I big mollano Sig. Le grandi firme del giornalismo scaricano Ranucci. Corrado Formigli e Michele Santoro sono gli ultimi due in ordine di apparizione. Due portabandiera del telegiornalismo d’inchiesta, mica due scribacchini al soldo delle destre o del governo Meloni.
Ma la lista è lunga, padri nobili dell’informazione hanno criticato la sua condotta. Corrado Augias ha parlato di «ingenuità». Giovanni Minoli, inventore con Milena Gabanelli, di Report, ha sottolineato la necessità di mantenere la giusta distanza dalle fonti, «se invece l’obiettivo è ottenere un risultato a qualunque costo, allora la distanza scompare». Accuse piovono anche da importanti colleghi che lavorano al programma e chissà cosa accadrebbe nella redazione se, con l’aiuto dei giudici, l’ormai ex conduttore riuscisse a riprenderne il comando.
«Penso che Sigfrido abbia sbagliato nello stringere un rapporto così stretto con una persona come Lavitola. Ha finito per mettere in imbarazzo la sua squadra»: è il giudizio di Formigli che riparte stasera con Piazzapulita su La7. A proposito della squadra, critiche inequivocabili sono arrivate da Giorgio Mottola, storico inviato e stretto collaboratore del conduttore di Report, ospite di diMartedì di Giovanni Floris: «Ranucci ha commesso un peccato di ingenuità, ha costruito questa relazione con Lavitola che fin da subito noi inviati abbiamo definito “inopportuna e inappropriata” perché va ben oltre il rapporto con una fonte. E finora, Ranucci non ha preso le distanze da Lavitola, ma neanche ha espresso parole di censura nei confronti del suo attentatore». Sentenza molto simile a quella pronunciata un paio di sere fa da Santoro che negli studi di Lo stato delle cose di Massimo Giletti aveva definito «imperdonabile» il comportamento dell’ex conduttore di Report. «Il punto è che dopo che è emerso che Lavitola era reo confesso dell’attentato, Ranucci non ha preso le distanze da Lavitola. Questa cosa è imperdonabile, imperdonabile», ha ribadito Santoro. «Andare a mangiare nel ristorante di Lavitola non è una colpa, essere amico di qualcuno che è stato punito per qualche reato non è una colpa. Ma non ci può essere un’amicizia a prova di bomba», ha proseguito l’ex conduttore di Servizio pubblico. «Non ci può essere un’amicizia che supera il fatto che tu hai fatto una roba che fa la mafia, che fa la camorra. Io, se anche io e te siamo amici e tu mi fai un attentato di questo tipo», ha concluso, rivolto a Giletti, «io ti mando affanc…, chiaro? Senza mezzi termini».
Formigli, Mottola, Santoro: a proposito di amicizie, più o meno fraterne, è il caso di dire che per il povero Sig il fuoco amico si sta trasformando in un incendio. Un rogo che continua ad ardere. Tra i primi a criticare il successore di Milena Gabanelli era stata Selvaggia Lucarelli a Ferragosto: Ranucci ha «la tendenza a raccontarsi come bersaglio per le sue inchieste», scrisse nella sua newsletter Vale tutto in dissenso con la difesa monolitica del conduttore attuata dal Fatto quotidiano. «Se contesti un servizio di Report, rischi di essere rappresentato non semplicemente come qualcuno che ne discute metodo e contenuti, ma come parte di quel sistema di pressioni dal quale Report deve essere difeso. Insomma, un suo nemico. Sicuramente di destra». Poi Lucarelli si era soffermata sulla contraddizione tra il presunto caso di Metoo scoppiato nel 2021 nella redazione con accuse di molestie, mobbing e rapporti sessuali, subito negati da Ranucci, e i racconti di relazioni con fonti e stagiste contenuti nella sua autobiografia e poi derubricati a «brani romanzati». «Ma non era un’autobiografia rigorosa», si era chiesta la giornalista, prima di concludere che «Report non è la Bibbia e Ranucci non è Dio». Pochi giorni dopo ci aveva pensato Roberto Saviano con un video su YouTube a mettere il carico pesante facendo intendere che Sig non è all’altezza del tanto sbandierato giornalismo d’inchiesta: «Un giornalista d’inchiesta vive di relazioni impresentabili, parla con i pentiti, cena con i faccendieri… la fonte non si sceglie mai tra le anime belle, si sceglie tra chi sa le cose. E chi sa le cose spesso è fango». Il problema tra Ranucci e Lavitola è «che non c’è distanza, non c’è diffidenza, non c’è il sospetto come igiene professionale verso la fonte». Così «la fonte diventa amica e Ranucci è raggirato». Lusingato e adulato dal faccendiere e «amico fraterno» che gli girava i messaggi dei fan: «Milioni di italiani ti vogliono alla guida del Paese».
Il giudizio più netto però è quello formulato ieri da Formigli, intervistato da Repubblica: «Se tu attacchi il potere, col giornalismo, non devi metterti in condizione di farti attaccare, di far attaccare la tua redazione. Devi rimanere libero. Servirebbe una riflessione su questo». Che però non c’è stata, perché ha prevalso «il tifo, pro o contro. Ma così si sfugge alla complessità della vicenda e anche alle responsabilità che abbiamo noi giornalisti verso il pubblico. Anche a sinistra», allarga le responsabilità il conduttore di Piazzapulita, «c’è stato troppo silenzio». Già, troppo. Sul tema, la segretaria del Pd Elly Schlein è ferma alla dichiarazione fatta nel suo intervento al congresso del Pse ad Amsterdam (18 ottobre 2025) quando, dopo aver solidarizzato con Ranucci, aveva fatto intendere che l’attentato era frutto del clima creato dal governo: «La democrazia è a rischio e la libertà di stampa è a rischio quando l’estrema destra è al governo», aveva scandito. Da allora si attendono ancora rettifiche e scuse.
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