«Signore e signori, buonasera», camicia bianco abbagliante, barba pepe-sale e un imbarazzo affilato come la lama di un rasoio, immaginiamo il momento del ritorno in video il 24 novembre prossimo di Sigfrido Ranucci dopo l’estate calda dell’inchiesta sui «proiettili d’amore» di Valter Lavitola, delle rivelazioni sulla discesa in campo (largo) e di tutto il resto.
Vedremo che cosa accadrà dopo che Giampaolo Rossi, ad Rai, avrà valutato la relazione consegnata ieri dal Comitato etico e che rimarrà secretata, come già accaduto in passato. Le valutazioni del Comitato, filtra dai piani alti della tv pubblica, non determineranno automatismi nella scelta editoriale riguardo la conduzione del programma.
Ai vertici c’è forte contrarietà per il danno reputazionale e preoccupazione per le ripercussioni sugli investimenti pubblicitari. E si seguono con attenzione e insofferenza gli sviluppi dell’inchiesta giudiziaria. Difficile credere alla favola dell’attentato finalizzato a innalzare la protezione al giornalista. E accontentarsi del «no comment» opposto dall’avvocato di Lavitola alla domanda se Ranucci fosse a conoscenza della macchinazione del mandante-faccendiere.
Nell’attesa delle decisioni di Viale Mazzini vien da chiedersi con quale faccia potrebbe ripresentarsi al suo pubblico il conduttore di Report. Quella del frequentatore del bistrot Cefalù gestito dal faccendiere pluricondannato e suo confidente? Quella del mancato candidato premier di centrosinistra sul quale il solito Lavitola aveva testato, con la consulenza di importanti opinionisti, il potenziale consenso? Quella del focoso amante di fonti e collaboratrici? Quella di rivelatore, sempre a una fonte amica, della presenza in Rai di sacche di mafia e massoneria? O, infine, quella del giornalista che si paragona ai padri della patria Aldo Moro, Piersanti Mattarella, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, uccisi da Cosa nostra e dalle Br? Si sa, la tv trasforma le persone, modifica l’autopercezione di chi la frequenta, provocando un distacco dalla realtà che favorisce deliri d’onnipotenza. Tanto più se si frequentano adulatori interessati.
Il futuro di Report senza Ranucci
Ai piani alti della Rai si studia come salvare un marchio storico fondato nel 1994 e condotto per 22 anni da Milena Gabanelli. La quale ha già declinato l’invito a riprenderne le redini. Tra le ipotesi più accreditate c’è quella dei «due consoli», Giorgio Mottola e Giulio Valesini, che garantirebbero continuità e sarebbero un riconoscimento del valore della redazione. Altri nomi ricorrenti sono quelli di Maria Cuffaro del Tg3, e di Alessio Zucchini, conduttore del Tg1. Rimbalzano anche le ipotesi di Massimo Giletti (Lo stato delle cose), Federico Ruffo (Mi manda Raitre) e Sabrina Giannini (Indovina chi viene a cena), ma in questi casi si scoprirebbero altre caselle.
L’ultima ipotesi, trasformare Report nel nuovo Tv7, solo servizi senza conduttore, comporterebbe spostarlo in seconda serata. Tra le varie soluzioni la meno probabile sembra un Sigfrido Ranucci reoladed. Non è facile ricostruire la verginità televisiva dell’ex principe del giornalismo d’inchiesta. Se si volesse farlo a tutti i costi verrebbe da pensare che i dirigenti Rai hanno un basso concetto del servizio pubblico e dei telespettatori di Report. È il caso di escluderlo e di ammettere che gli errori di Ranucci, a prescindere dalle insistenze per la sospensione di Matteo Salvini e dalla strenua difesa degli esponenti dell’opposizione, non possono non avere conseguenze sul futuro del programma.
Le ipotesi per la nuova conduzione
Certo, nella storia della televisione italiana si è già visto di tutto: da Michele Santoro che abbandona il seggio di europarlamentare dell’Ulivo per riprendere il microfono di telepredicatore e di conduttore di Annozero su Rai 2, alla collega Lilli Gruber che lascia in anticipo Bruxelles e approda a Otto e mezzo di La7. Mai, però, si sarebbe visto riprendere da dove aveva lasciato un conduttore che ha carezzato l’idea di candidarsi premier dello schieramento avverso al governo che per anni ha bersagliato, in modo monocorde, con il suo programma. Se ciò accadesse, più che nel mondo del giornalismo d’inchiesta, ci troveremmo dentro uno show di cabaret.
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