Marina Elvira Calderone (Michele Silvestro)
Il ministro del Lavoro: «Landini si è ricreduto sul salario giusto? Diciamo che ha fatto una valutazione oggettiva. Spero di raggiungere nuovi accordi con i sindacati».
Il «Giorno della Verità» a Roma ha visto la presenza anche del ministro del Lavoro e delle politiche sociali, Marina Elvira Calderone, intervistata dal direttore della Verità, Maurizio Belpietro.
Un focus sull’occupazione era necessario perché è un argomento dei più delicati in Italia. I dati dell’occupazione sono molto positivi: 123.000 occupati in più mensili, 160.000 in più dello stesso mese del 2025, una disoccupazione del 5,1%, ai minimi dal 2004.
Cosa è successo? Funzionano le poetiche del lavoro? «È un insieme di fattori», spiega il ministro, «che stanno funzionando bene perché funziona la fiducia delle imprese anche grazie al fatto che viviamo una condizione di stabilità. Oggi l’impresa percepisce il nostro sistema come garanzia di stabilità e questo credo sia un elemento importante. Un imprenditore quando vuole costruire qualcosa, deve avere indicatori che gli diano la possibilità di costruire un percorso senza tenere conto delle variabili contrarie».
La cosa positiva è che c’è stata una crescita esponenziale dei lavori a tempo indeterminato. «Ci sono tutta una serie di fattori che fanno ben pensare. Se i dati citati fossero episodici si potrebbe dire che i dati non sono assestati. Ma in questi quattro anni abbiamo fatto le formiche e abbiamo messo insieme dati che si sono poi consolidati. Noi dobbiamo continuare a dare stabilità e fiducia e costruire delle norme che possano irrobustire il lavoro e le prospettive di salari adeguati», continua il ministro.
Ma Belpietro fa l’avvocato del diavolo. Quasi tutte le persone occupate hanno più di 50 anni, allora il lavoro c’è solo per le persone mature? «Questo non è vero», ribatte Calderone, «perché le condizioni del nostro mercato del lavoro sono tali per cui noi ci possiamo permettere di tenere cinque generazioni a lavoro. Semmai il problema è che non si trovano abbastanza lavoratori per le aziende che lo richiedono. Dobbiamo lavorare per far entrare a lavoro prima i giovani e poi tenere conto che è normale che le persone possano lavorare di più in termini di invecchiamento attivo e condizioni di vita migliorate. In Italia si vive bene e a lungo e ciò ci deve portare a riflettere sul problema demografico. I dati ci dicono che negli ultimi anni si è ridotto sensibilmente il numero di giovani che non lavorano perché funzionano bene i nostri istituti di apprendistato duale e formazione professionale».
Anche al Sud le cose migliorano: il 75% dei giovani trova lavoro e il 25% continua a studiare. «I giovani devono capire che le opportunità sono tante e ognuno può coltivare il proprio talento in modo diverso e affidarsi a strumenti come il nostro web coach e che li accompagna a capire quali sono le reali opportunità di lavoro e quale percorso professionale bisogna fare per ottenerle», continua Calderone.
E sul tema spinoso del salario minimo? Belpietro incalza il ministro: i salari rimangono, nonostante tutti gli sforzi, sotto l’8% in meno, cresce la pubblica amministrazione ma fa fatica a crescere l’impresa privata. «Con dinamiche di crisi così importanti come è stato il Covid», spiega Calderone, «c’è stato un percorso in cui si è fermato il mondo del lavoro e si è fermata l’economia, e prima di ridare fiducia, ci vogliono anni. L’Italia, rispetto ad altri Paesi europei, è cresciuta molto di più e oltretutto abbiamo fatto una scelta: abbiamo introdotto il salario giusto, quindi di qualità».
E di Landini cosa ne pensa? «Non si può essere d’accordo su tutto quando non sei stato d’accordo su nulla», è perentorio il ministro. «Penso che più che ricredersi sul salario minimo, Landini ha fatto una valutazione oggettiva sul salario giusto. La differenza tra Italia e altri Paesi è la qualità della nostra contrattazione, la qualità del nostro sistema di relazioni industriali. Guardo e saluto con favore l’accordo tra Cgil, Cisl e Uil sul salario giusto, su questo siamo in sintonia. Saluto con favore lo sforzo fatto dalle tre confederazioni di trovare un accordo importante. Possiamo trovarci d’accordo anche su altro ma il tempo ce lo dirà».
