Un nuovo dipinto del maestro olandese Rembrandt, intitolato Visione di Zaccaria nel Tempio, è stato scoperto dai ricercatori del Rijksmuseum di Amsterdam. Utilizzando tecniche avanzate, già impiegate durante il restauro su larga scala della Ronda di Notte dell'artista di Leida, i ricercatori del museo sono stati in grado di autenticare l’opera, dipinta nel 1633 e proveniente da una collezione privata.
Migranti (iStock). Nel riquadro, lo Stek-Oost di Amsterdam
Tragico esperimento sociale ad Amsterdam, sulla pelle dei ragazzi: 125 rifugiati ospitati insieme a 125 studenti e studentesse. È record di molestie e assalti sessuali. Il delirio della presidente del distretto: «E allora dove dovremmo mettere queste persone?».
Ad Amsterdam è stato fatto un esperimento che è andato storto: 125 rifugiati sono stati ospitati insieme a 125 studenti e studentesse olandesi in un complesso residenziale in un posto che si chiama Stek Oost. Risultato: sono state segnalate decine di aggressioni sessuali, molestie e stalking attraverso un programma di documentari investigativi olandese che si chiama Zembla. Negli ultimi 18 mesi gli ex residenti di questi immobili hanno sporto denuncia per 20 aggressioni e violenze sessuali, ma si presume che i reati siano avvenuti già nel 2022.
E meno male che l’idea è stata venduta nel 2016 come una forma pionieristica di edilizia abitativa definita dal The Sun orribile. Specificamente ha destato particolare turbamento un caso scioccante nel quale una donna ha dichiarato di essere stata violentata da un rifugiato siriano che l’aveva invitata nella sua stanza per guardare un film nel 2019. Si era presentato come un agnello che «voleva imparare l’olandese e studiare», questo ci dice Amanda, che nella stanza ci è entrata e invece dell’agnello ha trovato un lupo il quale, dopo averla intrappolata nella medesima stanza, ha iniziato l’aggressione. La giovane che ha subito l’aggressione si è rivolta alla polizia, ma le è stato detto che non c’erano prove sufficienti per avviare un’indagine. E fin qui non è che da noi si brilli da questo punto di vista. Se non fosse che alcuni mesi dopo un’altra donna espose i suoi timori circa questo siriano, ma le autorità locali dichiararono che sarebbe stato impossibile sfrattare l’uomo. Finalmente, nel 2024, il signor Mohammed Ra è stato condannato per due capi di imputazione, per stupro contro Amanda e contro un’altra residente.
Fu segnalato, inoltre, traffico di droga, scoppiarono risse e l’associazione per l’edilizia popolare, che gestisce questi edifici, sospettò che in uno degli appartamenti si fosse verificato uno stupro di gruppo. Insomma, questo siriano, avendo commesso quello che aveva commesso, ha potuto continuare a vivere in quel quartiere di edilizia popolare con il rischio, evidente a chiunque, che avrebbe potuto violentare molte altre ragazze nelle loro case.
Nonostante tutto ciò, il Comune si è rifiutato di interrompere questo progetto edilizio con intenti popolari e di inclusione sociale perché la presidente del distretto, tale Carolien de Heer, tratta evidentemente e resa persona in carne e ossa da Alice nel paese delle meraviglie, avrebbe detto a chi l’ha intervistata e le ha chiesto conto dell’accaduto: «Dove dovrebbero andare allora le persone?». La risposta la diamo noi qui da Milano, in Italia, cara la signora Alice in Wonderland de Heer. Ma lei, quanti parenti, amici, sostenitori politici, amiche e conoscenti di fiducia ha? Io penso che una signora come lei, presidente di un distretto di una città così importante, ne abbia molti. Le stiamo inviando un taccuino e una penna di dimensioni piccole in modo che se lo possa mettere nella tasca della giacca o nella borsetta. Lo porti sempre con sé e ogni qualvolta che le viene il nome di una famiglia che appartenga a una delle categorie descritte poco sopra, prenda un appunto e vedrà che in pochi giorni stilerà un elenco di centinaia di persone. Mandi loro una lettera e gli suggerisca di accogliere questi 125 rifugiati per fare, a casa loro, l’esperimento di inclusione sociale. Dimenticavo, qualcuno se lo prenda anche lei signora Alice de Heer e poi, magari, ne riparliamo; dopo andiamo noi direttamente dall’Italia a intervistare gli ospitanti e gli ospitati e vediamo quel che succede, magari incrementa anche le nascite e diminuisce l’età della popolazione. Nel frattempo, l’esperimento andrà avanti fino all’aprile del 2028. Le diamo un suggerimento amichevole. Glielo diamo solo perché siamo amanti dello Stregatto, della Regina di cuori, del Cappellaio Matto, del Bianconiglio, di Bill la lucertola e della Lepre Marzolina, usciti dalla fantasia di Lewis Carroll. Questo romanzo è considerato uno dei maggiori esempi del genere letterario del nonsenso. Ecco un motivo in più per dedicarglielo, cara signora Alice de Heer.
