• Nel report del 2020, l’Istituto riportava nove casi nella fascia 0-9 anni e dieci in quella 10-19. Numeri usati per far vaccinare i piccoli. Ma l’Ente di statistica rivede i calcoli: in totale i decessi dei giovanissimi furono sei.
  • In Europa milioni di pillole di Paxlovid andranno distrutti. A causare l’inutilizzo la fine dell’emergenza e le complesse norme per l’autorizzazione e la prescrizione ai pazienti.

Lo speciale contiene due articoli.

«Basta bambini e adolescenti strappati alle famiglie dal Covid». La corsa a vaccinare i più piccoli nel 2021 venne giustificata continuando a evocare l’orrore dei nove morti deceduti nel 2020 nella fascia 0-9 anni, e di ben dieci in fascia 10-19. Dati che risultavano settimanalmente dai bollettini dell’Istituto superiore della sanità (Iss) e che furono poi inseriti nel report finale del 29 dicembre 2020.

Secondo il documento, nel primo anno della pandemia si erano verificati 19 decessi negli under 20, con la precisazione che «la tabella non include i casi per cui non sono noti il sesso e l’età», quindi avrebbero potuto essere in numero maggiore. Invece i morti (per fortuna) furono assai meno, però ci venne fatto credere il contrario.

Lo rivelano i numeri forniti dall’Istat, che impiega un paio d’anni e compie parecchie verifiche prima di pubblicare i dati nazionali. Il 26 maggio 2023 aveva reso note le cause di morte in Italia nel 2020, mentre il file per gli addetti ai lavori viene fornito su richiesta. A dipanare la matassa ci ha aiutati ancora una volta l’esperto in statistica, Eugenio Florean, con un risultato a dir poco sorprendente.

In base agli accertamenti dell’Istat, nel 2020 in realtà ci fu un solo decesso in fascia 0-9 anni, e cinque morti in quella 10-19. Il report dell’Istituto superiore della sanità aveva moltiplicato i morti tra i giovanissimi rispettivamente dell’800% e del 100%. Le sigle, che potete vedere nella tabella, si riferiscono alla classificazione statistica internazionale delle malattie e dei problemi sanitari correlati (Icd-10), aggiornata nel 2020 dall’Oms e utilizzata dall’Istat.

Il codice U07.1 si applica in caso di Covid-19 identificato; il codice U07.2 quando il virus non è stato identificato per «test di laboratorio dubbi o inconcludenti o non disponibili»; mentre il codice U10.9 indica come causa la «sindrome infiammatoria multisistemica associata a Covid-19, non specificata». Dei cinque decessi in fascia 10-19 indicati dall’Istat, solo solo furono con Covid identificato. Stiamo dunque parlando di dati per nulla corrispondenti ai decessi reali, e non si comprende come mai il centro di riferimento per la salute nazionale abbia potuto fornire numeri così sbagliati. Alimentando nelle istituzioni e nei cittadini la convinzione che il Sars-CoV-2 avesse conseguenze letali nei giovanissimi.

«Dimostrate ai vostri figli quanto bene volete loro conferendo il massimo della protezione possibile», così si rivolgeva ai genitori l’allora coordinatore del Cts, Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di sanità, nell’annunciare l’avvio dal 16 dicembre 2021 della campagna vaccinale contro il Covid-19 per la fascia d’età 5-11 anni. Snocciolava dati su ospedalizzazioni, ricoveri in terapia intensiva, decessi. In realtà, i morti nel 2020 tra gli under 20 erano stati sei. Certo, meglio che nessun bambino muoia, ma chissà di quali patologie soffrivano quando presero il virus e, in confronto ai 32.673 decessi in fascia 80-89 riportati dall’Istat, non erano un numero tale da giustificare l’accanimento nel volerli vaccinare.

«Il vaccino serve per tutelare i bambini stessi perché, come dicono i numeri, non è vero che i più piccoli non possono essere ricoverati per Covid. In neonatologia o pediatria l’incremento dei casi c’è stato. Un altro motivo riguarda la socialità, ovvero per riprendere in tranquillità il rapporto con i nonni o persone più esposte alla malattia grave e più esposti a rischio», aveva dichiarato un mese prima Fabio Ciciliano, esperto di medicina delle catastrofi, allora componente del Comitato tecnico scientifico».

Sempre a novembre 2021, ospite di Coffee break su La7, l’infettivologo Matteo Bassetti discettava: «Per i bambini il vaccino è un’opportunità perché evita che si contagino con un virus che dà meno complicanze, ma non sono zero», e perché «rende le scuole più sicure e contribuisce a darci l’immunità di gregge». Il vaccino che evita il contagio, una barzelletta.

L’Istituto Mario Negri, nel raccomandare a dicembre 2021 di vaccinare i più piccoli perché «anche i bambini “sani”, che non presentano particolari fattori di rischio, rischiano la malattia grave e il ricovero in ospedale», rassicurava che l’iter seguito per l’autorizzazione in via emergenziale «è stato esattamente lo stesso degli adulti, quindi molto rigoroso». Sic! E che in «riferimento alla tecnologia impiegata nel vaccino a mRna, questa piccola molecola contenuta nei vaccini si degrada in breve tempo, nell’arco di due giorni […] Una volta che l’mRna viene eliminato, anche la produzione della proteina cessa. Non ci sono perciò evidenze per ritenere che questa tecnologia, studiata da più di dieci anni, possa comportare dei problemi di salute a lungo termine».

Non è affatto vero, un lavoro su Cell ha mostrato che la Spike si può trovare fino a 62 giorni dal secondo inoculo e non è escluso che permanga più a lungo, con problemi non ancora affrontati. Pensare che nel rapporto Unicef del 25 giugno 2020 dal titolo Coronavirus e rischi per l’infanzia, cosa c’è da sapere, veniva dichiarato che dall’inizio dell’epidemia in Italia «solamente il 2,8% dei casi tra bambini e ragazzi ha richiesto terapie in ambito ospedaliero», e che «fino a oggi risultano 4 decessi e nessun ricovero in terapia intensiva di pazienti nella fascia di età compresa tra 0 e 20 anni». A fine anno, l’Istituto superiore della sanità riusciva a conteggiarne 19.

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