La vocazione ai palcoscenici di Marco Columbro si manifestò da giovanotto, a Viareggio. Quasi per sfida accettò di mettersi alla regia, in un concorso per giovani, di un’opera teatrale complessa di Eugène Ionesco, La cantatrice calva. La rappresentazione vinse il primo premio. Non fu un caso.
Dopo un provino fece gavetta ed esordì in Rai peraltro senza mai scordare il teatro. Poi incontrò Silvio Berlusconi, alla caccia di talenti per la nascente Canale 5. In studio lo mise personalmente alla prova. Il Cavaliere rimase colpito dalla sua comunicativa, ideale per catturare il pubblico, complice quel baffo birichino. Divenne così conduttore e volto popolare e amato di un susseguirsi di programmi che fecero traballare l’audience Rai.
La televisione di oggi e gli esordi
Immagino che guardi la tv…
«Faccio un mio palinsesto. Vedo film, documentari, non guardo le tv generaliste, Rai, Mediaset, non me ne frega niente».
Ammetti che un’occhiata anche al varietà la dai!
«Mah, ogni tanto capita di veder qualcosa, sì…».
E quando ti capita cogli cambiamenti rispetto alla tua tv?
«Non colgo grandi cambiamenti. C’è sempre Gerry Scotti che fa il suo programma con professionalità e intelligenza. Ma per fare il conduttore le chiavi sono quelle, lavorare sull’ironia anche sui vip, facendo loro da spalla o viceversa. Si tratta di essere sciolti e divertire. Ho visto cose piuttosto buone».
Tuttavia i volti noti non possono essere eterni, chiaro. E c’è il rinnovamento generazionale, anche nel pubblico.
«Infatti mi chiedo sempre perché Rai e Mediaset non portano avanti dei giovani, uomini e donne, ragazzi e ragazze, facendoli iniziare il mattino, poi il pomeriggio e poi la sera, come ho fatto io che iniziato al mattino. Fare la gavetta e poi impadronirsi del pubblico».
Presentatore e attore teatrale. Era la doppia strada della tua vita.
«Ho iniziato la cosa un po’ per scherzo, poi sono rimasto a Milano. Iniziai a lavorare in Rai e anche a teatro. Non mi sono posto tanto il problema. Volevo fare l’attore in teatro o in televisione».
Partenza in Rai nel 1974. Poi, inizio anni Ottanta, passasti a Fininvest. Come avvenne il passaggio?
«Mi chiesero di dare la voce a un gruppo di pupazzi per una tv privata, all’epoca Tele34, nata da alcuni mesi a Milano. Feci questa trasmissione con loro. Poi nacque un pupazzo, “Five”, che doveva essere la mascotte di Canale 5. Dissi “non do la voce a nessun pupazzo, voglio fare teatro”. Poi mi convinsero, conobbi Berlusconi e andai a Canale 5. Disse “ti faremmo fare un programma alle 8 e mezza”. “Di sera?”. “No, del mattino”. “Chi ci guarda il mattino?”. Rispose “ci guardano i pensionati, le casalinghe, i malati, chi non va a scuola…”. Poi portarono la cassetta di Good Morning America, un programma che facevano da 30 anni negli Stati Uniti, la mattina. Così nel 1981 nacque Buongiorno Italia. Con Antonella Vianini, che ci ha lasciato, lanciavamo le rubriche e facevamo degli sketch, alla fine Mike faceva Bis e poi Corrado Il pranzo è servito. Dopo un anno 1 milione di ascolto. Tant’è che la Rai fece il programma del mattino con la Carrà, il fiasco di tappi e si vincevano 500.000 lire. Facemmo cambiare il palinsesto della Rai».
Il primo incontro con Berlusconi
E il tuo primo incontro con il Cavaliere?
«Fu un incontro pazzesco. Ci andai con una certa supponenza, di attore teatrale. Mi ero scocciato di fare la voce dei pupazzi. Berlusconi stava facendo la regia di Augusto Martelli. Scende, dà la mano a tutti. Io sempre con un’aria da presuntuoso. “Chi fa la voce?”. “La fa lui” disse, “l’attore, Marco Columbro”. “Che voce vuole che le faccia? Ho degli impegni, devo andare”. Si accorse che ero un po’ stronzo. Lui disse “la voce deve essere petulante, di donnaiolo, spiritoso ma perdente”. Io “va beh, vado a casa e la provo”. Lui mi prese sottobraccio “no no, lei un attore, questa voce me la fa adesso”. Ma non avevo un copione, non sapevo che voce fare. Mi sedetti in quinta col monitor, i ragazzi si vestivano da pupazzi. Berlusconi mi guardava dallo studio e sorrideva. Il direttore fa “5-4-3-2-1 via!”. Mi esce una voce ma che dico? Mi rivolgo al maestro Martelli e comincio a dire le cose più truci, a offenderlo, “ha le mani che sembrano due carciofi, è un carciofone”. E Berlusconi rideva come un matto. Allo stop arriva e mi dice “perfetta, è questa la voce che volevo, complimenti, bravo”. “Carciofone” a Martelli, con cui poi mi scusai».
Come proseguì il rapporto con lui?
