- La Coevolution di Roma ha incassato 13 finanziamenti pubblici per 12 film tra il 2022 e il 2024, ma uno solo di questi è stato davvero girato. E prima ancora durante la pandemia con il governo giallorosso il sistema ha disertato tutti i controlli.
- Il presunto autore delle musiche di «Stelle della notte» di Rexal Ford nega di averci mai lavorato.
Lo speciale contiene due articoli.
Durante la pandemia da Covid-19, mentre l’Italia affrontava una delle crisi sanitarie ed economiche più gravi della sua storia, il governo di Giuseppe Conte – in particolare con la gestione del ministero della Cultura affidata a Dario Franceschini – ha mostrato tutte le sue falle anche nella gestione del tax credit, la riforma del 2016 per la produzione audiovisiva, trasformandolo in un canale di finanziamento pubblico privo di controlli.
Nato con l’intento di sostenere la produzione cinematografica nazionale, lo strumento ha finito per premiare più la burocrazia che la creatività, più la formalità delle domande che l’effettiva realizzazione di opere cinematografiche. E il provvedimento, durante la pandemia, ha mostrato tutta le sue problematiche, creando un buco nero nei conti pubblici italiani. Il caso più clamoroso è quello del film Stelle della notte (prodotto da Coevolutions di Marco Perotti), accreditato come scritto e diretto da Rexal Ford – nome usato da Francis Kaufmann, la cui vera identità però non è ancora certa, oggi indagato per gli omicidi di Villa Pamphili – che ha ottenuto nel 2020 un credito d’imposta pari a 869.595,90 euro, su una spesa dichiarata di quasi 2,8 milioni. Il problema? Il film non è mai stato girato. È bastato caricare online un breve filmato e allegare la certificazione di spesa da parte di un revisore per dimostrare – sulla carta – l’avvenuta «produzione» e ottenere così il credito. Caso vuole che la stessa Coevolutions abbia ottenuto altri 848.637 per un altro film, The Painter Cat, che non risulta sia stato distribuito nei cinema. Come risulta a Open, sempre Perotti avrebbe ricevuto 4,2 milioni di euro in due anni per 13 finanziamenti pubblici per 12 film tra il 2022 e il 2024. Uno solo di questi è stato davvero girato.
A quanto pare, i casi potrebbero essere di più, tanto che al ministero fanno sapere che starebbero già portando avanti controlli mirati proprio su quel periodo. Del resto, basta scorrere i titoli dei file che riportano i finanziamenti e in modo abbastanza rapido si può scoprire che qualcosa, all’epoca, deve essere sfuggito ai controlli. Il caso virtuoso è Lacci, diretto da Daniele Luchetti e presentato in apertura alla Mostra del cinema di Venezia. Con quasi 1,04 milioni di euro complessivi ricevuti da due case di produzione (Ibc movie e Oplon film), il film ha avuto una regolare uscita nazionale nel settembre 2020. Tra i tanti progetti audiovisivi finanziati nel 2020 dal ministero della Cultura, alcuni titoli sembrano essere spariti nel nulla.
Non è un caso isolato. Anche The Day After Pompeii, Night Shift, Plurals e Ioachimi Abbatis hanno beneficiato di fondi pubblici, ma nessuna distribuzione è documentata, né attraverso i circuiti cinematografici tradizionali, né tramite canali televisivi o streaming.
Ancora più nebulosa la traiettoria di molti altri titoli, spesso cortometraggi, si tratta di progetti finanziati, in certi casi con importi molto rilevanti, ma senza alcuna traccia di una distribuzione, nemmeno sui circuiti indipendenti o festival minori. Opere «fantasma» per il grande pubblico, che sollevano dubbi sull’efficacia dei meccanismi di rendicontazione e verifica post finanziamento. Oggi il ministero della Cultura, guidato da Alessandro Giuli, ha avviato una complessa attività di monitoraggio per ricostruire retroattivamente le somme effettivamente erogate attraverso questo meccanismo. Ma al momento un documento ufficiale del ministero ammette, nero su bianco, che non esiste una mappatura precisa dei crediti concessi né a livello nazionale né internazionale. Si parla apertamente di una «ricostruzione difficile e laboriosa» che coinvolge competenze giuridiche, contabili e gestionali, e che certifica una verità inquietante: lo Stato non sa con esattezza quanti milioni siano usciti dal Fondo cinema né come siano stati realmente utilizzati.
In pratica fino al 2024 bastava davvero poco per accedere a milioni di euro di fondi pubblici destinati al cinema: un modulo compilato correttamente, una dichiarazione di spesa, una registrazione formale sulla piattaforma Dgcol del ministero della Cultura, e persino in alcuni casi un semplice link a un video caricato online.
Il nodo è proprio questo: fino all’entrata in vigore delle nuove norme nel 2024–2025, per ottenere fondi pubblici non era necessario fornire alcuna prova concreta del girato né dimostrare la circuitazione in sala. Non servivano incassi, recensioni, né copie distribuite. Bastava certificare i costi, dichiarare la nazionalità italiana dell’opera e trasmettere la documentazione prevista. Il sistema si basava su autocertificazioni e documenti contabili, senza una reale tracciabilità sostanziale dell’opera audiovisiva né della sua diffusione. Il credito d’imposta scattava in automatico, arrivando in alcuni casi a coprire fino a 9 milioni per film – o addirittura 18 milioni se cofinanziato da Paesi esteri.
Per porre rimedio a questa deriva, il ministero ha pubblicato a ottobre 2024 un nuovo vademecum, rivisitato. Tra le innovazioni più significative: vincoli più severi per l’accesso, requisiti patrimoniali più rigidi per le imprese richiedenti, obblighi di distribuzione in sala (almeno 2.100 spettacoli in 100 sale per film con budget superiore ai 3,5 milioni, o almeno 300 spettacoli in 50 sale per le opere più piccole) e l’introduzione di limiti stringenti ai compensi individuali. La domanda che resta è: per quanti anni questo non è stato fatto? E quanti milioni sono già andati persi?
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