igfrido Ranucci lo aveva annunciato l’altra sera a Favignana, quasi fosse una premonizione, a margine della presentazione del suo libro Navigare senza paura: «Potrebbe essere la mia ultima uscita come conduttore di Report».
Così è stato. Ieri pomeriggio, infatti, la Rai ha comunicato che, alla guida del programma di inchiesta, non ci sarà più l’«amico fraterno» di Valter Lavitola, il quale verrà sostituito da Giulia Presutti (prima classificata nella selezione Rai) e Daniele Piervincenzi. Presutti, negli ultimi anni, è cresciuta nella squadra di Report (dal 2017 a oggi). È quindi un’interna, che dovrebbe rappresentare, nelle intenzioni della dirigenza della tv di Stato, una certa continuità nel programma. Piervincenzi, invece, è stato inviato e conduttore di programmi come Nemo – Nessuno escluso e Popolo sovrano, coprendo soprattutto temi sociali, criminalità, periferie e realtà territoriali. Nel 2017, durante un’inchiesta a Ostia, ricevette pure una testata sul volto da un membro del clan Spada. Saranno quindi Presutti e Piervincenzi a traghettare Report in questa nuova fase che, come è ovvio che fosse, inizia in salita.
La rivolta degli inviati di Report
Gli inviati storici della trasmissione, infatti, non appena è uscita la notizia della rimozione di Ranucci hanno pubblicato un comunicato in cui hanno definito la decisione della Rai «inaccettabile per il metodo, dal momento che l’azienda ha rifiutato qualsiasi interlocuzione con la squadra in queste settimane facendoci apprendere la scelta dalle agenzie, e nel merito, dal momento che le figure scelte non sono in alcun modo rappresentative della storia e dei valori di Report». E questo nonostante la Presutti sia un membro della squadra da tempo. Gli inviati hanno fatto poi sapere che, «dal momento che l’intenzione dell’azienda sembra quella di voler distruggere la storia e l’integrità della trasmissione, su un evidente mandato politico, annunciamo che, nel caso in cui la Rai non intenda tornare sui propri passi, abbandoneremo in blocco il programma». Abbiamo provato a parlare con la redazione di Report chiedendo se davvero sia disposta a dimettersi in blocco, al di là delle minacce, ma non abbiamo ricevuto alcuna risposta in merito. Giulio Valesini e Bernardo Iovene, storici inviati di Report, hanno subito dichiarato di rifiutare «la proposta avanzataci dalla Rai di ricoprire il ruolo di capi autore di Report», aggiungendo che «nel pomeriggio di oggi al direttore degli Approfondimenti Paolo Corsini era stata data una disponibilità di massima a collaborare al nuovo corso del programma, ma non erano stati comunicati i nomi scelti, che abbiamo appreso solo dalle agenzie».
Ranucci prepara la battaglia legale
Una posizione chiara è arrivata dall’avvocato di Ranucci, Roberto De Vita, il quale, poco dopo la notizia della rimozione di Sigfrido dal programma, ha affermato che «la decisione della Rai condanna la vittima di un attentato, Report e l’indipendenza dell’informazione pubblica. Sigfrido Ranucci, per adesso, non condurrà Report ma condurrà la più importante battaglia per la difesa della libertà del giornalismo d’inchiesta, in ogni sede». Come a dire: le proposte fatte a Ranucci (Tg3, Rainews e una corrispondenza) verranno rigettate. Ci sarà una battaglia legale senza esclusione di colpi. Come confermato dallo stesso Ranucci in un post diffuso sui social: «Sono venuto a conoscenza dall’Ansa che la Rai mi ha sospeso dalla conduzione di Report. Il motivo è che avrei messo a repentaglio la credibilità di Report in seguito ai 2.800 articoli in due mesi fatti dai giornali del gruppo Angelucci e comunque di governo, anche da parte del fuoco amico della Rai. Cioè da coloro che sono stati ringraziati ieri da Mollicone per aver sollevato “cunei d’ombra” sul sottoscritto. Il gioco è fatto. Al mio posto sono state scelte due persone che mortificano le professionalità che per 30 anni hanno fatto la storia di Report e del servizio pubblico. Il mio non è un addio, non condurrò Report ma condurrò la battaglia più importante della mia vita per la libertà di stampa, lo farò per i miei figli e per i vostri, mi rifiuto di lasciare alle future generazioni questo mondo mostruoso, governato da persone mostruose e vigliacche che non tollerano il giornalismo libero e i magistrati indipendenti. Vi voglio bene, grazie per la vostra passione e dedizione che mi ha accompagnato per 30 anni». Il post, come ormai è abitudine, rilancia poi gli appuntamenti delle presentazioni dell’autore. Perché va bene denunciare, ma non dimentichiamoci che ci sono pure delle sale da riempire. Gongola invece Paolo Zampolli, inviato speciale del presidente americano Donald Trump, che parla di «conclusione inevitabile visto quello che è emerso in questo periodo sui reali interessi di Ranucci nel modo di condurre le inchieste»
Le reazioni politiche alla rimozione
La rimozione del conduttore di Report ha innescato reazioni politiche. Alessandro di Majo, Davide Di Pietro e Roberto Natale, consiglieri di amministrazione Rai, hanno parlato di un «colpo durissimo a una delle trasmissioni d’inchiesta più importanti e seguite del servizio pubblico». E di una «scelta grave e dissennata». Per Elly Schlein, «la destra ha ottenuto il suo obiettivo dopo anni di attacchi a Report e al suo conduttore. Telemeloni non ha nemmeno aspettato che i magistrati facciano luce sulla vicenda. Ciò dimostra che l’obiettivo era far saltare Report».
