«Niente di personale» torna sul luogo dei delitti. Di una parte dei 76 ritratti fin qui pubblicati, abbiamo deciso di fornirvi imperdibili aggiornamenti. Oggi è la volta di «quelli che gureggiano»: guru, para-guru e gureggioni.
FRANCESCA ALBANESE
Ora che il «genocidio» di Israele nei confronti dei palestinesi non è più un TT, un trending topic sui social e sui media, la «relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati» è come sparita dai radar. Già lontani i tempi in cui arrivava a chiudere la bocca al mite sindaco di Reggio Emilia, che pure l’aveva insignita con un importante riconoscimento, perché si era permesso di non conformarsi al Verbo – il suo – sul «genocidio» perpetrato da Israele. Nome tuttavia ancora gettonato a sinistra. Avs – che è contraria alle primarie, del resto è una soluzione senza speranza (sostantivo e cognome, data la presa di posizione di Roberto Speranza, che conta zero ma le cui esternazioni servono ad agitare le acque malmostose del Campo minato) -nel caso si tenessero ugualmente sarebbe pronta a candidarla, anche se come seconda opzione, qualora Nicola Fratoianni decidesse di non correre contro Elly Schlein e Giuseppe Conte. Andrebbe a sbattere, la rockstar dell’intifada? Sì, ma in cambio le sarebbe garantito un seggio in Parlamento alle prossime politiche del, forse, 18 aprile (una data simbolo, visto che nel 1948 segnò la sconfitta del fronte popolare social-comunista, con la Dc al 48% e il Msi al 2%). Intanto a Gaza e in Cisgiordania l’Idf continua nelle sue cruente operazioni di pulizia etnica, ma la bandierina proPal nel risvolto dello smoking – dalla cantante engagé sul palco all’opinionista di Ballando con le stelle – non si porta più.
ALESSANDRO BARBERO
Guest star alla festa del Fatto quotidiano, con una lectio magistralis di cui si ignora l’oggetto, ma si sa da cosa sarà seguita: da un’intervista nientepopodimeno che a Heather Parisi (evento che non sarebbe dimenticabile solo in una circostanza: se il faccia-a-faccia fosse con Roberto Burioni). Barbero Laqualunque ha dimostrato di poter raccontare il sushi e San Francesco, Giuseppe Garibaldi – con la cui epopea, udite udite, «debutta nel fumetto», avendo scritto i testi di una graphic novel – e le Brigate Rosse, il clima nel Medioevo, Madre Teresa, la peste nera, l’autunno «caldo», il terrapiattismo e il giudizio universale. Da cui si salveranno soltanto coloro che si abbeverano alla fonte del suo sapere. Che gli ha fatto affermare, con la solita espressione ridens: «Avete presente dov’è la Crimea? Forse Carlo Calenda direbbe che è in Ucraina. Che Dio lo perdoni. La Crimea è in Russia». Sul palco con lui il collega professor Angelo d’Orsi – Dio li fa e poi li accoppia – che ci ha messo del suo: «È sempre stata russa, la Crimea». Replica di Calenda: «Spero che Barbero fosse ubriaco. Sì, direi che la Crimea è Ucraina. Perché lo è. È stata presa con la forza da un dittatore fascista. Avrei detto la stessa cosa dei Sudeti e della Cecoslovacchia. Ma forse Barbero avrebbe dato ragione ad Adolf Hitler».
GAD LERNER
Transitato da Lotta continua alla Stampa dell’avvocato Gianni Agnelli, da Repubblica dell’ingegner Carlo De Benedetti al Fatto quotidiano, dal Tg1 a La7, per riapprodare infine al Manifesto. Pochi giorni fa ha firmato un’analisi sull’«ingratitudine» dei dirigenti leghisti «nordisti» nei confronti di Matteo Salvini, accusato di aver fatto precipitare nei sondaggi odierni il partito sotto il 6% (sorpassato da Roberto «non faccio il ragioniere» Vannacci), dopo che alle europee del 2019 aveva superato il 34%: «Fingono di non ricordare che quella vetta fu raggiunta da Salvini stesso proprio in virtù del ripudio del nordismo, cui anteponeva in forma ossessiva il tema sicurezza declinato in chiave xenofoba e colorato di inautentico nazionalismo tricolore».