Secondo me, lei nel mondo del nonsenso ci sta a pennello, e le sue frasi in risposta a chi l’ha intervistata potrebbero essere messe in bocca al Cappellaio Matto o anche al Bianconiglio perché fare un’affermazione come quella che lei ha fatto in risposta all’intervistatore olandese è roba da conigli, cioè gente che anche di fronte a un evidente errore, pericolo, disastro, alza le orecchie e scappa come il simpatico animale.
L’ideologia procura disastri. E una posizione diciamo «ideale» che è talmente rigida e dogmatica che funziona come una di quelle lenti distorte che, nel primo caso, non ti fa vedere la realtà perché è troppo distorta e, in un secondo caso, te la fa vedere male perché è meno distorta. Si compri un paio di occhiali anti ideologici, non so se ad Amsterdam li producono, qui purtroppo no. Se no, più semplicemente, si ponga davanti al lavandino nel suo ufficio o a casa, si dia un’insaponata al viso e poi si dia una bella sciacquata prolungata con acqua fredda (da quelle parti non manca), può usare anche del ghiaccio tritato, così si sveglia e vedrà che quest’azione ha determinato una sua inclusione nell’insieme delle persone ragionevoli.
Quanti danni ha fatto l’ideologia dell’immigrazione e quanti ne continua a fare. Ci mancava solo di mettere in pericolo 125 studenti e studentesse universitari. Che competenze avevano questi studenti e queste studentesse per accogliere e integrare rifugiati che hanno commesso questi reati? Gli avevate fatto fare un corso di assistenti sociali per immigrati? Nel caso avete sbagliato perché quel corso lo dovevate fare voi. Se decidete di farlo avvisateci e vi mandiamo anche qualcuno dall’Italia che ne ha tanto bisogno.
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Erwin Olaf. Paradise Portraits, Gwenn, 2002. Courtesy Paci contemporary gallery (Brescia-Porto Cervo, IT)
Grande e indimenticato fotografo olandese prematuramente scomparso nel 2023, anticonformista e versatile, a Erwin Olaf e alla sua vasta produzione artistica la Paci Contemporary Gallery di Brescia dedica una retrospettiva (sino al 30 settembre 2025) di oltre 80 immagini, summa di una carriera lunga quattro decenni.
Libero e fuori dagli schemi, ciò che più ha caratterizzato l’arte e la vita di Erwin Olaf (pseudonimo di Erwin Olaf Springveld) è stata - per sua stessa ammissione - la difesa e la rappresentazione della « diversità in tutte le sue forme».
Nato a Hilversum, Paesi Bassi, nel 1959, studi di giornalismo e poi la scelta di diventare solo ed esclusivamente fotografo, una vita segnata da una grave malattia polmonare che lo porterà, nel 2023, ad una morte prematura, Olaf ci ha lasciato una svariata serie di ritratti, potentissimi autoritratti (alcuni audaci e provocatori ed altri venati da una sottile malinconia), famose campagne pubblicitarie per altrettanto famosi brend (da Levi’s a Bottega Veneta passando per Diesel e Nokia) e anticonvenzionali scatti scenici e di interni, con soggetti spesso bizzarri e contemplativi, calati in realtà atemporali e perfette, in spazi e tempi indefiniti: «È bello rinchiudere le persone in un mondo molto formale in cui tutto è quasi perfetto e poi rompere qualcosa. Poi hai il tuo dramma».
Attivista convinto e molto vicino alle comunità LGBTQ di Amsterdam (e non solo), con il suo stile patinato ed elegante Olaf ha immortalato spesso diseredati e « diversi», e anche sè stesso, a volte scioccando (come nel suo famoso autoritratto con il volto coperto di sperma…), a volte commuovendo, come in quei meravigliosi self-portraits in cui si ritrae nel volto e nelle vesti di un mesto Pierrot, consapevole della sua fine imminente.
Artista dalla cifra stilistica inconfondibile, mix di provocazione, satira, ironia, erotismo e dolcezza, Olaf è stato anche ritrattista della famiglia reale olandese e nel 2023, pochi mesi prima della sua scomparsa, il re Willem-Alexander lo ha insignito della prestigiosa medaglia d’onore per l’arte e la scienza dell’Ordine della Casa d’Orange.
