- Frédéric Leroy, docente di Scienze alimentari all’università di Bruxelles attacca il report Eat-Lancet, che vorrebbe imporre una dieta globale quasi esclusivamente vegetale: «Propongono un unico modello per tutto il pianeta». E, fra i sostenitori del piano, spunta Barilla.
- Ora vogliono convertire al tofu e alla soia persino papa Francesco. Una campagna promette una maxi donazione in beneficenza se il Pontefice farà una Quaresima senza cibi di origine animale.
Lo speciale contiene due articoli.
Lo scorso 17 gennaio, l’influente commissione Eat-Lancet ha diffuso un rapporto sui «sistemi alimentari sostenibili», affermando la necessità di uno spostamento planetario verso una dieta «a base vegetale». Frédéric Leroy, professore di Scienze e tecnologie alimentari all’università di Bruxelles, tuttavia, lancia l’allarme: è la solita speculazione della lobby vegana.
Professore, che cos’è Eat?
«Eat è una piattaforma fondata nel 2013 da Gunhild Stordalen, un’attivista animalista per la Norwegian animal welfare alliance e moglie del magnate degli hotel Petter Stordalen. La coppia è tra le più ricche d’Europa e i due – secondo un articolo di Forbes – avrebbero uno stile di vita particolarmente sontuoso, nonostante la loro immagine di “vendicatori verdi”. E una sorta di Davos per il cibo e la loro ambizione è “cambiare la dieta del mondo”».
Quali critiche muove al loro report lanciato lo scorso gennaio, Eat-Lancet?
«Ho delle critiche sul contenuto, sul concetto generale e anche sulla forma e la maniera con cui tale documento è stato diffuso. La dieta proposta da loro include delle porzioni molto, molto scarse di prodotti animali. Per esempio 7 grammi di carne bovina o di maiale al giorno, che è praticamente niente, o 29 g di pollame, ossia un nugget e mezzo di pollo, e meno di due uova alla settimana. In poche parole, la commissione Eat-Lancet suggerisce di dimezzare il consumo di carne mondiale».
Obbiettivo ambizioso…
«Stanno proponendo un solo modello, monolitico, per tutto il pianeta, azzerando la possibilità di variare. Ma questo è impossibile, ci sono regioni dipendenti dalla produzione animale, che non hanno la possibilità di importare, non hanno know how etc.».
Esiste, quindi, una lobby vegana nel mondo?
«Non è ovviamente una lobby organizzata da un singolo nucleo. Diciamo che in questo caso specifico ci sono piuttosto delle interazioni tra la commissione, e soprattutto la fondazione Eat, e iniziative come il World business council for sustainable development, che è un’organizzazione guidata da Ceo di oltre 200 società internazionali. Unilever, ad esempio, offre quasi 700 prodotti vegani in Europa e ora ha acquistato anche The Vegetarian Butcher, un produttore importante di “carne a base vegetale”. Ma quando si osservano i prodotti di cui parliamo si vede come siano ultra lavorati, un po’ come se fossero dei fast food vegan, il che è in contraddizione con la loro filosofia. Nel 2014, gli Stordalen hanno pagato 3,5 milioni di corone norvegesi a Bill Clinton per un discorso. Un altro oratore programmato, al Forum alimentare di Stoccolma 2019, è il principe saudita Khaled Bin Alwaleed, che – secondo un articolo di Peta – ha la “missione di veganizzare il Medio Oriente”».
In tutto questo, un ruolo importante ce l’ha anche un’azienda italiana: Barilla…
«Più che l’azienda, parliamo del Barilla center for food and nutrition, molto legato a Eat-Lancet. Entrambi vogliono un’alimentazione basata sui vegetali e che minimizza l’apporto animale. Il Barilla center si proclama indipendente, come una sorta di think tank sull’alimentazione, ma nei fatti è molto legato all’impresa Barilla, i proprietari dell’azienda sono nel suo Cda. Promuovono la doppia piramide alimentare (gli alimenti a minore impatto ambientale sarebbero anche quelli consigliati dai nutrizionisti) dichiarando di agire “in assenza di relazioni commerciali o finanziarie che potrebbero essere interpretate come un potenziale conflitto di interessi”. Ma alla fine lo studio scoraggia il consumo di carne e raccomanda… i cereali.
Un altro aspetto è il ruolo di varie fondazioni legate alle Nazioni unite. Per esempio il World resources institute, finanziato dalla Open Society. Può dirci di più?
«Ci sono in effetti fondazioni filantropiche che operano con le Nazioni Unite su queste iniziative. Si tratta di gruppi che hanno spesso una visione molto paternalista ed elitaria, è gente che discute delle sorti del pianeta ma che nel frattempo si incontra a Davos utilizzando jet privati».
Quale sarebbe, secondo lei, un regime alimentare ideale, per noi e per il pianeta?
«È difficile rispondere, anche perché ogni persona è differente. Bisogna adottare il regime alimentare che corrisponde alle esigenze del nostro corpo. I prodotti animali sono stati molto importanti nel passato, sono molto densi di nutrienti, emarginarli così drasticamente su basi scientifiche discutibili (perché su questo non c’è consenso!) non mi sembra una buona idea. Bisogna certamente evitare i prodotti di fast food e quelli troppo lavorati. Per il pianeta, bisogna anche considerare che ogni attività ha un suo impatto ambientale. Questo è vero per l’allevamento degli animali, che va migliorato, ma bisogna mettersi in testa che sostituire l’alimentazione animale con quella vegetale non è una buona idea. Guardiamo a cosa accade per esempio con la coltivazione delle mandorle in California, che ha bisogno di ingenti quantità d’acqua e che quindi ha un impatto forte sull’ambiente. L’ottica di Eat-Lancet è troppo riduzionista».
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