Un po’ di verità. In Spagna l’affitto medio per un’abitazione è quasi raddoppiato in dieci anni. I prezzi delle vendite crescono di oltre il 10% l’anno e si costruisce meno di una casa ogni due nuove famiglie. A lungo questi sono stati solo numeri da report economici circoscritti alle grandi città e vissuti sulla pelle dalle giovani generazioni.
Nelle ultime settimane si sono però trasformati in una questione politica. Talmente politica che il primo ministro Pedro Sánchez, dopo essere stato sconfitto in Parlamento sui decreti Maricarmen, ha rassegnato le dimissioni e indetto nuove elezioni per il 29 novembre prossimo.
Nella dichiarazione rilasciata, anziché assumersi le responsabilità per questa disfatta, ha invece accusato il centrodestra spagnolo e rilanciato la sua candidatura cercando di fa leva sul malcontento abitativo.
La caduta di Sánchez e delle sinistre
Le radici dell’emergenza abitativa risalgono alla bolla del 2008. Ma la riforma socialista del 2023 e il tetto agli affitti voluti dal suo governo hanno avuto l’effetto di irrigidire ancora di più l’offerta. Era stato tutto previsto dal Fmi, dall’Ocse e dalla stessa Banca di Spagna. Per cui difficilmente questa volta gli spagnoli saranno disponibili ad ascoltarlo e farsi prendere in giro.
La crisi politica a Madrid difficilmente si fermerà entro i confini spagnoli. Saranno inevitabili le conseguenze sugli equilibri politici a Bruxelles. La stessa capogruppo del Pse, la spagnola Iratxe Garcia Pérez, sarà la prima ad andare in difficoltà perché il suo peso politico rischia di azzerarsi.
Anche i partiti socialisti europei, in particolar modo il Pd, risentiranno della crisi politica spagnola. Perdono un punto di riferimento che hanno ampiamente esaltato. In una recente assemblea tenutasi a Barcellona, avevano indicato in Sánchez il leader maximo.
L’uomo al quale ispirarsi, che con le sue politiche sociali aveva incantato, l’uomo che resisteva alle scorribande di Donald Trump, l’uomo che tutto d’un pezzo non si piegava dinanzi ai fatti di corruzione contestati a sua moglie e all’ex premier José Luis Rodríguez Zapatero, ritenendo tutto ciò un complotto contro di lui e il suo governo.
La «paladina della casa»: Ilaria Salis
Come vedete, della situazione in Spagna ora il Pd non ne parla, quasi che Sánchez fosse uno sconosciuto. Questi dirigenti piddini si dimostrano per quello che sono: amici quando tutto va bene, poi spariscono quando invece le cose non vanno nella direzione giusta.
Il modo, però, per riproporsi lo hanno subito trovato. Se a Madrid scoppia l’emergenza abitativa, tale emergenza deve diventare europea e italiana. Già si sente all’orizzonte: «Più case popolari». Sicuramente prima o poi una manifestazione ci scapperà, startene certi.
I fautori per procura della nascita di un movimento dimenticano la necessità di un largo consenso, alimentato nel tempo dalle stesse organizzazioni politiche, sui temi concreti.
Se osservate le discussioni del cosiddetto campo largo, in questi ultimi mesi non è stato certamente il problema della casa a tenere banco, bensì le primarie, il recinto della coalizione e la gara a chi sia più rappresentativo. Inoltre il nostro Paese, pur avendo problemi abitativi, presenta oggettive differenze con il caso spagnolo. La percentuale di proprietari di casa in Italia è di gran lunga superiore, e questo non depone a favore di un movimento largo su questo tema. Ma, se vogliono insistere, allora non è alle forze politiche del campo largo che devono rivolgersi, perché sono impegnate in altro.
Una leader naturale c’è già ed è da molto in campo: Ilaria Salis. Lei sa davvero come risolvere la crisi abitativa e ne ha dato ampia dimostrazione in questi anni. Se i fautori del movimento per la casa intendono scherzare con il fuoco, questa è la strada.
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