Antonio Ingroia, l’ex pm re dei flop verso una nuova batosta
Antonio Ingroia (Imagoeconomica)

Cognome e nome: Ingroia Antonio. Palermo, 1959. Ex magistrato. Protagonista come pm dell’infinita telenovela dal titolo «La trattativa Stato-Mafia», un’avvincente fiction che però non ha retto al vaglio delle prove in più di un processo.

Tutte le (dis)avventure di Ingroia da pm

Un veloce riassunto, «pescando» a caso.

La Procura di Palermo portò alla sbarra il capitano Ultimo, che con i suoi carabinieri aveva catturato Totò Riina, con l’accusa di favoreggiamento ai boss (!).

Il Tribunale di Palermo lo assolse senza che la sentenza venisse appellata dalla Procura, anche perché, con un’inversione a U, aveva essa stessa chiesto l’assoluzione (!!).

Nello stesso processo fu assolto anche il generale Mario Mori.

Che, in altro processo, fu assolto – sentenza passata in giudicato nel 2017 – dall’accusa di aver favorito la latitanza di Bernardo Provenzano (!!!).

Il Tribunale, al termine del primo grado, trasmise alla Procura gli atti relativi alla deposizione del collaboratore Massimo Ciancimino (lo junior figlio del mafioso Vito, vedi oltre) per il reato di falsa testimonianza.

L’ex ministro Dc Calogero Mannino fu assolto dalle accuse di concorso esterno in associazione mafiosa, nel processo per la già citata presunta «trattativa», in cui Mori è rimasto impelagato fino alla definitiva sentenza di assoluzione della Cassazione (nel 2023!).

Il giudice che assolse Mannino esaminò i verbali di interrogatorio di Ciancimino jr. (con Ingroia), dipingendolo come soggetto «fortemente suggestionabile con la tendenza ad assecondare la direzione impressa dai pm, frammista a una propensione alla rappresentazione fantasiosa e al contempo manipolatoria».

Altri processi e personaggi coinvolti

I sequel e gli spin-off mica sono finiti.

Nell’ultimo si è appalesato Giovanni Brusca, l’uomo che pigiò il bottone per far detonare i 500 chili di tritolo della strage di Capaci, in cui morirono Giovanni Falcone, la moglie e la sua scorta (tranne un agente).

Mercoledì scorso (e siamo nel 2026) il reo confesso di decine di omicidi è stato infatti sentito da uomo libero nel processo in corso a Firenze contro Salvatore Baiardo.

Accusato di favoreggiamento e calunnia aggravata ai danni di Massimo Giletti, avendo il cosiddetto «pentito» negato di aver mostrato al conduttore tv una presunta foto dei primi anni Novanta in cui comparivano insieme Silvio Berlusconi e il boss mafioso Giuseppe Graviano.

I pm sospettano che Baiardo abbia smentito Giletti per far crollare la loro ipotesi accusatoria, e cioè il ruolo del Cavaliere e di Marcello Dell’Utri come mandanti esterni delle stragi del 1993-1994.

Il bello è che Brusca, chiamato a testimoniare, è già stato ritenuto inattendibile in precedenti processi, per esempio in quello che assolse Mannino.

Libri e processi di Ingroia sulla Mafia

Dove va a parare questa breve digressione? Siccome quando si parla di mafia e Sicilia, ci si muove su un terreno sdrucciolevole dove abbondano le ombre cinesi, ecco che per uno strano scherzo del destino l’anno scorso è arrivato nelle librerie un libro-intervista dello stesso Giletti proprio con Ingroia: Traditori – Le mie verità sui misteri di Palermo e sulla magistratura (Piemme).

Nota a margine. Curioso che non l’abbia scritto con Marco Travaglio. Dati i rapporti intercorsi tra i due, con tanto di foto insieme in vacanza sotto l’ombrellone. Circostanza ricordata dallo stesso Travaglio in un chilometrico articolo, «L’armadio degli scheletri», del 22 febbraio 2010: «Sono amico da una decina d’anni di Ingroia, uno dei più preparati e specchiati magistrati d’Italia, già pupillo di Paolo Borsellino. I nostri figli e le nostre mogli sono diventati anch’essi amici, tant’è che da alcuni anni trascorriamo insieme le vacanze, un’amicizia che mi onora e di cui vado fiero».

L’amarcord gli serviva per fugare sospetti (sottolineiamolo: totalmente infondati) che uomini vicini a Cosa Nostra gli avessero pagato il soggiorno in alberghi siciliani, per il tramite di Giuseppe Ciuro, maresciallo della Dia, esperto di indagini antimafia, uno dei principali collaboratori dello stesso Ingroia, come ufficiale di polizia giudiziaria assegnatogli dalla Guardia di Finanza.

L’arresto di Giuseppe Ciuro

Questo fino al novembre 2003, quando Ciuro fu arrestato per aver venduto informazioni a un imprenditore colluso con la mafia, finendo condannato in primo e secondo grado per favoreggiamento.

L’intricata vicenda era tornata d’attualità grazie a Giuseppe D’Avanzo di Repubblica, che in sostanza (riassumo alla grossa) si chiedeva cosa avrebbe pensato e scritto il fondatore del Fatto quotidiano se in quelle «relazioni pericolose» fosse inciampato un giornalista diverso da Marco Travaglio.