E per celebrare il monumentale contributo che Olaf ha dato al mondo della fotografia e delle arti visive in generale, la Paci Contemporary Gallery di Brescia ha allestito nei suoi spazi una retrospettiva di grande impatto visivo, straordinario viaggio per immagini nell’intera produzione fotografica di Olaf , genio artistico indiscusso ma anche attivista impegnato in prima linea nella lotta per l’uguaglianza, la libertà di parola e la diversità.
IN MEMORIAM: ERWIN OLAF 1959-2023, la mostra
Realizzata in collaborazione con lo Studio Olaf (diretto da Shirley den Hartog, braccio destro dell’artista e sua storica manager) e con la Fondazione Erwin Olaf, «In Memoriam» attraversa tutta la parabola artistica di Olaf, dalle opere degli esordi (a partire dal famoso e premiato «Chessmen», la serie di foto in bianco e nero raffiguranti figure umane in pose surreali e erotiche, che riproducono i pezzi di una scacchiera) fino agli ultimi progetti, fra cui spiccano April Fool, interpretazione artistica del «pesce d'aprile» del 2020, ovvero la pandemia da Covid-19 e Im Wald, la prima serie di immagini realizzata esclusivamente in esterni, nella bellezza delle Alpi bavaresi e austriache. Ma in perfetta sintonia con la filosofia artistica di Olaf, Im Wold non è un solo un «banale» reportage di foto paesaggistiche, ma una profonda riflessione su diverse problematiche globali, tra cui il cambiamento climatico, la voglia di viaggiare, l'immigrazione, le pandemie, l’impatto della natura sulle nostre vite.
Come accade per tutti gli artisti, le immagini di Olaf (che definire scatti mi sembra troppo limitativo…), con quelle atmosfere ambigue e nostalgiche, così statiche e perfette, a tratti inquietanti, possono piacere o no, ma guardando le sue opere è necessario andare «oltre l’immagine » per cogliere quel messaggio emotivo e sociale che sta alla base di tutta la sua arte. E la mostra di Brescia, che parte dall’attivismo visivo documentaristico e provocatorio delle prime opere, sino ad arrivare alla sua fotografia più riflessiva e tecnicamente costruita, ma pur sempre impegnata, permette al visitatore di cogliere appieno questo messaggio.
Prima di chiudere, per chi visiterà la mostra, vorrei segnalare una delle mie immagini preferite , straordinario esempio di fascino, equilibrio ed eleganza perfetta: l’opera si intitola Het Nationale Ballet – Het Zwanenmeer 2 ed immortala la ballerina russa Anna Tsygankova colta in tutta la sua aristocratica eleganza, in un tutù che è una nuvola di tulle nero…
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Getty Images
- Mentre Amsterdam vieta le manifestazioni, i media di Gerusalemme accusano: il pericolo è stato sottovalutato. Il premier rinuncia alla Cop di Baku, Geert Wilders rassicura il ministro israeliano. Domani cdm sull’antisemitismo.
Il premier olandese, Dick Schoof, non andrà a Baku per la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici del 2024 (Cop29), per tentare di gestire il caso dell’assalto ai tifosi israeliani avvenuto a Amsterdam nella notte tra giovedì e venerdì. «A causa del forte impatto sociale degli eventi di giovedì scorso ad Amsterdam, resterò nei Paesi Bassi. Lunedì, in sede di Consiglio dei ministri, discuteremo degli eventi di Amsterdam e martedì, nel Sottoconsiglio (una riunione separata del cdm olandese, ndr), sarà all’ordine del giorno la lotta all’antisemitismo. Inoltre, martedì avrò colloqui con diverse organizzazioni ebraiche e della società civile sull’approccio all’antisemitismo e sui disordini e le preoccupazioni», ha scritto Schoof su X.
Il governo olandese, travolto dalle polemiche, sta indagando se e in che modo i segnali d’allarme evidenziati da Israele nei giorni precedenti alla partita siano stati ignorati e per quale motivo le bande arabe e musulmane locali abbiano potuto scagliarsi praticamente indisturbate contro i tifosi del Maccabi Tel Aviv. Il ministro della Giustizia, David van Weel, in una lettera al Parlamento, ha affermato che «è ancora in corso un’indagine sui possibili segnali di allarme provenienti da Israele. Il pubblico ministero ha dichiarato che intende applicare la giustizia accelerata il più possibile e identificare ogni sospettato è la priorità assoluta». La sua lettera è arrivata dopo l’incontro con il neo ministro degli Esteri israeliano, Gideon Sa’ar, che si è recato ad Amsterdam dopo gli attacchi per supervisionare il volo di soccorso che ha riportato a casa i tifosi israeliani. Sa’ar ha incontrato anche Geert Wilders, a capo del più grande partito del governo olandese, acerrimo nemico dell’islam e che per questo vive blindato nel suo Paese. Wilders ha affermato di aver assicurato a Sa’ar «del nostro interesse comune nello sconfiggere l’antisemitismo e l’odio verso gli ebrei e che i valori islamici radicali non hanno posto in una società libera».
