Pier Luigi Bersani alla Festa dell'Unità di Torino
Pier Luigi Bersani (Ansa)

Cognome e nome: Bersani Pier Luigi. Bettola, Piacenza, 1951. Per quel che vale, l’ho sempre trovato simpatico e gioviale. Come Cavaliere Nero di Virgin Radio, come potrei non apprezzare il fatto che la sera in cui lo nominarono ministro dell’Industria, dopo la vittoria ulivista del 1996, lui era al concerto degli Ac/Dc, tostissimi metallari?

Anzi, potrei riservargli il complimento ambivalente che lui riservò al suo «nemico amatissimo» Silvio Berlusconi in un’intervista a Vanity Fair del 22 settembre 2017: «Un uomo troppo simpatico (pausa). Troppo, appunto».

PLB. Il grande Incompiuto, come Dorando Pietri (aka Petri): arrivare al traguardo della carriera, e vedersi soffiare il primato. «Ha perduto tutto: il potere, il partito e la paura della morte: “Ho realizzato quello che potevo e lasciato ciò che non volevo più. Adesso faccio e dico quello che voglio”», sempre su Vanity.

Dal 2009 al 2014, la parabola politica di Bersani

Dopo le politiche 2013, quelle della non-vittoria del Pd, Giorgio Napolitano gli affida l’incarico di formare il nuovo governo: «Avevo già tutto in testa. Il primo Consiglio dei ministri sarebbe stato una sorpresa. Avrei fatto filtrare alla stampa che si sarebbe trattato di un Consiglio informale e inutile, per far conoscere tra loro i ministri. Poi sarei uscito io e avrei annunciato a tutti lo ius soli», che doveva sembrargli la priorità delle priorità.

«Ho sempre avuto questa debolezza: guardo troppo avanti e poi prendo una musata contro la porta che ho a dieci centimetri. Azzecco tutto sul medio periodo, ma inciampo nella cronaca», citando implicitamente un testo che il laureato in Filosofia PLB avrà di certo letto, Le memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar: «Avere ragione troppo presto equivale ad avere torto».

Maledetto fu lo streaming. L’incontro ripreso in diretta con gli attendenti di Beppe Grillo, Roberta Lombardi e Vito Crimi, particolarmente abrasivi. PLB sembrava un pugile suonato che alla prima ripresa le ha prese, e nelle altre riprese le ha riprese. «Sapevo già come sarebbe finita. Non ne volevano sapere di fidarsi di me».

Al termine, PLB si toglie la soddisfazione di mandarli a… consultare Wikipedia: «Cercate il significato della parola Diciannovismo» (immagino lo spaesamento cognitivo dei due), che «è l’insieme dei fenomeni che hanno preceduto la nascita del fascismo». Nientemeno.

«Io amo la parola partito. Sarà una brutta parola ma ha un pregio: ti ricorda che sei una parte, non un tutto. Usando la parola “movimento”, come parola pigliatutto, si evoca un rischio di autoritarismo» (il fatto che uscendo dal Pd con Massimo D’Alema e Roberto Speranza abbia poi fondato Articolo 1 – Movimento democratico e progressista è una contraddizione che forse appare tale solo a me; in ogni caso, nel 2023 è tornato tra i dem).

Ma a dargli il colpo di grazia politico è la bocciatura di Romano Prodi, da lui proposto (e da tutti i maggiorenti e capataz del centrosinistra pubblicamente acclamato) quale candidato al Quirinale.

Impiombato nell’urna dal fuoco amico dei subdoli «tiratori», condividendo con ciò la sorte toccata poco prima a Franco Marini. Un bel pattuglione: 101 parlamentari. Chi erano? E chi i mandanti? Nella Ditta, come PLB ha ribattezzato la comunità ex Pci-Pds-Ds-infine Pd, non si sono mai messi d’accordo nemmeno sul loro identikit.

Bersani, ai tempi: «Tra di noi 1 su 4 ha tradito, ci sono pulsioni a distruggere il Pd, eletto il nuovo presidente rassegnerò le mie dimissioni». Dettaglierà invece nel 2017: «Erano un po’ meno di 80. Una metà voleva far fuori Prodi, l’altra metà me». Riuscendoci, visto che si farà da parte, spianando la strada per Palazzo Chigi a Enrico (Sotti-)Letta, e quella per il Nazareno al Toscano del Grillo.

E dire che quando PLB vinse le primarie del 2009, diventando il terzo segretario del Pd (a due anni dalla sua fondazione!), il mago Dalemix vaticinò: «Con lui finalmente nel partito ci sarà la pace». E come no.

Con il fiato sul collo del profeta fiorentino della rottamazione (altrui, lui non schioda nemmeno con i sondaggi al 2%), Bersani fa quello che può. Perdendo l’attimo: anziché chiedere le elezioni, quando il Cavaliere si dimette, autunno 2011, finisce (forse «intortato» da quella raffinatissima mente politica di Napolitano) per appoggiare il governo di Mario Monti.

Risultato? A marzo 2012, anche per l’attivismo di Renzi, Bersani sbotta: «Siam tutti qui, politici e giornalisti, da 20 anni. È ora di toglierci dai coglioni». L’esempio lo dà lui? No: si candida alle primarie a doppio turno del novembre successivo, arrivando primo.