Infine, un cenno sul calo nascite e sull’Inps a rischio default. «L’Inps non è a rischio. I conti sono in equilibrio. Dobbiamo fare attenzione ad accompagnare la dinamica demografica che non è a favore ma abbiamo per fortuna un serbatoio di giovani e giovani donne che devono poter lavorare e che sono un capitale importante. Contemporaneamente attiveremo altre iniziative: non è sbagliato lavorare di più se lo puoi fare. Ma bisogna anche prestare attenzione per chi, dopo una vita di lavoro, non è più nelle condizioni fisiche per poter lavorare ancora e ha diritto a un meritato riposo. Però abbiamo la possibilità di garantire sostenibilità al sistema facendo crescere i montanti contributivi e ampliando le condizioni del lavoro», conclude il ministro.
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Guido Crosetto (Michele Silvestro)
Il ministro: «Mi aspetto che in Manovra sia confermato l’impegno per aumentare dello 0,15% annuo le spese per le forze militari. Non si può rompere l’asse Stati Uniti-Israele. Ripensiamo la nostra missione in Libano».
Non esiste l’impegno di portare le spese per la Difesa al 3,5%. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, intervistato al «Giorno della Verità», al direttore Maurizio Belpietro ribadisce quali sono i termini dell’accordo preso con la Nato.
Quando si parla di aumento al 5% del Pil, chiarisce che comprende anche «la parte di sicurezza, quindi le forze di polizia. Un impegno fatto al 2035». Ricorda, quindi, che l’impegno preso dal Parlamento consiste «in un incremento dello 0,15% del Pil ogni anno». Un aumento che «quest’anno non c’è stato», ha riconosciuto il ministro, che ha aggiunto: «Mi è chiaro il motivo, non siamo usciti dalla procedura di infrazione». Crosetto ha, però, detto di aspettarsi che nella Finanziaria del prossimo anno «l’impegno che ci siamo presi venga portato avanti». Il ministro si è detto convinto che Giancarlo Giorgetti sia «assolutamente consapevole di questa cosa».
Il ministro, a Belpietro, ha spiegato che con Giorgetti non c’è alcun tipo di discussione e non c’è mai stata. «Sa perfettamente quali sarebbero le cose che io vorrei. Io so perfettamente quali sono le cose che lui può fare e i tempi con cui può farle, per cui è impossibile che noi litighiamo». Ma «sul Safe dipende dalla possibilità che lui ha». Crosetto viene interrogato anche sulla pubblicazione della famosa telefonata-sfogo del presidente degli Stati Uniti che avrebbe provocato la rottura dei rapporti tra Giorgia Meloni e Donald Trump. «Per gli Usa non esiste alcuna ragione per lamentarsi dell’Italia», ha chiarito subito Crosetto, ma, incalzato dal direttore Belpietro, ha riconosciuto che esiste, da parte degli Stati Uniti, un malessere dovuto al fatto che l’Europa, negli ultimi anni, abbia speso troppo poco per la Difesa. Un argomento che, però, «aveva già sollevato Obama prima e Biden poi, prima di lui». E che il ministro riconosce come fatto oggettivo.
Per Crosetto il nodo più grosso per Trump resta Israele, perché «la sua capacità militare non può reggere senza l’aiuto degli Usa». Tuttavia, resta convinto che il rapporto con gli Stati Uniti non si romperà. Il problema che considera insuperabile è il seguente: «Israele considera Hezbollah un male da eradicare ma sarà difficile eliminarla completamente perché vorrebbe dire eliminare completamente il Libano». Interrogato su Unifil, risponde così: «Non ha funzionato perché le regole d’ingaggio non erano adatte». In sostanza, si tratta della «possibilità degli eserciti multinazionali Onu, con l’aiuto delle forze armate libanesi, di andare dove ci sono le armi, sequestrarle e portarle via». Un’azione che, secondo il ministro, dovrebbe avvenire «necessariamente con la forza. Che non significa andare in guerra, ma significa fare cose che adesso le truppe delle Nazioni unite non possono fare, ad esempio entrare in una cantina per controllare se ci sono delle armi o meno». Il ministro ha spiegato di avere posto il tema alle Nazioni unite «più volte da oltre due anni e mezzo, avvertendo che senza una modifica delle regole di ingaggio sarebbe accaduto ciò che poi è accaduto».
Per quanto riguarda una eventuale missione di sminamento nello Stretto di Hormuz da parte dell’Italia, ha chiarito che il nostro Paese dispone di una capacità specialistica riconosciuta e potrebbe metterla a servizio della navigazione, ma solo dentro una cornice chiara: autorizzazione del Parlamento, assenza di una zona di guerra e garanzie da parte di tutti gli attori regionali. «Se io mando le mie navi per sminare, bisogna che nessuno mi attacchi da tutte le parti», ha detto, evidenziando che, una volta ottenuta l’autorizzazione parlamentare e definite le condizioni politiche e operative, l’Italia potrebbe essere «tra le nazioni meglio accette» dai Paesi che si affacciano su quel mare.