Sono molti i misteri che avvolgono quanto avvenuto ad Amsterdam giovedì sera. Ad esempio, perché la polizia ha dichiarato che solo quattro delle 63 persone inizialmente arrestate sono ancora in custodia? E perché non è stato fatto come in Turchia? Il 28 novembre, il Maccabi Tel Aviv avrebbe dovuto affrontare a Istanbul la squadra di calcio turca del Besiktas per il torneo di Europa League, ma lunedì scorso il club turco ha annunciato che «la partita si giocherà in un Paese neutrale, e che resta ancora da definire insieme alla Uefa quale sarà esattamente quella sede alternativa». La decisione è stata presa perché si ritiene che l’evento sia ad alto rischio «nel contesto della crescente tensione tra Turchia e Israele, esacerbata dall’inizio del conflitto a Gaza il 7 ottobre». Evidentemente l’Organizzazione di intelligence nazionale, consapevole del rischio, ha fatto mettere in moto la macchina per spostare la partita. Perché l’Olanda non ha fatto lo stesso?
Più passano le ore e più si complica la posizione delle autorità olandesi, tanto che venerdì sera un alto funzionario del Mossad ha dichiarato che i servizi di sicurezza israeliani «avevano individuato un focolaio sui social media olandesi prima della partita con inviti da parte di gruppi filopalestinesi a tenere una protesta violenta vicino allo stadio». Per questo motivo il Mossad «ha inoltrato un avviso ai servizi di sicurezza nei Paesi Bassi con la richiesta di rafforzare immediatamente e in modo significativo la sicurezza per gli israeliani nell’area dello stadio e in tutta la città, con particolare attenzione agli hotel in cui era noto che soggiornavano i tifosi», aveva affermato il funzionario. Il funzionario ha poi osservato che gli attacchi, che ha detto «si sono diffusi a macchia d’olio», sono stati apparentemente organizzati da elementi islamici nei Paesi Bassi, e non dall’Iran, responsabile di fomentare violenti attacchi contro obiettivi israeliani in altre parti d’Europa, in particolare in Svezia e in Danimarca. Secondo i media israeliani, in particolare il notiziario Channel 12, altri ministeri israeliani avevano identificato minacce in anticipo. Tra questi, il ministero degli Affari della Diaspora, che monitora l’antisemitismo a livello globale, aveva redatto mercoledì un documento di avvertimento sottolineando «il rischio molto elevato di tali attacchi».
La «caccia all’ebreo» scatenata da simpatizzanti filo Hamas, giovedì sera, ha portato le autorità locali a proibire per tre giorni ogni manifestazione pubblica in tutto il territorio della città di Amsterdam. Un provvedimento che non si vedeva da molti anni e che nulla ha a che fare con la cultura di tolleranza e di società aperta che caratterizza l’Olanda e Amsterdam in particolare. Ma d’altronde, quando permetti che il 10% della popolazione della tua città sia araba musulmana (e aumenterà), non ti resta che raccogliere i cocci del vaso che si è rotto. È un monito anche per l’Italia e per i fautori del «dentro tutti».
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2024-01-11
Pasticcio dell’Ema: i contribuenti europei pagano il maxi affitto per l’ex sede a Londra
Londra, la ex sede dell'Ema a Canary Wharf (Ansa)
L’agenzia, traslocata dopo la Brexit, non può disdire il contratto valido fino al 2039. Obbligandoci a sborsare 450 milioni in totale.
C’è una storia che descrive bene lo spreco di denaro pubblico dell’Unione Europea, a cui si aggiunge una totale carenza di organizzazione e pianificazione nella gestione delle sedi istituzionali. La vicenda riguarda la sede di Ema, l’agenzia del farmaco, che ora si trova in Olanda, ad Amsterdam, nello specifico nel quartiere di Zuidas, dove è stato costruito appositamente un edificio già costato oltre 250 milioni di euro per accogliere oltre 900 dipendenti. Negli ultimi mesi si è molto parlato di questa zona, perché l’amministrazione comunale vorrebbe spostare da queste parti il quartiere a luci rosse, mettendo così di fianco a Ema un bordello con prostitute a pagamento.
