Deserte le aste per lo stoccaggio: avanti così in inverno mancheranno le scorte. O lo Stato interviene (facendo deficit, ma Mario Draghi non vuole) o le aziende si rifaranno sulle tariffe. In parole povere: aumenteranno le bollette.
È servito a poco o nulla tenere due Consigli europei a distanza di 15 giorni per rimuovere le cause dell’eccezionale aumento dei prezzi dell’energia, che ormai dall’autunno/inverno scorso sta mettendo in difficoltà famiglie e imprese italiane. Le conclusioni rese note nella tarda serata di venerdì – al netto della pomposità della prosa – disegnano con scarsa nitidezza scenari di medio/lungo termine la cui fattibilità è tutta da verificare e non offrono alcuna soluzione di breve termine per mitigare i danni. È arrivata una sequenza di non sequitur disconnessi dai problemi, come se la crisi energetica e il contraccolpo economico delle sanzioni contro la Russia rimanessero sullo sfondo e non fossero il vero obiettivo da centrare.
Preoccupa il fatto che tra le misure di immediata esecuzione ci sia l’auspicio che «il rifornimento degli stoccaggi di gas in tutta l’Unione dovrebbe iniziare il prima possibile, tenendo debitamente conto delle misure nazionali di preparazione». Da un lato, siamo tra i Paesi con la maggiore capacità di stoccaggio e quindi un sistema solidaristico ci vedrebbe relativamente penalizzati, come spesso accade quando si parla di solidarietà in Europa. Dall’altro, questo proposito del Consiglio si scontra contro la realtà del mercato, i cui prezzi in questo momento costituiscono un forte disincentivo per gli operatori a seguire le indicazioni dei governi. A conferma di ciò, negli ultimi giorni sono andate deserte le aste per l’assegnazione della capacità di stoccaggio del gas da utilizzarsi nei prossimi mesi. L’attuale situazione dello spread tra prezzi estate/inverno – con l’anormalità dei primi più alti dei secondi – disincentiva l’abituale attività commerciale degli operatori che acquistano in estate e immagazzinano per rivendere in inverno a prezzi più alti. L’allarme era stato lanciato già all’inizio del mese con un’analisi di Carlo Stagnaro su lavoce.info e poi confermato venerdì dal sito di Huffington Post Italia, e si prospettano due soluzioni entrambe costose. L’unica differenza riguarda le tasche da cui prelevare i maggiori costi. O gli operatori, anziché pagare per la capacità di stoccaggio, vengono pagati dallo Stato per il servizio che rendono alla sicurezza delle forniture energetiche della collettività, e ciò richiede uno scostamento di bilancio tuttora negato dal governo Draghi; oppure, in modo meno trasparente, saranno essi stessi ad affogare questi maggiori costi nelle tariffe (leggi: oneri di sistema in bolletta) e il consumatore pagherà direttamente di tasca propria, senza capirci nulla. Niente male, per essere la soluzione di punta partorita a Bruxelles in questi giorni.
Per il resto, si è preferito calciare la palla in tribuna, in attesa che arrivi il «piano globale e ambizioso, elaborato in stretto coordinamento con gli Stati membri, che la Commissione presenterà a tal fine entro la fine di maggio. Si terrà conto delle circostanze nazionali e del mix energetico degli Stati membri». Quest’ultima precisazione appare l’ammissione della straordinaria asimmetria esistente tra i Paesi Ue per quanto riguarda le fonti energetiche e il loro costo; con Spagna, Italia e Grecia che stanno già scontando prezzi molto più alti rispetto ad altri Paesi del Nord Europa.
Avendo la cassetta degli attrezzi quasi vuota, i leader europei sono costretti ad ammettere che ognuno deve fare per sé, facendo ricorso al «nuovo quadro temporaneo di crisi per gli aiuti di Stato quale scostamento limitato nel tempo rispetto allo status quo». Ci si deve quindi affidare alle risorse dei rispettivi bilanci nazionali e su questo punto emerge l’abissale differenza tra il governo tedesco di Olaf Scholz – che proprio venerdì ha annunciato un secondo pacchetto di aiuti per 16 miliardi che segue un altro di analogo importo varato solo 4 settimane fa – e il governo di Mario Draghi che in tre decreti legge da inizio gennaio ha racimolato circa 14 miliardi, rinunciando testardamente alle richieste di scostamento di bilancio formulate da diverse parti politiche.
È disarmante leggere che il Consiglio europeo è ancora attardato a chiedere a Consiglio e Commissione di parlare con gli operatori del settore per «esaminare se e in che modo le soluzioni a breve termine presentate dalla Commissione (sostegno diretto ai consumatori mediante buoni, sgravi fiscali o ricorso a un “modello aggregatore/acquirente unico”, aiuti di Stato, fiscalità – accise e Iva -, massimali di prezzo, misure regolamentari come contratti per differenza) contribuirebbero a ridurre il prezzo del gas e affrontare il relativo effetto di contagio sui mercati dell’energia elettrica, tenendo conto delle circostanze nazionali». Insomma, siamo ancora al «caro amico». Tutte le soluzioni sono ancora sul tavolo, ciascuna di esse presenta costi e benefici, diffusi in modo asimmetrico tra gli Stati membri, e l’unico bene in eccesso di offerta sono le parole.
È velleitario l’invito alla Commissione a presentare «proposte che rispondano efficacemente al problema dei prezzi eccessivi dell’energia elettrica consentendo nel contempo di preservare l’integrità del mercato unico, mantenere gli incentivi per la transizione verde, tutelare la sicurezza dell’approvvigionamento ed evitare costi di bilancio sproporzionati». Insomma vogliamo tutto, subito e deve costare pure poco. Siamo curiosi di capire quale bacchetta magica dovrà sfoderare la presidente Ursula von der Leyen. A cui almeno si chiede di essere «pronta a valutare con urgenza la compatibilità delle misure temporanee di emergenza sul mercato dell’energia elettrica notificate dagli Stati membri». Dovremmo così evitare di farci bocciare come aiuti di Stato illegittimi quanto fin qui concesso dal governo Draghi.
Sul versante economico – dopo 30 anni di ubriacatura ideologica a favore di un modello economico basato sull’export e sulle catene di fornitura globali – a Bruxelles, senza fare una piega, ora puntano sulla «riduzione delle nostre dipendenze strategiche nei settori più sensibili, quali le materie prime critiche, i semiconduttori, la salute, il digitale e i prodotti alimentari e mettere in sicurezza e diversificare le catene di approvvigionamento».
Tutto molto bello. Manca solo la richiesta di scuse per aver sbagliato tutto in passato.
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