Marco Rizzo, il kompagno passato da Marx a Vannacci
Marco Ricco (Imagoeconomica)

Cognome e nome: Rizzo Marco. Torino, 1959. Aka – conosciuto anche come – Mastro Lindo. Yul Brynner.

In breve: il Crapa Pelada (copyright by Quartetto Cetra) dei sinistrati.

Rizzo: «Sono caparbio, determinato, anche un po’ figlio di puttana», così a Claudio Sabelli Fioretti per Sette del 20 maggio 2004.

L’ultimo comunista ancora circolante su piazza, almeno quella social, mentre i Fausto Bertinotti, i Franco Giordano, gli Oliviero Diliberto, i Paolo Ferrero, financo i Nichi Vendola, sono scomparsi dai radar.

Intendiamoci: l’etichetta è mia, perché in verità lui non si definisce più «un compagno», o almeno credo.

«Quando vedo Elly Schlein sul carro del Gay Pride, non provo rabbia ma estraneità. Quella non è la mia sinistra, la sinistra da cui provengo», ha scandito.

In tv ha spiegato che lui oggi declina la sua fede politica, il suo «essere marxista», nel sovranismo popolare, «l’obiettivo più rivoluzionario che oggi ci possa essere».

«Se vuoi capire perché oggi parlo di sovranismo popolare, non c’è bisogno di scomodare le categorie del tradimento o dell’incoerenza. È tutto lì: è l’unico modo per unire di nuovo il ceto medio depauperato e la classe lavoratrice».

E poi il verdetto tranchant: «Non ci sono più né destra né sinistra. C’è il basso contro l’alto. Il popolo contro le élite. La vera sfida è questa».

Nello studio di La7 non fece sconti, il 4 giugno 2024: «Io sono contro il partito dell’informazione mainstream, cioè contro tutti voi, che state con le multinazionali e la grande finanza che governano l’Occidente, meno La Verità, questo forse no», che sarebbe stato pure un complimento, se nel formularlo non avesse indicato Annalisa Terranova, vicedirettrice del Secolo d’Italia, ma pazienza.

Si era alla vigilia delle elezioni europee.

Dove Rizzo si presentava alla guida di Dsp, Democrazia sovrana e popolare, nata – se non ho ricostruito male – dall’incontro tra il Pc, Partito comunista, e Isp, Italia sovrana e popolare.

Nei sondaggi Dsp era accreditata all’1,1%.

Portò a casa appena lo 0,15%, pari a 36.223 voti.

Doppiato da Alternativa Popolare allo 0,39%, 91.395 voti, già «creatura» di Angelino Alfano (do you remember?) finita nell’orbita di Stefano Bandecchi, noto dandy dallo stile azzimato, sindaco di Terni dal 2023.

Ma anche sideralmente lontano da Pace Terra Dignità, la formazione di Michele Santoro, che inglobando il Prc, Partito della rifondazione comunista, ha toccato il 2,21% con 517.725 voti.

Senza offesa: una frammentazione da formicaio, che non ha prodotto eletti, stante lo sbarramento al 4%.

Nota a margine. Che quella galassia sia composta da microschegge «impazzite» è confermato da un dato relativo all’antenata Isp, alle politiche del 2022 con questo identikit, secondo pagellapolitica.it: «Euroscettica, populista e no vax, la lista racchiude al suo interno partiti provenienti da esperienze e posizioni ideologiche molto diverse tra loro. Il suo esponente di spicco è Marco Rizzo, segretario del Partito comunista, che guida un movimento che ha riunito sotto un unico simbolo 15 (!) organizzazioni».

Anche se «è la somma che fa il totale» (cit. Totò), il risultato fu piuttosto modesto: 1,24%, pari a 348.831 voti.

Ma Rizzo è resiliente.

E lotta sempre insieme a noi.

Fin dagli anni Settanta.

Figlio di Armando, metalmeccanico Fiat alle carrozzerie di Mirafiori per 36 anni, Rizzo è cresciuto nel culto della Resistenza (non lo ricorderà di certo, ma una ventina d’anni fa, finita la puntata di Omnibus, ci fermammo a conversare sul marciapiede fuori dagli studi di La7, e mi regalò una confidenza che ai miei occhi valeva – e tanto più vale oggi – perché lo faceva uscire dal personaggio: «Purtroppo non credo in Dio. Perché non so che darei per riabbracciare ancora una volta mio padre. Ma so che non succederà»).

Esordì nel servizio d’ordine di Lotta continua, poi, dopo lo scioglimento e prima della «laurea nel 1988 in Scienze politiche con una tesi sul Pci torinese e la Fiat negli anni Cinquanta, quelli dell’operaismo duro e puro» (così Gian Antonio Stella in Avanti popolo, Rizzoli 2006), il passaggio nel 1981 nel partito di Enrico Berlinguer.

Dove rimase fino alla prima metà degli anni Novanta, quando aderì a Rc, Rifondazione comunista, ricoprendo il ruolo di coordinatore della segreteria nazionale dal 1995 al 1998.

Confermando una certa qual tendenza al rovesciamento del tavolo.