In realtà, come fanno sapere i vertici Rai, questa decisione serve a preservare «il valore del giornalismo d’inchiesta, da sempre elemento distintivo dell’offerta informativa del Servizio pubblico», che risiede «nella credibilità e nell’autorevolezza che solo una piena indipendenza editoriale e un’imparzialità rigorosa possono assicurare». Forse, la persona che ha espresso la posizione migliore in questa vicenda è l’ideatrice del programma, Milena Gabanelli, che, contattata dall’Adnkronos, ha detto: «Lunga vita a Report». I conduttori passano, perfino se si chiamano Sigfrido Ranucci. I programmi invece restano.
«Istruzioni prima del sopralluogo. La bomba ce l’ha portata Tavares»
«La bomba ce l’ha fatta avere Tavares». È il senso di una delle frasi pronunciate durante gli interrogatori di giovedì a Rebibbia, per ora in fase di trascrizione e non ancora depositati, e che sposterebbe un pezzo dell’inchiesta sull’attentato a Sigfrido Ranucci. Pellegrino D’Avino e Antonio Passariello, interrogati dal pm Edoardo De Santis sulla base dei capi d’accusa, non si sarebbero limitati a indicare Gomes Clesio Tavares come chi li aveva reclutati: la bomba, sostengono, l’avrebbe procurata proprio lui. E aggiungono un particolare temporale: «Incarico a ottobre. Prima del nostro sopralluogo». Ovvero tra quello che gli inquirenti attribuiscono a Gomes e al mandante Valter Lavitola, avvenuto il 15 settembre 2025, e quello effettuato da Gomes con il commando, che l’accusa fa risalire al 10 ottobre. Sei giorni dopo, alle 22.17, l’esplosione.
Le chat prima del sopralluogo
Le vecchie chat consentono di restringere la finestra. Il 7 ottobre, tre giorni prima del sopralluogo, è Tavares a prendere l’iniziativa con D’Avino: «Ma quel fatto lo andiamo a vedere domani sera, sì o no?». D’Avino sembra sapere già di cosa si stia parlando e risponde che è disponibile, ma pone un problema logistico: «Io non posso venire con la mia macchina». Poi propone di utilizzare quella di Gomes oppure, aggiunge, «se questi (riferito ai mandanti, ndr) ti affittano una macchina meglio ancora». Poi aggiunge: «Andiamo un attimo e ci andiamo a fare una camminata. Fammi sapere». A tre giorni dal sopralluogo, quindi, l’operazione era già in fase organizzativa. Se dunque l’incarico, come sostengono ora gli arrestati, arrivò «a ottobre» e «prima» del loro «sopralluogo», il 7 ottobre D’Avino sembra averlo già ricevuto. E il compenso probabilmente era anche già stato pattuito: «3.000 euro», affermano nei nuovi interrogatori gli indagati (il dettaglio era già emerso ieri).
Quella stessa cifra era già emersa nelle conversazioni private del commando: «Tu non sapevi niente, tu sei andato a mettere ’sta cosa per 3.000 euro…». Fin qui i riscontri facili da recuperare. Poi, però, le nuove dichiarazioni puntano a riscrivere un altro pezzo della storia. Nell’ordinanza che ha portato in carcere gli uomini del commando, il compito di «procurarsi l’ordigno esplosivo» era stato attribuito proprio a D’Avino. Passariello avrebbe recuperato la Fiat 500X usata per raggiungere il posto, Saverio Mutone avrebbe invece trasportato, posizionato e fatto deflagrare l’esplosivo. E gli investigatori ritenevano anche che D’Avino sapesse davvero come cercarla una bomba. Il 25 febbraio 2026, quattro mesi dopo l’attentato, viene intercettato mentre tratta con un certo Massimo per ottenere materiale esplodente. L’uomo gli dice di aspettare perché «il fuochista non c’è» e promette: «Mi dà il materiale e io te la faccio». D’Avino risponde: «Me la fai bella come sai tu, ne fai due belle, belle!». Poi rilancia: «Ne puoi fa’ pure una sola grossa». E chiude con una frase che gli investigatori traducono così: «Dobbiamo buttare giù i palazzi». Il gip usa l’episodio per descrivere D’Avino come «dedito all’approvvigionamento di esplosivi da utilizzare in azioni illecite». Ma si tratta di conversazioni successive all’attentato a casa di Ranucci.
La versione concordata per il depistaggio
Se si prendono quelle precedenti, quando nessuno degli indagati sapeva di essere intercettato, invece, emerge un altro passaggio interessante. Il 12 aprile scorso D’Avino ha condiviso la versione da usare in caso di arresto. Nella storia compare un fantomatico albanese che avrebbe dovuto recuperare denaro e che per farlo si sarebbe rivolto a lui. Le parole di D’Avino sono queste: «Mi ha dato una botticella e l’abbiamo fatto spaventare (riferito alla vittima, ndr)». Gli investigatori spiegano che «botticella» stava per piccolo ordigno esplosivo. Il gip, pur riconoscendola come una versione di comodo, però, osservava già che i riferimenti alla finalità («l’abbiamo fatto spaventare») e all’ordigno non potevano essere considerati automaticamente come un depistaggio. Già all’epoca, tra qualche bugia, avrebbe quindi fornito delle verità. Ora da verificare.
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