L’istituzione europea «che garantisce il controllo della sicurezza dei medicinali» ha già protestato con una nota, ma non pare sia servito a molto. E pensare che nel 2014 la stessa agenzia del farmaco aveva stipulato un contratto della durata di 25 anni da 500 milioni di sterline per occupare dieci piani di un palazzo di Londra, al 30 di Churchill place, con 280.000 metri quadrati a disposizione. I burocrati europei, però, non avevano fatto i calcoli con la Brexit che ha rotto l’incantesimo nel 2016. Così l’Europa ha dovuto correre ai ripari, decidendo di assegnare il nuovo quartier generale a un altro Paese europeo. A spuntarla fu Amsterdam (Milano ne uscì sconfitta), dove dal 2019 si sono insediati gli impiegati dell’agenzia. Ma proprio allora sono incominciati i problemi.
Ema, infatti, non può più rescindere il contratto di affitto con la vecchia sede di Londra. I giudici londinesi hanno ribadito più volte che non esistono clausole contrattuali che permettono a Bruxelles di disdire gli accordi stipulati nell’epoca pre Brexit. Insomma, tocca pagare fino al 2039, con una spesa annua di almeno 30 milioni di euro: quasi 450 milioni da qui fino alla fine. Per superare il problema, nel 2019 l’Ue era riuscita a correre ai ripari, subaffittando i preziosi uffici di Churchill Place a Wework, il colosso del coworking.
Per qualche anno la situazione ha funzionato, anche durante la pandemia, ma a novembre dello scorso anno è arrivata la doccia fredda. Wework è fallita. E non può più pagare l’obolo. Così la sede è stata abbandonata e all’Europa è tornato l’affitto da pagare. Nei giorni scorsi il quotidiano The Telegraph di Londra ha pubblicato un documento della commissione che si occupa del budget Ue. Nel testo vengono messi in fila tutti gli errori commessi in questi anni dalle nostre istituzioni europee, a cominciare dalla decisione di spostare la sede che, nonostante la Brexit, avrebbe potuto tranquillamente rimanere sulle rive del Tamigi.
Già oggi l’Europarlamento affronterà la questione. Il tempo stringe. Entro la fine di gennaio, forse il 24, i parlamentari dovranno votare per approvare lo stanziamento immediato, per il primo trimestre, di 4,5 milioni di sterline, «3.399.785 corrispondenti al pagamento dell’affitto, mentre 1.156.329 corrispondenti alle spese condominiali». A pagare questa assurdità sono i cittadini europei. Anche perché l’attuale bilancio dell’agenzia non prevede finanziamenti per costi aggiuntivi al di fuori del suo programma annuale. La situazione è disperata, ma non seria.
Perché come detto, Ema è nel frattempo impegnata nella battaglia contro l’arrivo delle prostitute in quel di Amsterdam, anche perché, come avevano riportato in una nota, mesi fa, «Il cambiamento dell’ubicazione del quartiere a luci rosse è motivato da preoccupazioni relative a molestie, spaccio di droga, ubriachezza e comportamento disordinato» scrive Ema. «L’ubicazione di un nuovo entro erotico nelle immediate vicinanze dell’edificio dell’Ema potrebbe portare gli stessi impatti negativi nell’area adiacente».
Frank Furedi, direttore esecutivo del think tank Mcc Bruxelles, che ha sollevato la vicenda, ha ricordato come «l’agenzia europea per i medicinali ritenga di avere molto denaro da parte e quindi di non dover assumersi la responsabilità per il denaro che esce dalle tasche dei contribuenti.
Pagare milioni per l’affitto di un edificio vuoto non è solo uno spreco di risorse preziose, ma anche un insulto al contribuente europeo. Dimostra che l’irresponsabilità e la mancanza di responsabilità sono diventate parte integrante del funzionamento di alcune agenzie dell’Ue».
La Lega va all’attacco. «La vicenda che sta investendo l’Ema in queste ore è inconcepibile e testimonia ancora una volta quanto il modus operandi dei vertici delle istituzioni Ue vada nella direzione opposta all’interesse dei cittadini» spiega alla Verità Marco Zanni, europarlamentare della Lega e presidente del gruppo Id, «Bruxelles non è riuscita a negoziare l’uscita da un contratto di affitto che vincolava l’agenzia alla sede londinese fino al 2039 e questo è emblematico dell’inadeguatezza di chi abitualmente prende le decisioni in questi palazzi. Assurdo che si arrivi a ipotizzare che debbano essere i contribuenti europei a dover pagare questo errore da 30 milioni di euro. Uno spreco incredibile di soldi dei cittadini: chiederemo spiegazioni».
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