Armando Cossutta ha ricordato, in Una storia comunista (la sua autobiografia per Rizzoli, 2004), che dopo aver polemizzato per la prima volta in pubblico nel 1982 con Berlinguer – che aveva giudicato «esaurita la spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre», una bestemmia per le orecchie dei veri kompagni komunisti – «ricevevo sollecitazioni fortissime alla scissione, c’era una tendenza che voleva rompere con il Pci e diede vita a un foglio chiamato Comunisti oggi, tra i cui promotori figurava Marco Rizzo».

Quando nella legislatura 1996-2001 il centrosinistra riuscirà a esprimere quattro governi – quello di Romano Prodi, i due di Massimo D’Alema, il quarto di Giuliano Amato – la parabola di Rizzo rifletterà i maldipancia dei comunisti.

Perchè quando Rc, guidata da Bertinotti, decide di ritirare il sostegno al governo Prodi e di uscire dal «campo largo» dell’epoca, lui sposa la linea cossuttiana di sostegno al successivo esecutivo, il D’Alema I, contribuendo alla nascita del Pdci, il Partito dei comunisti italiani, di cui sarà coordinatore della segreteria nazionale fino al 2004 (quando, dopo dieci anni come deputato alla Camera, approderà all’Europarlamento).

È in quegli anni che sui muri della sua Torino compaiono le scritte: «Rizzo pelato / servo della Nato!», accusato di essere dalla parte dei bombardamenti americani nel Kosovo.

Non basta. Nel libro Compagni che sbagliano di Gianni Barbacetto (il Saggiatore, 2007), viene in sostanza additato come un cripto-berlusconiano per essersi schierato contro l’apertura del mercato televisivo, con questa motivazione: «Il dimagrimento dell’azienda Mediaset sarebbe pagato prima di tutto dai lavoratori».

Smarcamenti, riposizionamenti, spostamenti conditi dall’incancrenimento dei rapporti personali.

«Per Bertinotti provo un’antipatia totale, politica e umana, ha una passione assolutamente autocentrata e narcisa» (a Sabelli Fioretti, nel 2004).

Strano, svelenò la signora Lella, consorte del sub-comandante Fausto: «Rizzo era così servizievole nei confronti di mio marito».

E Vendola, «figlioccio» bertinottiano: «Quel caporalmaggiore di sé stesso che è diventato il derelitto Rizzo…esimio studioso del Bignami del marxismo-leninismo».

Quando Cossutta, in ritardo sulla storia, arrivò alla conclusione: «Il comunismo non c’è più», per cui tanti saluti alla falce e martello, apriti cielo: «Cossutta sbaglia. Silvio Berlusconi può sbeffeggiare il comunismo, ma stupisce e amareggia che certe cose le dica lui», fino alla fucilata: «Cossutta ha una concezione familistica del partito. E il comunismo, appunto perché è una cosa rigorosa, non può far rima con nepotismo».

Non ebbe riguardi nemmeno per Pietro Ingrao, quando uno dei padri nobili della sinistra scrisse sul Manifesto del 15 aprile 2003 un articolo intitolato «Le prigioni di Cuba» sulla condanna di 79 dissidenti bollati da Fidel Castro come «terroristi controrivoluzionari», trattandosi invece di semplici «oppositori del regime castrista».

Rizzo, con Alessandra Longo di Repubblica, lo declassò così: «C’è una campagna contro Cuba cui partecipa, con una strana puntualità, una certa sinistra».

Intervistato il 30 giugno per Radio Cusano da Francesco Borgonovo, vicedirettore della Verità, Rizzo ha indossato i panni dell’ex-comunista tendenza Deng Xiaoping.

Spiego: invertendo lo slogan di una nota pubblicità, ha dimostrato di credere che «ci sono le cose, oltre le persone».

Parafrasando inconsapevolmente il leader cinese successore di Mao Zedong: «Non importa il colore del gatto, l’importante è che acchiappi i topi».

Quindi, ha ragionato Rizzo, se Roberto Vannacci, come Gianni Alemanno, danno vita a iniziative condivisibili, perché lui non dovrebbe confrontarsi con loro?

Proprio intorno ai rapporti con Vannacci si è registrata una spaccatura tra Rizzo e il presidente di Dsp Francesco Toscano.

Che ha denunciato una presunta marcia di avvicinamento di Dsp a Futuro nazionale, venendo sfiduciato da Rizzo, che ha smentito la circostanza ribadendo la sua realpolitik: «La politica si fa tenendo conto del contesto e chi dice il contrario è un dilettante».

Al Franti che è in me rimane un dubbio: quale terreno d’intesa troverà mai Rizzo con Vannacci che, in un comizio a Pescara martedì scorso, ha ritratto – elegantemente – i nipotini di Karl Marx e Vladimir Lenin come lavativi: «Nessun comunista ha mai usato la falce e il martello. Ce ne fosse uno di questi signori coi calli alle mani. Forse qualcuno ce li ha, ma per altri motivi», però.

Si rimane in attesa della replica di Rizzo, fama di tombeur de femmes, promotore -per ridere, ma forse neanche tanto – del movimento Facciamo l’Italia Grande Ancora (ehm…).

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