«Ci siamo dati del tu subito, era un rapporto più fraterno che da sottomesso. Vent’anni insieme abbiamo lavorato. Un’amicizia bellissima. Ho il ricordo di un uomo di grandi intelligenza – sapeva capire le persone al volo – fascino, umanità e generosità. Ti dava qualsiasi cosa gli chiedessi se dimostravi di fare bene il tuo lavoro, se eri corretto e coerente. Per questo, dai tecnici ai vip, gli volevamo tutti bene. Lavorava tutto il giorno con noi, già dalle 6 del mattino. Veniva allo studio 2, nelle “catacombe” di Canale 5, i sotterranei, con un personaggio tipo Johnny Dorelli e ci diceva “vi divertite?” “e io prima vi pago”. Poi “ragazzi, venite qua!”. “Facciamo famiglia, restiamo uniti perché prima o poi batteremo la Rai”. Noi pensavamo “è matto”. Ma aveva una visione molto più ampia della nostra. Era un sognatore e realizzava i sogni. E alla fine la Rai l’abbiamo battuta. Nella prima puntata di Buona domenica, del ’92, con Lorella Cuccarini, Publitalia ci vendeva al 12% ma facemmo il 22% di share battendo Baudo che fece il 21 e perdemmo miliardi. E l’abbiamo sempre battuto finché lui, grande marpione, mise insieme gli ascolti di Domenica in con quelli di 90° minuto e ci batté di 3 punti, ma era un lordo non un netto».
La discesa in campo e la politica
La sua discesa in campo attraverso il celebre messaggio televisivo di 9 minuti del 26 gennaio 1994. Come la ricordi?
«Ricordo che la sera ero a cena con lui nella villa di Arcore. Mi disse “Marco, se voglio cambiare le cose in Italia e salvare la mia azienda devo scendere in campo”. Io: “Con tutte queste persone che ti odiano se ti metti in politica scendi in un mare di squali, te la senti?”. Rispose, un po’ amareggiato: “Non posso fare diversamente”. Dovette un po’ forzare il suo modo di essere. Era convinto di poter fare le cose senza pensare all’opposizione che io penso dovrebbe essere cooperazione, non mettere i bastoni tra le ruote ma fare proposte».
Che ruolo ha avuto la magistratura nell’ostacolarlo?
«Credo che quello che hanno fatto a Berlusconi non l’hanno fatto a nessun politico».
Hai sempre votato per lui?
«Ho sempre votato per lui e gli devo molto».
Il suo rapporto con le donne…
«Un uomo della sua posizione è chiaro che avesse la possibilità di incontrare belle ragazze ma nella politica italiana, se andiamo a vedere, abbiamo avuto di tutto di più e nessuno ha mai detto nulla. E allora come mai per Berlusconi sono andati a spulciare anche a casa sua? Saranno cazzi suoi. Dietro c’era una grande invidia».
Qual è stato il personaggio che visse con più tormento il passaggio da Rai a Mediaset? Pippo Baudo?
«Penso proprio di sì. Venne a Mediaset convinto di fare proprio quello che faceva in Rai. Ma c’era un proprietario, un editore cui doveva dar conto, che aveva occhi ovunque. Un aneddoto. Baudo arriva per un programma, La giostra. All’epoca facevo Tra moglie e marito. Dico a Baudo: “Vorrei fare Tra moglie e marito vip, per scoprire la vita di coppia dei vip”. Lui: “Non mi piace, no no, cosa vuoi che sia?”. Chiamai Silvio: “Il tuo direttore artistico mi ha risposto così”. Rispose: “Marco, ricordati che qui l’unico direttore artistico sono io. È una bella idea. La farai”. E infatti l’ho fatta. In Rai Baudo poteva fare quel che voleva».
La spiritualità, la malattia e la vita di oggi
Il tuo rapporto con la spiritualità…
«Non sono buddista né legato ad alcuna religione. A fine ottobre uscirà un mio libro per Macro Edizioni Il risveglio di Parsifal. Vivere una vita nel gregge come pecora o essere consapevoli. Ossia abbandonare il dogmatismo-fideismo di qualsiasi tipo per diventare consapevoli che siamo degli eden, esseri divini, eterni e multidimensionali».
Quel problema di salute che ti accadde nel 2001 e superasti ottimamente cambiò qualcosa nella tua visione della vita?
«In fatto di ricerca spirituale avevo già le idee chiare dal ’79. Chiaro che è cambiato qualcosa in me perché un ictus con 25 giorni di coma non è acqua fresca. La vita è una scuola per essere consapevoli della nostra divinità. Ma questa esperienza ha confermato ciò che già sapevo».
Riprendesti a fare televisione ma poi fosti un po’ ignorato. Facesti presente la cosa a Berlusconi?
«Lo sentii nel 2006. Mi disse di aver parlato di questo con vari dirigenti Mediaset ma non mi chiamarono. Era troppo impegnato politicamente e non gli dissi niente, non volevo rompere le scatole».
Oggi dove vivi?
«Vivo vicino a Milano 3 con la mia compagna Marzia, sto benissimo, nel verde. Con lei e una sua socia gestiamo un albergo in Val d’Orcia, un ex monastero olivetano del XIV secolo che ho ristrutturato negli anni Novanta, c’è il rumore del silenzio».
Per te fare l’attore, ancor oggi…
«Per me fare l’attore è la cosa più divertente, l’ho fatto per 10 anni a Mediaset. Nel ’94 ripresi il teatro con Lucio Ardenzi che mi chiamò. Facemmo Twist con Mariangela D’Abbraccio e Lauretta Masiero. Vincemmo il Biglietto d’Oro, sempre sold out. Per primo feci Tootsie nel quale devi fare la donna, non la sua parodia, una sensibilità che prima dell’ictus non avevo, m’ispirai a Dustin Hoffman. Ora in teatro vorrei fare La pantera rosa, il personaggio di Clouseau, sarebbe il massimo».
Ricordando Ionesco e il teatro dell’assurdo, la tv, con i suoi personaggi fatti di etere, costituisce uno degli assurdi del quotidiano?
«La cosa più assurda mi è capitata 25 anni fa. Ero per strada con un mio amico. Arriva una signora con una bimba di 7 anni. Le dice “guarda, c’è Marco Columbro…”. E la bimba mi fa “come hai fatto a uscire dalla televisione?”».
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >