Libertà alle Regioni anche sull’eutanasia?
Luca Zaia (Imagoeconomica)
Luca Zaia, sulla «Stampa», gongola perché la riforma darebbe ai governatori l’opportunità di normare il suicidio assistito. Intanto l’Abruzzo approva all’unanimità l’avvio della discussione sulla proposta di legge sul fine vita dell’associazione Coscioni.

Se autonomia dev’essere, sostiene già qualcuno, lo sia fino alla fine. Della vita.

È qui che sembra andare a parare Luca Zaia, che ieri si è fatto intervistare dalla Stampa in qualità di «liberale» in un partito «che sulle questioni etiche ha posizioni conservatrici». La tesi del governatore veneto sembra quasi ricalcare la sentenza della Corte Suprema americana sull’aborto, che l’anno scorso tanto fece discutere: decidano i singoli Stati, anziché il governo federale. È il principio che Zaia vorrebbe adottare in materia di eutanasia, perché l’autonomia «è una vera assunzione di responsabilità». È falso, secondo l’esponente del Carroccio, che in Italia non esista una disciplina, perché intanto sono in vigore le condizioni dettate dalla Corte costituzionale; tuttavia, «non sono previsti né il tempo obbligatorio di risposta» da parte delle Asl locali, «né la gestione pubblica della somministrazione dei farmaci». È a questo tentativo di «mettere la testa sotto la sabbia», che la sottrazione a Roma di uno spazio di sovranità dovrebbe porre rimedio. Tradotto: la legge Calderoli offre l’opportunità di varare norme regionali sul suicidio assistito.

In una qualche misura, è la strada che già sta battendo un’altra Regione a guida centrodestra, presieduta dal meloniano Marco Marsilio. Il Consiglio regionale abruzzese, con una singolare convergenza di maggioranza e opposizione, nel pomeriggio di mercoledì, ha rinviato in commissione Sanità la proposta di legge d’iniziativa popolare sul fine vita. A depositare le 8.119 firme (ne sarebbero bastate 5.000) era stata l’associazione Luca Coscioni, nel quadro della campagna «Liberi subito», portata avanti anche in Piemonte, Toscana, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia e nello stesso Veneto. Il testo interverrebbe proprio sul punto discusso da Zaia sulla Stampa: i tempi di risposta della Asl, la quale, se passasse la linea radicale, sarebbe costretta a dar riscontri ai pazienti in 20 giorni e, in caso di accoglimento della richiesta, ad adempiere entro una settimana.

Nella terra degli orsi marsicani non è stata ancora presa una decisione definitiva: semplicemente, la commissione approfondirà la proposta di legge ed entro un anno il Consiglio dovrà sfornare il verdetto. E può persino essere giudicato positivamente lo sforzo bipartisan di portare all’attenzione dell’assemblea un testo sottoscritto da un gran numero di cittadini. La democrazia funziona anche così. Fatto sta che, tra i motivi delle ulteriori indagini, come ha sottolineato il presidente dell’organismo, il consigliere Paolo Gatti, c’è l’esigenza di verificare «la concreta possibilità da parte della Regione di andare a normare» la questione. Se è vero quanto sostiene il governatore del Veneto, l’autonomia differenziata aprirà un’autostrada.

Ammesso che la riforma venga attuata sul serio, l’esito potrebbe essere triplice. I Consigli regionali hanno l’opportunità di scegliere, alla stregua del Parlamento nazionale, la strada del silenzio. In tale eventualità, le Asl sarebbero tenute a seguire i dettami della Consulta e nulla più. Se, invece, mettessero ai voti delle nuove discipline regionali, essi finirebbero o per compiere un passo in più verso la liberalizzazione del suicidio assistito, in assenza di una cornice giuridica definita da Camera e Senato, o per delineare una situazione a macchia d’olio, nella quale alcune Regioni possono licenziare regolamenti più progressisti di altre. Certo, non si arriverebbe alla dicotomia tra aree santuario, in stile California, e baluardi del tradizionalismo. È ragionevole supporre, in effetti, che i requisiti identificati dalla Corte costituzionale sarebbero inclusi nei livelli essenziali di assistenza, che ciascun ente sarà obbligato a garantire; poi, spetterebbe a ciascuno di essi stabilire procedure più o meno serrate nell’accompagnamento dei malati alla morte.

La vera domanda, però, è se le Regioni sarebbero così autonome da non doversi pronunciare soltanto sugli aspetti burocratici e logistici, avendo invece facoltà di allargare le maglie per l’accesso al suicidio assistito. Se, non potendo tornare indietro, potranno spingersi più in là.

Molto potrebbe dipendere dalla prossima decisione della Consulta, sollecitata a esprimersi su uno dei criteri introdotti dalla sentenza del 2019 sulla vicenda di dj Fabo e Marco Cappato: la circostanza che il malato dipenda da supporti vitali. Se i giudici non rimuovessero questo paletto, ma nemmeno stabilissero un divieto assoluto di cassarlo, a fronte del silenzio del Parlamento, le Regioni avrebbero allora il via libera ad adottare leggi meno restrittive? Insomma, potrebbero permettere pure a chi non è condannato ad alimentarsi con un sondino e a respirare grazie a un macchinario di accedere al suicidio assistito? È uno dei rischi che si annidano nella legge Calderoli. Sarebbe comunque più democratico che farsi letteralmente dettar legge dalla Consulta.

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