Come alle successive politiche, che però appunto non vince, essendo un soffio la differenza con il M5s dei grillopitechi.

L’emorragia cerebrale: «Il terrore vero? Che il cervello non funzionasse più»

2009-2014. In cinque anni, la sua parabola politica si compie. Il 5 gennaio, a casa a Piacenza, accusa un forte mal di testa, la nausea, il vomito. È un’emorragia cerebrale. «Quando sono stato portato al reparto di Neurochirurgia di Parma pensavo di non farcela. Sono arrivato sulla soglia della morte. Il terrore vero? Che il cervello non mi funzionasse più».

E chi fu il primo a inviare «un abbraccio affettuoso ad un avversario leale»? Sì, proprio lui: il Cav. Addirittura il giorno dopo Il Giornale (di famiglia) uscì a tutta pagina con un «Oggi forza Bersani!».

«È l’unico “comunista” che neppure Silvio riesce a chiamare “comunista”», scrisse una volta il Corriere della Sera. In effetti, tra i due – nati lo stesso giorno, il 29 settembre – c’è sempre stato reciproco rispetto.

Il rapporto con Silvio Berlusconi

14 dicembre 2009. PLB, sfidando le contestazioni dei fan del leader del PdL, il Popolo delle Libertà, va a fargli visita al San Raffaele di Milano, dove Berlusconi era ricoverato per la statuetta del Duomo che si era preso in faccia. «Mi tenne la mano per mezz’ora» raccontò commosso il sire di Arcore. Circostanza che riconfermò nell’aprile 2020, definendo Bersani «perbene e generoso».

PLB ha smentito tale versione solo nel 2023, dopo la morte del Cavaliere, cui riconosceva un vitalismo inesausto: «In verità fu lui a tenere la mano a me. Ci riconoscevamo reciprocamente un tratto di umanità, anche se io pensavo che la sua fosse più controversa. Era uno che si faceva i suoi affari, ma trasmettendo una generosità che affascinava. Io ne ho avuto tante prove, incontrando la gente anche più umile».

Silvio come Vasco Rossi, in fondo, un’altra sua passionaccia musicale: «È bestiale, un genio assoluto, grande forgiatore di slogan, semplici e immediati. Magari ce l’avessimo noi questa facilità espressiva a sinistra, avremmo risolto metà dei nostri problemi» (così a Vanity Fair nel 2005).

Nel 2007 confessò: «Se leggo come scrivevo in passato mi faccio paura. Parole da iniziati, per una deformazione intellettualistica tipica della sinistra. Tutti quei dibattiti infiniti sul “marxismo-leninismo”: con o senza il trattino?». Per non scadere nel luogocomunismo, si è spiaggiato sulle metafore. Abusandone.

Le «bizzarie lessicali» del leader incompiuto

Filippo Ceccarelli, in Invano, Feltrinelli 2018: «C’era qualcosa di strambo nella comunicazione di Bersani. Anche quando diceva cose sensate. Ma di cui restavano impresse le bizzarrie lessicali, una specie di estensione del parlato contadino ai limiti dell’assurdo. Una pirotecnica sequela di immagini che prese il sopravvento generando un cortocircuito di imitazioni culminato nella doppia presenza del segretario e del suo imitatore Maurizio Crozza sul medesimo palco, in una specie di surreale torneo di scempiaggini dentro il quale non si capiva più chi imitava chi».

La mucca in corridoio, il tacchino sul tetto, un maiale tutto di prosciutti, le bambole da pettinare. Ma soprattutto il giaguaro da smacchiare. Con conseguente video raccapricciante sul terrazzo del Nazareno, «Operazione giaguaro», in cui funzionari del Pd si percuotevano le cosce stile All Blacks, una specie di danza dal sapore tribale, con schitarrata rockeggiante (ometto per carità di patria i commenti, a firma soprattutto di aficionados, ancora presenti su YouTube). Alla fine, comunque, lo smacchiato risultò lui.

Lo scetticismo sul Campo largo: «Si mette il carro davanti ai buoi»

«Il più bello del centrosinistra» secondo la Rosy Bindi di trent’anni fa. Sarà per questo che Rosaria continua a immaginarlo federatore del «campo minato»? Lui in tv su La7 è stato netto: «Non ci pensano loro (i capi e i cacicchi del centrosinistra, ndr), non ci penso nemmeno io».

Ma l’aveva già ribadito nel 2023 a Un giorno da pecora, radio Rai (ergo: son tre anni che a sinistra disquisiscono di leadership): «Si mette il carro davanti ai buoi, prima bisogna volere unire, poi discutere sui temi e poi se c’è bisogno di un federatore lo si cerca. Farlo io? No, ho già detto che io oggi il carro lo spingo, non lo tiro. Sono pronto a dare una mano».

Bersani, se posso: li abbandoni al loro destino, i «ragassi». Si chiami davvero fuori, e li lasci alla loro unità di facciata, avvinti come l’edera sui palchi, a favore di telecamere e smartphone. Immagine non necessariamente foriera di trionfi. Lei ne sa qualcosa, visto il precedente della foto di Vasto, 2011, con Nichi Vendola e Antonio Di Pietro. Noi due, se vuole, ci ritroveremo a bere una birra al Roxy Bar.

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