Per i saputelli pericoli non ce n’erano. Chi dubitava del siero andava umiliato
Nel riquadro un titolo pubblicato sul New York Times (iStock)
Ora che il «New York Times» racconta la storia di migliaia di invisibili rovinati dal farmaco miracoloso, tutti tacciono. Eppure da Roberto Burioni a Matteo Bassetti, da Antonella Viola fino a Mario Draghi, non erano ammesse discussioni.

«È come il pizzico di una zanzarina», diceva Carlotta, dieci anni. Con una determinazione industriale vaccinavano anche i bambini e poi li usavano da testimonial: «Alla fine ci hanno dato come premio una scatola di pennarelli». Complice la paura del virus, c’era qualcosa di messianico tre anni fa sotto i tendoni medici, in tv, sui media mainstream. E chi sollevava dubbi veniva additato no vax, anche se aveva prenotato l’iniezione pure al gatto. È fondamentale ricordare il clima da caccia alle streghe, la derisione degli scettici, le manganellate psicologiche a chi pubblicava articoli sulle «reazioni avverse» (e quelle reali a chi contestava il green pass per guadagnarsi il pane).

Il preambolo è necessario per cogliere i paradossi di una sterzata senza precedenti (e senza memoria) come quella in corso sugli stessi quotidiani che fucilavano alla schiena i dubbiosi. Gli esempi illuminanti sono due. Il primo è un articolo sulla Repubblica, nel quale vengono pubblicati i dati di uno studio mondiale su 250 milioni di dosi, ammettendo con sussiego che «si può tranquillamente parlare degli effetti collaterali, i principali dei quali sono in realtà noti da tempo». Ci si domanda per quale motivo, a differenza di questo giornale, venivano sottaciuti. Ma andiamo avanti.

Tutto nasce da una ricerca sulla rivista Vaccine , che ha esaminato 99 milioni di vaccinati con i tre principali sieri: Moderna, Pfizer, Astrazeneca. L’obiettivo era stabilire quali eventi patologici avessero una frequenza maggiore. E il risultato, guarda un po’, mette in fila cinque conseguenze nefaste: la sindrome di Guillain-Barré dopo la prima dose di Astrazeneca, l’encefalomielite disseminata acuta alla terza dose di Moderna, la miocardite dopo la seconda dose di Moderna, la pericardite e la trombosi del seno venoso cerebrale dopo la prima di Astrazeneca.

Riguardo alle percentuali, basse ma non insignificanti, scrive il professor Antonio Cassone su Repubblica: «Se l’evento osservato è due volte quello atteso come per la mielite trasversa potrebbe essere significativo ma rimane comunque rarissimo. Cosa diversa è se l’evento passa da meno 100 a 2.000 o 3.000 vaccinati (pur sempre su milioni di dosi) come nel caso della miocardite. O della trombosi del seno venoso, triplicata. Una patologia molto grave, anche letale». Ora è facile sdottorare e aggiungere «non c’è bisogno di commissioni d’inchiesta, bastano studi scientifici e risarcimenti», ma al tempo degli Unni al potere questi erano concetti inesprimibili, pena lo stigma sociale.

Allora dominava la polizia del karma e non perdeva un colpo: tutti reprobi, tutti zitti, si doveva ballare sulla musica di sua santità l’obbligo vaccinale. Miocarditi e pericarditi erano parolacce, imperversavano talebani del vaccino come Roberto Burioni («Fulmini e insetti sono più rischiosi, effetti collaterali irrilevanti») e Antonella Viola («Non ci sono persone giovani, sane e vaccinate che finiscono in ospedale»). La tragedia di Camilla Canepa l’avrebbe smentita. Uno scienziato pacato come Silvio Garattini garantiva: «Non ci sono effetti avversi nel lungo periodo». Il ministro Roberto Speranza batteva la grancassa: «Tutti i vaccini sono sicuri e lo è anche Astrazeneca». Matteo Bassetti surreale: «Il paracetamolo ha più effetti collaterali».

Era l’epoca inquietante del «Non ti vaccini, ti ammali, muori» del premier Mario Draghi e dell’ordine ai nipoti di vaccinarsi prima di festeggiare il Natale con i nonni. Affetti avversi. Il pressing morale dei media fu sintetizzato da un titolo del Mattino di Napoli: «Tra bambini e no vax, 12 milioni alleati del virus». Vietato derogare, le complicazioni non esistevano per pregiudizio ideologico. Adesso invece, come scrive Repubblica, «I vaccini sono farmaci e come tutti i farmaci hanno effetti collaterali. Chi li nega o ne sminuisce il peso non fa buona pubblicità alla pratica vaccinale». Bentornati sulla Terra.

Il secondo outing è quello del New York Times, che ha cominciato a raccontare, caso per caso, gli invisibili negli Stati Uniti, quelle migliaia di persone colpite da patologie gravi dopo le vaccinazioni, che ora denunciano: «Siamo stati abbandonati». Con gli specialisti che ammettono: «Non sappiamo come curarli». Un ampio reportage che somiglia a quello della Verità di due anni fa, quando certi racconti erano considerati urticanti, inopportuni anche dal politicizzato Ordine dei medici.

Il mondo esplorato dal New York Times è immenso, con una casistica imparagonabile. C’è Michelle Zimmerman, 37 anni, che qualche minuto dopo il vaccino ha avvertito «un dolore correre dal braccio sinistro all’orecchio, fino alle dita. Andava in bicicletta, teneva conferenze sull’Intelligenza artificiale. Oggi, con un danno cerebrale, non può lavorare». Il suo racconto è il più straziante, ora gli scienziati temono che a quei pazienti non venga dato un aiuto. Spiega la dottoressa Janet Woodcock (ex leader di Food and drugs administration): «Sono delusa da me stessa, la sofferenza di queste persone dev’essere riconosciuta». Testimonianze dure, capacità intellettuale di cambiare idea. Chapeau. Altro che le zanzarine del soft power all’amatriciana.

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