente niente con il decreto Flussi. Quest’ultimo richiama persone per lo più qualificate a cui interessa trovare un impiego e che spesso sono sempre le stesse di anno in anno, specie in alcuni settori dell’agricoltura in cui il personale deve essere esperto e formato, tanto che gli imprenditori preferiscono rivolgersi ai medesimi gruppi. Si potrebbe discutere, volendo essere tignosi, riguardo alla necessità di tutta questa manodopera straniera quando certi lavori potrebbero essere svolti da italiani, ma tant’è.
In ogni caso chi giunge irregolarmente con il barcone lo fa per i più svariati motivi, e non sempre per fermarsi qui a costruire una carriera e una nuova vita. Molti vorrebbero transitare in Italia e andare altrove e se non ce la fanno, poco qualificati come sono, finiscono a ingrossare le file dell’esercito di schiavi che opera in alcune zone della nazione, per altro note a tutti da tempo. L’agricoltura e altri settori che solitamente vengono descritti come bisognosi di braccia straniere sono in realtà automatizzati e all’avanguardia, e non necessitano più di centinaia di uomini di fatica che si spacchino la schiena nei campi. Chi se ne serve, di solito, lo fa al di fuori della legalità e non ha alcun interesse a regolarizzare i braccianti, come dimostra il fallimento delle recenti sanatorie.
Avvenire, tuttavia, sembra ignorare la realtà dei fatti e preferisce tifare per gli ingressi liberi arrivando a sostenere tesi vagamente sconcertanti. Scrive infatti che di stranieri c’è bisogno come il pane «soprattutto nei comparti interessati dal decreto Flussi, quindi l’agricoltura, il lavoro domestico e quello stagionale, che sono sempre alla ricerca di mano d’opera e che i lavoratori italiani evitano come la peste ormai da anni preferendo emigrare nei Paesi dell’Ue dove trovano paghe più alte e condizioni migliori».
Per fortuna ciò che Lambruschi afferma è solo parzialmente vero. Come dicevamo, in molti comparti gli stipendi sono piuttosto alti e le condizioni decisamente dignitose, dato che la grandissima parte degli imprenditori italiani (agricoli in particolare) è composta di persone oneste e capaci. Ma il punto è un altro. In buona sostanza il giornale dei vescovi afferma che gli immigrati servono perché ci sono lavori che gli italiani non vogliono più fare. Lavori poco pagati e sgradevoli, da svolgersi in condizioni difficili, che però gli stranieri sono disposti a fare per disperazione. Se questa ricostruzione corrispondesse totalmente al vero (e grazie a Dio, ripetiamo, non è così), non servirebbero altre ragioni per opporsi con tutta la forza possibile all’immigrazione. Questa è l’umanità del giornale cattolico? Sostenere che serva un esercito industriale di riserva disposto a lavorare per pochi spiccioli in situazioni degradanti? Chi è davvero disumano, allora? Chi vuole fermare gli ingressi e impedire lo sfruttamento o chi lo avalla fingendosi buono e accogliente?
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