Su Mosca e le spese in Difesa in Europa, si chiede: «I Paesi del Nord ed Est Europa sono spaventati da Vladimir Putin, non so se a torto o a ragione, ma stanno spendendo in Difesa più di chiunque altro. Putin arriverà a 2,4 milioni di soldati. Qualcuno mi deve spiegare a cosa servono, visto che sono troppi anche per l’Ucraina». Per Crosetto il mediatore «deve essere una persona che abbia la forza di 27 nazioni». «Difficile, quindi, che si mettano d’accordo», commenta Belpietro, che aggiunge: «Qualcuno vuole Mario Draghi». «È una soluzione», la risposta del ministro, che poi sintetizza: «Io vorrei arrivare a una soluzione il prima possibile perché non voglio mettere Putin nella situazione di aver nulla da perdere», lasciando intendere, senza dirlo, che potrebbe ricorrere al nucleare. Per Crosetto le crisi e le guerre sono dovute alla «sfida degli Usa con la Cina, iniziata 15-20 anni fa e che sta arrivando a un punto di rottura». D’altro canto, la guerra ha cambiato faccia e questa sfida «sarà sempre di più sull’Intelligenza artificiale, su chi arriva prima sulla quantistica, sul computer quantistico, sullo Spazio», ha detto Crosetto, osservando che la Cina ha «un’unica regia e un unico attore che è lo Stato», con una strategia centrale e investimenti massicci. Gli Stati uniti, al contrario, stanno fondando una parte della propria risposta su grandi multinazionali tecnologiche, alcune delle quali hanno ormai capacità superiori a quelle degli Stati. «Perché è la prima volta nella storia dell’umanità che ci sono aziende private che dispongono di strumenti tecnologici superiori a quelli di cui dispongono gli Stati», ha precisato Crosetto, riferendosi a SpaceX di Elon Musk che ha «una capacità di lanciare satelliti che è dieci volte superiore alla Cina».
Per Crosetto, il confronto tra Stati uniti e Cina è destinato a ridisegnare gli equilibri globali ben oltre il piano militare: dalle rotte marittime alle materie prime, dall’energia all’Ia, fino allo Spazio. Interrogato sul generale Roberto Vannacci, infine, si concede una battuta: «Io sono ministro della Difesa non faccio politica. L’accordo con Vannacci vedranno altri se farlo».
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2026-06-24
Tajani conta le crepe della Ue: «È rimasta in mezzo al guado. Italia unico governo stabile»
MAurizio Belpietro e Antonio Tajani durante l'intervista a «Il giorno della Verità» (Michele Silvestro)
Il ministro degli Esteri: «Rompere con gli Usa non conviene né a noi né a loro. Costa può trattare con Putin». Poi apre a Calenda e propone Cottarelli sindaco di Milano
Qualche verità sull’Europa in maschera la dice Antonio Tajani. Sollecitato da Maurizio Belpietro, il vicepremier e ministro degli Esteri definisce la Ue un’entità «in mezzo al guado», necessaria ma non sufficiente. Ne esce un ritratto da anello debole nello scacchiere mondiale, ma al tempo stesso irrinunciabile. Un po’ come la televisione per le famiglie; ci saranno anche programmi brutti ma è impossibile non accenderla. «Non abbiamo alternative all’Europa, da soli non potremmo mai competere a livello globale. Che ci fanno 60 milioni di italiani con un miliardo e mezzo di cinesi e indiani, con la Russia, gli Stati Uniti, l’Africa? L’Europa è l’unica soluzione possibile perché mette insieme Paesi con radici comuni: civiltà romana, diritto romano e religione cristiana».
Illuminati i pilastri (peraltro picconati a pranzo e a cena dalla sinistra postmarxista accampata a Bruxelles) arriva la conta delle crepe, che sono tante. «L’Europa potrebbe e dovrebbe andare meglio, siamo in mezzo al guado e manca una leadership forte». Emmanuel Macron e Friedrich Merz sono ai minimi storici di popolarità, Pedro Sánchez è appeso a un filo, oltremanica Keir Starmer ha appena fatto le valigie. Per il vicepremier è facile trarre una conclusione: «Il Paese che oggi garantisce più stabilità è l’Italia. Siamo il secondo governo più longevo della nostra storia, guardacaso dopo quello di Silvio Berlusconi del 2001. La stabilità è garantita dai governi di centrodestra perché la nostra coalizione non è solo elettorale come quelle di centrosinistra, ma strategica».
