- La maggiore indipendenza ci potrà riparare dalle stangate. Snam e De Nora al lavoro per riconvertire la rete di trasporto e potenziare la nostra capacità di conservazione.
- L’idrogeno per le industrie e la mobilità.
Lo speciale contiene due articoli
La transizione energetica avverrà soprattutto passando per l’idrogeno. A dirlo sono gli analisti del settore, ma lo suggerisce anche il grande fermento di governi e aziende che sta avvenendo intorno a questa risorsa. L’idrogeno puro è un gas non tossico invisibile e inodore, pesa meno dell’aria ed è pulito oltre che sicuro e di facile reperibilità. Per sfruttarlo come risorsa energetica è necessario separarlo e questo può avvenire in tre diversi modi. L’idrogeno «grigio» è il più inquinante perché deriva dai combustibili fossili e rappresenta il 96% dell’idrogeno presente attualmente. Esiste la possibilità di produrre un idrogeno più pulito attraverso lo stoccaggio della Co2, si tratta dell’idrogeno blu. La vera svolta si ha però con l’idrogeno verde che viene sviluppato tramite l’elettrolisi dell’acqua e quindi creato tramite energia rinnovabile.
L’idrogeno può potenzialmente raggiungere circa il 20-25% del mix energetico globale nel 2050. In quanto vettore energetico, consente anche di trasportare le energie rinnovabili su lunghe distanze evitando congestioni della rete elettrica e di stoccare grandi volumi di energia per periodi di tempo più lunghi rispetto altri sistemi accumulo. Questa peculiarità lo rende più appetibile agli occhi di quei Paesi, come l’Italia, che hanno necessità di rendersi autonomi sul piano energetico. A livello europeo la corsa è già cominciata, lo sviluppo e la diffusione delle tecnologie legate all’idrogeno rappresentano oggi un tema prioritario nelle agende nazionali e nelle politiche dell’Unione Europea. Emmanuel Macron ha appena annunciato l’avvio di «France 2030», un grosso piano di investimenti che avrà come protagonista idrogeno e nucleare. In Germania TenneT, Gasunie Deutschland e Thyssengas realizzeranno in Bassa Sassonia un impianto pilota da 100 MW di capacità, che produrrà idrogeno dall’acqua sfruttando l’elettricità fornita dai parchi eolici nel Mar del Nord.
Anche i Paesi Bassi intendono sfruttare le rinnovabili per la produzione dell’idrogeno. L’idea è di realizzare una «Hydrogen valley» con l’obiettivo di realizzare un polo tecnologico dedicato alla filiera dell’idrogeno in tutti i suoi aspetti. In Italia, un ruolo fondamentale nello sviluppo di questa risorsa lo avrà Snam, una delle principali società di infrastrutture energetiche al mondo. Il nostro Paese, infatti, anche dal punto di vista geografico, svolge un ruolo cruciale di ponte tra il Nord Europa e il Nord Africa e i gasdotti esistenti sono il modo più economico per trasportare l’idrogeno su lunghe distanze. Bloombergm nel suo report New Energy Finance, analizza come l’importazione di idrogeno verde via tubo dal Nord Africa sarà per la Germania l’opzione economicamente più favorevole. Si parla di un prezzo di approvvigionamento di un dollaro al kg entro il 2050. Decisamente più vantaggioso rispetto alla realizzazione di parchi eolici offshore o all’import di idrogeno blu via tubo o l’import di idrogeno liquido via nave dal Medio Oriente. L’ambizione italiana è quella di avere un ruolo geopolitico a livello europeo nel settore dell’energia. Ed è in questa direzione che sta lavorando Marco Alverà, amministratore delegato di Snam, che ha avviato una partnership tecnologica con De Nora, storica azienda italiana leader globale nelle tecnologie per lo sviluppo sostenibile, in particolare nei componenti per gli elettrolizzatori alcalini, acquisendone il 33%. L’Italia ha l’opportunità di diventare un hub dell’idrogeno e Snam sta lavorando per rendere le sue infrastrutture adatte al suo trasporto. Il 50% dei circa 7,4 miliardi di euro del suo piano industriale 2020-2024 è dedicato alla sostituzione e sviluppo degli asset secondo standard compatibili anche con l’idrogeno. Hanno avviato diverse sperimentazioni nella propria rete, che consentiranno di riconvertire una rete di trasporto di oltre 32.000 chilometri, associata a 13 centrali di compressione e nove siti di stoccaggio. Nello stoccaggio, sono in corso studi e sperimentazioni per valutarne la compatibilità con l’idrogeno, e a oggi è stata accertata la fattibilità di stoccare miscele fino al 2%. Stoccare l’idrogeno potrebbe consentire all’Italia di rendersi più indipendente sul piano energetico e di non dipendere quindi da Paesi vicini che, ad esempio, non hanno deciso di rinunciare al nucleare. Produrre idrogeno verde oggi costa molto di più di quello grigio ma, grazie alla ricerca, intorno al 2030 dovrebbe divenire una risorsa competitiva. Lavorare in questa direzione significherà non trovarsi più vittime di shock energetici ma, invece, diventare protagonisti di una nuova rivoluzione industriale.
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