- Il cancelliere austriaco incontra Viktor Orbán e i leader delle altre nazioni dell’Est. Ribadita la linea dura: è necessario presidiare le frontiere esterne al continente.
- Il premier minaccia di non partecipare al vertice Ue, dove c’è una bozza sull’immigrazione già stilata, e Berlino chiama per rassicurarlo: «È già accantonata». Parigi provoca, Matteo Salvini: «Da loro niente lezioni».
Lo speciale contiene due articoli.
In un’Europa che sembra andare in frantumi per i disaccordi sulle politiche migratorie, segno delle profonde spaccature è il «controvertice» che i quattro di Visegrad (Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia) hanno organizzato ieri a Budapest insieme all’Austria.
Il summit nasce in contrapposizione a quello di domenica prossima a Bruxelles dove si incontreranno, convocati dal presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, dieci Paesi che animeranno il Consiglio Ue fissato per il 28 e il 29 giugno prossimi: Germania, Italia, Francia, Spagna, Olanda, Belgio, Bulgaria, Malta, Grecia e la stessa Austria. Al centro, ovviamente, ci sarà la questione migranti, per la quale Juncker auspica una soluzione condivisa che scongiuri misure unilaterali, come quelle chieste dal ministro degli Interni tedesco, Horst Seehofer, sul respingimento degli immigrati registrati in altri Paesi europei. Ma il summit di Bruxelles rischia di trasformarsi nel preludio al fallimento della due giorni di fine mese: su impulso di Angela Merkel ed Emmanuel Macron, infatti, la road map era stata impostata in modo tale da affrontare soltanto il problema degli spostamenti secondari, cioè interni alla Ue, degli immigrati, ignorando i progetti di limitazione delle partenze caldeggiati dall’Italia. Una furbata che ha suscitato la reazione di Matteo Salvini e del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, il quale, minacciando di dare forfait alla riunione di Bruxelles se questa avesse dovuto ratificare un «testo già preconfezionato», ha costretto la cancelliera tedesca a cestinare la bozza avanzata con Macron.
I Paesi di Visegrad si sono sempre opposti a ogni proposta della Commissione europea e a ogni tentativo di revisione dei trattati di Dublino che implicassero l’imposizione delle «quote» di migranti da redistribuire tra gli Stati membri dell’Ue. Addirittura, l’Ungheria di Viktor Orbán mercoledì ha fatto inserire in Costituzione il divieto di accogliere immigrati economici irregolari. Alle quattro nazioni recalcitranti si è aggiunta Vienna, che con il cancelliere Sebastian Kurz ha lanciato il cosiddetto «asse dei volenterosi», che includerebbe l’Italia e il cui scopo sarebbe quello di mettere un argine alle partenze, ricorrendo ai presidi in territorio africano.
È l’idea che Conte aveva sottoposto al presidente francese Macron durante il faccia a faccia di Parigi. Il progetto prevede la realizzazione di hotspot per monitorare le richieste d’asilo, impedendo che chi non ha diritto a rimanere sul suolo europeo metta a repentaglio la propria vita, affrontando il viaggio nel Mediterraneo. In fondo, che nessuno abbia intenzione di farsi carico degli immigrati economici lo ha reso chiaro la Spagna di Pedro Sanchez, lodata dall’internazionale mediatica progressista per aver lasciato approdare la nave Aquarius a Valencia, eppure subito esplicita nel precisare che gli sbarcati avranno un permesso umanitario di 45 giorni, al termine dei quali chi non ha titolo per stare in Spagna verrà rispedito indietro.
Ma ancor più di ungheresi, polacchi, cechi e slovacchi, è proprio Kurz la figura chiave di questa delicatissima fase politica. Il cancelliere austriaco su Twitter ha fatto sapere che con i leader di Visegrad, al controvertice di Budapest, si è discusso di «lotta contro l’immigrazione illegale». E in vista della presidenza di turno del Consiglio europeo, che toccherà all’Austria per il semestre che inizia a luglio, il suo messaggio sarà recepito positivamente a Roma: «Dobbiamo mettere da parte il dibattito sulla distribuzione e concentrarci sulla protezione delle frontiere esterne», esattamente la tesi del nostro ministro degli Interni, Matteo Salvini, che evoca neppure troppo velatamente i blocchi navali.
Il «giornalista unico» insiste nell’osservare che gli egoismi di Austria e Paesi di Visegrad danneggeranno l’Italia, perché la chiusura delle loro frontiere significherà che gli immigrati dovremo gestirli da soli. Ora, nessuno crede che tra le nazioni europee viga l’altruismo; anzi, è palese che ciascuno agisca nel proprio interesse. Il punto è che la convergenza degli interessi ci rende più in sintonia con i presenti al summit di Budapest, che con i patinati partecipanti all’incontro di domenica prossima nella capitale belga. Vienna e i quattro di Visegrad non vogliono le quote, ma sono disposti a impegnarsi affinché le partenze siano limitate. Merkel e Macron, invece, ancora cercano sotterfugi che li aiutino a placare i malumori interni, come nel caso della rivolta della Csu contro la cancelliera, e forse non sono rassegnati a un’Italia che rialza la testa.
Certo, la strada degli hotspot in Africa e del pattugliamento del Mediterraneo è accidentata: la Tunisia, ad esempio, ha già fatto sapere che non accetterà alcun presidio sul suo territorio. Ma nell’Unione europea che, a dispetto del nome, risulta sempre meno unita, una via d’uscita da certi vicoli ciechi può venire soltanto da chi è pronto a far saltare il banco.
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