La Libia è nel caos, evviva. Incapaci di avere una visione complessiva delle cose che prescinda dalla mission di fare le pulci a Matteo Salvini, molti commentatori stanno seguendo le cronache che ci giungono dall’altra parte del Mediterraneo con uno strano senso di soddisfazione.
Libia in fiamme, uguale piani di Salvini che vanno a farsi friggere. E pazienza se poi sarà l’Italia, non certo il solo leader leghista, a farne le spese. Pazienza anche se questa crisi libica ci mostra l’ennesima figuraccia di quelle istituzioni sovranazionali, dall’Ue all’Onu, che invece i suddetti commentatori hanno tanto a cuore. Chi se ne frega, tanto la colpa sarà sempre e solo di Salvini.
A leggere sui social i commenti di certi opinion maker, infatti, l’unica conclusione che dobbiamo trarre da questa ennesima ventata di instabilità nella regione è che la Libia non è un porto sicuro. Quindi, niente più respingimenti. Anzi: porte sempre più aperte, per la gran massa di disperati che adesso si creerà. «Forse per dichiarare la Libia porto sicuro c’è qualche problemino … e credo che anche la Guardia costiera avrà altro da fare che andare a “salvare” migranti in mare. Bel risultato per quanti, da Minniti a Salvini, con soldi italiani, hanno lavorato alla stabilità della Libia», scrive su Twitter Alesandra Ziniti, di Repubblica. «Com’era la storia del ministro dell’Interno italiano sulla Libia “luogo sicuro”?», twitta dal canto suo Sergio Scandura di Radio radicale. Per non parlare di un Gad Lerner scatenato: «Stato d’emergenza in Libia. Italia pronta a intervenire militarmente per difendere i suoi interessi petroliferi e proseguire il blocco dei migranti? Subiamo le scelte frettolose di Minniti condivise dal successore Salvini. Basta con la demagogia della “Grande proletaria”». Insomma, se le milizie guerreggiano in Libia è colpa dell’Italia. Il che, in termini di incapacità di saper proteggere una nostra sfera d’influenza storica, è pure vero. Il riferimento alla «Grande proletaria», tuttavia, richiama il colonialismo italiano, che è roba finita 70 anni fa.
Per quello francese, che è iniziato nel 2011 e non è mai finito, non ci sono parole di biasimo. Anzi, ad Antonio Socci, che lo interrogava in proposito, Lerner ha replicato: «Nel 2011 ci fu un’insurrezione contro Gheddafi dopo 42 anni di suo regime (il doppio di Mussolini). La Francia forzò gli alleati a intervenire (governo Berlusconi compreso) quando ormai mi pareva non ci fossero alternative. Lo penso ancora». Posizione che è francamente difficile conciliare con i lamenti per il caos odierno, che proprio di quell’intervento sono figlie.
Ma torniamo alla storia dei «porti sicuri». Che i nuovi venti di guerra mandino a farsi benedire ogni possibile collaborazione con uno «Stato» libico ormai tale solo di facciata è palese. Meno chiaro è cosa ci sia da ridacchiare sotto i baffi. L’unica conseguenza possibile del nuovo caos libico è infatti una nuova ondata di sbarchi in grande stile, che andrà a vanificare tutti gli sforzi fatti sin qui per frenare almeno in parte gli arrivi. Ovviamente nel nuovo esodo ci beccheremo autentici disperati mescolati insieme con i 400 galantuomini che in queste ore sono scappati dalla prigione di Ain-Zara, nei sobborghi meridionali di Tripoli, dopo che i combattimenti fra milizie ribelli avevano costretto la maggior parte delle guardie a fuggire. I carcerati hanno aperto le porte e si sono dileguati.
E sembra di vederli, con la faccia contrita, mentre si faranno passare per poveri cristi in fuga da fame e persecuzioni. Così come sembra di vedere noi italiani che, ancora una volta, rimaniamo con il cerino in mano. Un cerino acceso da altri, ovviamente, ma che si guarderanno bene dall’aiutarci. Chi se li prenderà, questi nuovi immigrati che arriveranno? Gli altri partner dell’Unione europea, quelli che ci hanno fatto marameo finora, anche in un momento in cui gli arrivi cominciavano a calare? fa ridere anche solo ipotizzarlo. O magari ci aiuterà Emmanuel Macron, il leader globale delle sinistre liberal, quello che blinda ermeticamente il confine di Ventimiglia ma che vuole dare lezioni di moralità a tutti. Lo stesso il cui disastroso protagonismo in Libia non sarebbe estraneo al conflitto in corso, per usare un eufemismo.
O forse se ne faranno carico (chi ci crede?) organismi sovranazionali come l’Onu o l’Oim, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni. Proprio l’Onu, nell’ultimo rapporto consegnato al Consiglio di sicurezza il 24 agosto, ha lanciato l’allarme sulle torture sistematiche che avvengono nei centri di detenzione ufficiali libici. Gli stessi centri in cui, però, non c’è mica l’Italia. Ci sono loro. Ancora ad aprile scorso, l’Oim sottolineava che i migranti riportati sulle coste libiche vengono assistiti anche con cure mediche e persino con un’assistenza psicologica. Se poi quei centri sono diventati dei lager (ma attenzione alla deliberata confusione che spesso si fa tra centri ufficiali e covi clandestini di trafficanti e tagliagole), il fallimento non è (solo) dell’Italia, ma di un sistema intero. A pagarne le conseguenze, tuttavia, saremo solo noi.
Tutto questo i commentatori «autorevoli» sembrano non capirlo. Ma, a quanto pare, lo capiscono gli italiani. Varrà quel che varrà, ma secondo l’ultima rilevazione condotta da Swg per La7, la Lega si attesterebbe al 32,2%, Sopra a un M5s in calo al 28,3%. E un motivo ci deve pure essere.
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