Questo non può diventare un alibi per Bruxelles. «L’Unione europea deve fare di più, sono ormai fondamentali il mercato unico dei capitali e dell’energia. Serve l’armonizzazione fiscale, non possono esserci paradisi fiscali come Olanda e Irlanda». Tajani sottolinea un paio di contraddizioni da brivido caldo. «La Francia non vuole che l’Italia compri l’energia dalla Spagna perché pretende di avere il suo mercato elettrico. Assurdo, le frontiere si abbattono oppure no. Francia e Spagna continuano ad approvvigionarsi con il gas russo. Noi non lo facciamo perché siamo coerenti: se vogliamo costringere Vladimir Putin a sedersi a un tavolo dobbiamo dare messaggi forti. Fino a quando noi saremo duri da una parte e morbidi dall’altra, lui continuerà a fare i suoi interessi».
Qui arriva un problema, la ricetta per realizzare un collante più resistente. Per Tajani è il superamento dell’unanimità decisionale, uno scoglio impossibile da superare per Giorgia Meloni e Matteo Salvini. «Io invece sono favorevole ad allargare la procedura del voto a maggioranza. Non in tutto ma in alcune materie. Il Mercosur, migliorabile per l’agroalimentare ma decisivo per gli altri comparti, con l’unanimità e il diritto di veto non l’avremmo mai firmato. Incrementare il voto a maggioranza aiuta l’Europa ad andare avanti».
Un’altra verità riguarda i rapporti con gli Stati Uniti, incrinati dal bullismo di Donald Trump. Qui il ministro degli Esteri contesta la lettura dell’opposizione che invita il governo ad abbandonare Washington per abbracciare ancora di più Bruxelles. «La loro è la scoperta dell’acqua calda, noi siamo in Ue ma dobbiamo continuare a guardare oltre l’Atlantico. Le offese gratuite sono inaccettabili ma dobbiamo fare in modo che i rapporti atlantici continuino con concretezza. L’Italia non è alleata degli Stati Uniti perché c’è un presidente piuttosto che un altro, è alleata perché siamo due facce della stessa medaglia che si chiama Occidente. Noi abbiamo bisogno degli Stati Uniti, ma gli Stati Uniti hanno bisogno di noi, come Italia e come Europa. Ricordo che siamo la quarta potenza commerciale mondiale e la seconda manifattura europea».
Il direttore della Verità paventa una ricaduta sui dazi come conseguenza dello showdown con Trump (era accaduto anche con la Spagna). Ma Tajani non teme ritorsioni. «Nonostante i dazi, i prodotti italiani sono stravenduti negli Usa. Significa che agli americani piacciono. E poi laggiù ci sono milioni di italoamericani che votano. Non credo che alla Casa Bianca convenga rompere con l’Italia e neppure credo che voglia farlo. Noi continuiamo a lavorare con gli Usa come alleati, non come sudditi».
Per la serie, diciamoci tutto, Tajani affronta altri temi spinosi. L’incendio mediorientale: «Come Nato, l’Italia è il Paese che ha il maggior numero di militari impegnati in missioni all’estero. Se in Libano ci fosse una tregua, potremmo avere un ruolo». La mediazione con Putin: «Non può essere lui a scegliersi il mediatore, quindi mai Gehrard Schroeder. Mario Draghi? Meglio una figura istituzionale come il presidente del consiglio Ue Antonio Costa». Imperversa il caso Vannacci. «La coalizione è solida, governiamo bene insieme anche se con sfumature diverse. È stato Roberto Vannacci a mettersi contro il centrodestra, i suoi hanno votato con la sinistra. Un anno fa il generale diceva: se facessi un partito farei il gioco della sinistra. Credo che debba mettersi d’accordo con sé stesso».
Sulle alleanze, Tajani apre ai centristi («Con Carlo Calenda governiamo già in Basilicata»), indica a sorpresa Carlo Cottarelli per Milano («Anche Maurizio Lupi va benissimo, ma è meglio convergere su un civico contro la sinistra-sinistra di Pierfrancesco Majorino») ed è orgoglioso del dialogo aperto con Marina e Piersilvio Berlusconi. «Li sento, sono i figli del fondatore, i loro consigli sono preziosi». Poi suona il gong. Per le verità di oggi è tutto. Per quelle di domani vale sempre la lezione di Rossella O’Hara
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