minerva netflix
Una foto di scena della serie in onda su Netflix «Minerva» (Ansa/Netflix)

Per costruire una serie televisiva ambientata in una scuola militare sono sufficienti i soliti ingredienti. Basta prendere tutto ciò che nell’immaginario collettivo circonda il mondo delle divise, mescolarlo con le inquietudini dell’adolescenza e aggiungere una dose generosa di segreti, rivalità e rapporti di forza. Il tutto q.b., come si legge nei libri di ricette: quanto basta.

Mischiate tutto e otterrete Minerva, la produzione Netflix che utilizza il contesto di un liceo militare napoletano come sfondo per un racconto nel quale la crescita personale passa soprattutto attraverso lo scontro.

Una formula che può funzionare sul piano dell’intrattenimento, ma che solleva una questione quando la finzione finisce per sovrapporsi alla realtà: davvero la formazione militare si riduce a questo? La risposta, se si guarda alla storia e alla funzione della Nunziatella, il corrispettivo del liceo militare napoletano della serie tv, è no.

L’istituto, fondato nel 1787, non è un collegio nel quale la sopraffazione rappresenta un passaggio obbligato verso l’età adulta. È un’istituzione educativa nella quale la preparazione scolastica si accompagna alla disciplina, alla responsabilità individuale e alla formazione del carattere.

Ridurla a un ambiente dominato dal nonnismo significa adottare una chiave di lettura che privilegia il sensazionalismo rispetto alla comprensione. E pure alla realtà. Certo, atti di nonnismo ci saranno stati pure lì nel corso degli anni, anzi dei secoli. Sarebbe una difesa pregiudiziale, oltre che poco credibile, dire che non ci siano mai stati.

Il punto è però un altro: un conto sono i fatti sporadici, un altro la loro sistematizzazione. Che Minerva presenta in modo quasi ossessivo.

Lì il conflitto diventa uno dei principali motori della narrazione. Anzi: l’unico. I rapporti tra gli allievi, le differenze di carattere, le fragilità personali e le dinamiche di gruppo vengono inseriti in un universo nel quale la gerarchia sembra trasformarsi continuamente in uno strumento di pressione.

È una scelta narrativa scontata. La solita minestra riscaldata quando una produzione si trova a trattare il mondo militare. Certo, in televisione il conflitto produce tensione, alimenta la curiosità e permette di costruire personaggi immediatamente riconoscibili.

Il problema nasce quando questo meccanismo finisce per occupare quasi tutto lo spazio disponibile, lasciando sullo sfondo proprio la funzione educativa dell’istituzione.

Il nonnismo, in questo schema, diventa una scorciatoia. Evoca immediatamente un mondo di prove da superare, ordini da eseguire, umiliazioni da sopportare e gerarchie informali da rispettare.

È un immaginario consolidato, che il cinema e la televisione hanno utilizzato a lungo, e con un’insistenza parecchio morbosa, per raccontare caserme, collegi e ambienti chiusi.

Ma un cliché, per quanto efficace, non è una spiegazione. E soprattutto non può essere assunto come descrizione attendibile di una scuola reale soltanto perché la fiction ne richiama la tradizione.

E questo pare che dalle parti di Netflix non lo abbiano capito. Il nonnismo non è una forma superiore di disciplina, né una prova necessaria per temprare il carattere.

È una degenerazione dei rapporti tra persone, nella quale l’anzianità viene utilizzata per ottenere obbedienza attraverso la paura o l’umiliazione.

Non educa alla responsabilità: insegna semmai che il potere consente di imporre agli altri ciò che non si sarebbe disposti ad accettare da chiunque. È esattamente il contrario di un modello formativo fondato sul rispetto delle regole.

La gerarchia militare, nella sua accezione più seria, risponde a una logica differente. Stabilisce responsabilità, assegna compiti e individua chi deve rispondere delle proprie decisioni. Non conferisce a chi occupa una posizione superiore il diritto di mortificare chi si trova in una posizione subordinata.

Un superiore autorevole non è quello che riesce a farsi temere, ma quello che sa ottenere rispetto attraverso l’esempio, la competenza e la coerenza.

È una distinzione che può sembrare elementare, ma che una rappresentazione televisiva costruita intorno alla sopraffazione rischia di rendere meno evidente. La Nunziatella, con la sua storia plurisecolare, offre proprio per questo un terreno narrativo molto più ricco del semplice repertorio dei soprusi.

Il rapporto tra individuo e collettività, il confronto con le proprie fragilità, il senso del dovere, la capacità di accettare una regola e il significato della responsabilità sono temi che appartengono alla formazione militare e che possono generare conflitti autentici senza bisogno di trasformare ogni rapporto in una prova di forza.

Anzi, è proprio in questi passaggi che una storia ambientata in una scuola militare potrebbe distinguersi dal consueto racconto adolescenziale.

Non occorre idealizzare la Nunziatella per riconoscere questa differenza. Nessuna istituzione è al riparo da comportamenti individuali sbagliati e sarebbe scorretto affermare, senza riscontri verificabili, che episodi di nonnismo non possano mai essersi verificati.

Ma altrettanto scorretto sarebbe dedurre dalla rappresentazione di una fiction che quelle dinamiche costituiscano la norma. La serie racconta personaggi e situazioni funzionali alla propria trama; la scuola reale ha una storia, un ordinamento e finalità educative che non possono essere giudicati sulla base di una sceneggiatura.

È qui che si misura il limite di Minerva. Un’occasione mancata. Non tanto per la Nunziatella, che non ha bisogno di pubblicità. Ma per Netflix. Che avrebbe potuto raccontare, se non la verità, almeno un po’ di realtà.

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