Caro Virzì, darà ancora lezioni di bon ton?
Paolo Virzì (Ansa)

Caro Paolo Virzì, le scrivo questa cartolina perché mi è capitato di rivedere una sua intervista su La7, a Propaganda Live, in cui diceva che «bisogna comprendere e perdonare le meschinità e le debolezze degli uomini».

Ora, lo so che dopo la lite a suon di insulti («merda», «fai schifo»), schiaffi, graffi e piatti rotti con la sua ex moglie Micaela Ramazzotti davanti al ristorante l’Insalata ricca di Roma, qualcuno potrebbe accusarla di incoerenza. Lo so che qualcuno potrebbe dire: ecco il solito intellettuale di sinistra che predica bene e razzola male. Ma sbagliano: lei, infatti, aveva detto che avrebbe compreso e perdonato le debolezze degli uomini. Mica delle ex mogli.

Dunque ancora una volta è stato perfettamente coerente. Esattamente come quattro mesi fa quando, presentando il suo ultimo film nel giorno del suo sessantesimo compleanno, disse che quella era «un’occasione per riflettere sulla sua vita» (con la «saggezza degli anni appena compiuti», aggiunse compiacente il cronista dell’Unità). In quell’occasione lanciò anche un grido d’allarme contro «le politiche che danno risposta sbagliate»: «Basta idea di chiusura, deve prevalere l’idea di apertura», tuonò. E in effetti lei stato coerente. Siamo noi che non abbiamo capito ciò che si doveva aprire. Cioè il portone del Pronto soccorso.

Del resto quando si arriva a sessant’anni si diventa inevitabilmente saggi come lei. E perciò si levano i calici. O, in alternativa, si levano le mani. A quanto pare lei ha fatto entrambe le cose, ma anche quella è stata un’occasione per «riflettere sulla sua vita». Un po’ come ha fatto in tutti i suoi film dove ha affrontato temi importanti, dallo sfruttamento del lavoro alla solitudine, dalla follia alla crisi finanziaria, dal rapporto fra intellettuali e potere all’ambientalismo, con sempre quel po’ di classe operaia e quella preoccupazione ripetuta per «la società che sta collassando» e i «valori condivisi che stanno crollando» (intervista a Ciak, 8 marzo 2024). E adesso qualcuno potrebbe dire che la rissa con la ex moglie davanti ai figli, con coda di denunce e ripicche, stona un po’ con tutto quello che lei ha predicato fra il festival del Cinema di Venezia e la mostra di Cannes. Ma si tratta di malelingue. Noi sappiamo che lei non vuole far crollare i valori. Al massimo vuol far crollare i personal trainer che s’accoppiano con la sua ex moglie.

Hanno anche criticato il fatto che lei si sia appellato al Codice rosso. Ma noi che le vogliamo bene sappiamo che per lei il codice è sempre stato rosso. E di quale altro colore, sennò? È vero, ultimamente si era un po’ sbiadito, lei stesso si è definito «un anarchico di Livorno che si commuove vedendo Draghi». Pur di continuare a vedere il super banchiere al governo lei, democraticamente, avrebbe rinviato le elezioni del settembre 2022 («Non dovevamo andare a votare», ha detto). Ha paragonato la vittoria della Meloni alla «fine del mondo», ha definito la premier una «fascetta della Garbatella» e ha immaginato Salvini mentre «sogna orge erotiche con donne nere». Soprattutto se l’è presa con la «spregiudicatezza» dei leader politici che «danno il peggio di sé». Si capisce: mica come i registi che mantengono sempre l’aplomb. «La politica è ridicola e isterica», ha detto. E noi siamo d’accordo perché sappiamo che piuttosto che diventare ridicolo e isterico come certa politica lei emigrerebbe su un pianeta lontano. Ora il dubbio che ci rimane è: Marte o Plutone?

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