Un sofisma capzioso, certo, applicabile però anche ai rapporti tra Sigfrido Ranucci e Valter Lavitola: come sarebbe stato usato il «metodo Report» se fosse stato un altro collega, e non il volto di Report, a ritrovarsi avvinto come l’edera a un pluripregiudicato con il cappuccio da massone?

A Ciuro Ingroia ha dedicato un paio di pagine nella sua (prima) autobiografia, Nel labirinto degli dèi, edito da ilSaggiatore nel 2010.

Arrivando a scomodare Jacques Derrida: «Ho dovuto prendere atto della sua infedeltà alle Istituzioni, del suo tradimento della fiducia e dell’amicizia. La sua più grave colpa è quella che presuppone – come diceva il filosofo francese – uno spergiuro, ossia il mancare a una promessa, a un impegno assunto».

Corsi e ricorsi storici di Ingroia

Certo, si potrebbe opinare: possibile che «uno dei più preparati magistrati d’Italia» non si sia accorto di nulla, mai sfiorato da un dubbio, da un sospetto?

Per carità, può capitare a chiunque di essere ingannato, se chi truffa la tua buona fede è abile nella simulazione e nella dissimulazione.

Però Igroia – per dir così – ci ricascò.

Rimanendo suggestionato dall’erede Ciancimino, il cui padre Vito, assessore e poi sindaco a Palermo, fu soprattutto mafioso conclamato: «Per una metamorfosi mediatica, il figlio è arrivato a diventare quasi un’icona dell’antimafia». Già.

Ma non sarà successo perché a dargli credito furono in tanti?

Scrive Ingroia: «Le sue sono dichiarazioni di evidente gravità, sul padre latore del cosiddetto “papello” con le richieste di Cosa Nostra allo Stato in cambio di una tregua delle armi. E sull’arresto di Riina sarebbe stato possibile anche grazie al contributo di Ciancimino senior».

Il caso di Ciancimino

Nessuna perplessità? Qualcuna, ma superabile: «Tra i tanti dubbi sull’attendibilità del giovane Ciancimino, che ancora permangono, rimane l’importanza del contributo di conoscenza da lui apportato, avendo raccontato quelli che erano dei tabù intoccabili».

Peccato che infine Ciancimino jr si sia rivelato quello che fin da subito molti sospettavano in realtà fosse: un pataccaro.

Condannato per calunnia, riciclaggio di denaro, detenzione di esplosivi.

E così Ingroia si è ritrovato con il Ciancimino in mano.

Vabbe’, tirèmm inànz che l’è mei, passiamo oltre che è meglio.

Occupiamoci dell‘Ingroia politico.

Una seconda vita abbracciata dopo l’uscita dalla magistratura nel 2013.

Il suo curriculum di paladino antimafia tuttavia non pagò molto, alle politiche: raccolse meno di 800.000 voti, 2,25%.

Nel 2020 un altro ko: si candida a sindaco nel comune trapanese di Campobello di Mazara, ma raccatta appena il 19% dei voti.

«Nelle terre di Matteo Messina Denaro vince la paura», fu la sua giustificazione con cui si auto-assolse, e amen.

«Da quando ha messo in naftalina la toga, il buon Antonio non ne ha imbroccata una, e al suo carnet di carriere velleitarie e arenate manca ormai solo quella di maestro di danza» annotò un perfido Guido Vitiello sul Foglio.

Ma il già avvocato di Gina Lollobrigida (l’ha assistita nei grovigli giudiziari intorno al suo patrimonio) non si è fatto mancare niente.

Arrivando perfino a vagheggiare l’ipotesi, al di là del più virulento cospirazionismo, di un possibile ruolo della ‘ndrangheta calabrese, in combutta con la mafia cinese, nella creazione in laboratorio del Covid, al fine di macinare profitti illeciti.

Mettendo poi magari le mani, come scritto in Ossigeno illegale. Come le mafie approfitteranno dell’emergenza Covid-19 da Nicola Gratteri con Antonio Nicaso, sul mercato dei vaccini.

Il grande ritorno in scena di Ingroia

Ingroia è ricomparso in scena una settimana fa, partecipando agli Stati generali del movimento siciliano Controcorrente, promosso da Ismaele Lavardera, ex-Iena tv, che si è fatto conoscere come «figlioccio» di Cateno De Luca, avendo fondato con lui e l’altra ex-Iena, poi M5s, Dino Giarrusso, il partito Sud chiama Nord.

Ora il fluido Lavardera (con «Scateno» pare non si siano lasciati benissimo) gravita nella composita galassia del centrosinistra.

In asse con Alessandro Onorato, l’assessore romano lanciato da Goffredo Bettini come leader in provetta dei «centrini».

E Ingroia che c’azzecca? «Non bisogna essere populisti ma popolari, oggi al centrosinistra manca la capacità di parlare al popolo».

Ecco perché Onorato «è una figura alla quale penso che tutti dentro il centrosinistra dovrebbero guardare con fiducia».

Perché «sta attuando il percorso che avevo pensato io nel 2013».

Non risulta ad acta se Onorato abbia, con discreto gesto apotropaico, toccato qualche amuleto.

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