Ma ingrato in fondo è stato pure lui, a sentire i suoi non pochi detrattori. Ricordate quando nel maggio 2020 salutò il già giornale di Eugenio Scalfari per sbarcare a quello di Marcolino Travaglio, sospirando: finalmente «un giornale senza padroni»?
Stefano Cappellini, attuale direttore ad interim di Repubblica (vedi com’è Lavit-ola), lo colse subito sul Fatto: «Uh, ora che non ha più padroni, chi lo porterà in barca quest’estate?», memore dei soggiorni del Nostro, ospite in Costa Smeralda dell’ingegner CDB, venuti dopo le gite in elicottero con Agnelli. Il Gaddino errante.
PAOLO MIELI
Mielig, per il suo spirito di adattamento e i riposizionamenti imposti dalla storia, di cui è valente studioso. Fondatore del mielismo, che per i critici era sinonimo di cerchiobottismo, che lui ha sempre chiamato «terzismo», attirandosi gli strali del suo ex mentore, poi suo concorrente, Eugenio Scalfari: «Assai labile mi pare il confine tra terzismo, opportunismo e trasformismo». Negli ultimi tempi, lontani i fasti delle direzioni, il nostro direttore «alle vongole» («sgusciate» da Valterino Lavitola) si è scoperto, sia pure tardivamente, fustigatore del conformismo di sinistra, con i suoi tic, i suoi vizi e pregiudizi, le sue coazioni a ripetere e i suoi ritardi storici. In precedenza, Mieli portò un affondo di peso ai compagnucci della parrocchietta alla presentazione di un volume sulla storia della Pirelli, una decina d’anni fa. Lui e Ferruccio De Bortoli denunciarono come il gruppo di Marco Tronchetti Provera fosse stato vittima dell’ostracismo ideologico del centrosinistra per il caso Telecom. «In questi venti anni abbiamo raccontato di bande di destra, ma non delle bande affaristiche di sinistra che pur ci sono state e che l’hanno fatta franca, ma non credano che gli storici dimentichino». Il Mieli giornalista che demanda l’operazione glasnost al Mieli storico: che delizioso cortocircuito.
TOMASO MONTANARI
Storico dell’arte. Rettore dell’Università per stranieri di Siena.
Cui nel 2021 impose i bagni gender-free, senza indicazione di genere, per garantire inclusione e rispetto. «A me me pare ’na strunzata», avrebbero chiosato i Trettrè.
Chissà se ora il Tomaso senza una emme, in questi tempi di revisionismo anti-woke, rivedrà le sue convinzioni. Ne dubito.
È noto infatti per la protervia, l’arroganza, la supponenza, l’ego alla Sigfrido Ranucci, cui assomiglia anche fisicamente.
Autorevole rappresentante dei Sommi Sacerdoti di Stoka’, gli Immobildream che non vendono sogni ma solidi diktat.
Il Collegato disposto (a comparire: gradito ospite dei talk show de La7 left oriented, cioè tutti, ma sempre da remoto).
Sarà protagonista della prossima kermesse nel giardino dei finti Contini: il raduno M5s a Milano, «Nova», nome da centro commerciale (delle idee all’ingrosso).
«I 5 Stelle hanno costruito una parte importante del loro programma sulla cultura partendo dai miei libri».
Il che spiega molto di lui, dei grillopitechi e di ciò che è diventata la politica in questo Paese.
Il 31 dicembre 2021 «sparò» via social sulla scenografia del discorso di Sergio Mattarella: «La prevalenza della palma nell’iconografia presidenziale. Il ritorno del rimosso: la Repubblica delle banane che siamo…».
Riferimento criptico all’immagine di Leonardo Sciascia: la palma, cioè la Mafia, che risale la penisola.
Giovanni Grasso, capo dell’ufficio stampa del Quirinale, lo fulminò: «Il professore, anzi magnifico rettore, si intende sicuramente di arte ma poco di botanica. Il frutto della palma è il dattero, l’albero che produce banane è il banano».
E quindi: Ba-nano Montanari è un Vittorio Sgarbi che non ce l’ha fatta? O un Diego Fusaro che ce l’ha fatta?
ROBERTO SAVIANO
Il «pelatone» – parodiato così da Luca e Paolo, clonato nella mimica e nell’eloquio da Checco Zalone -, il «recluso», il «sepolto vivo», il Vigilato speciale.
Spaesato protagonista, nell’ottobre 2025, di un dimenticabile show su Prime video, RIP – Roast in peace (roast: arrostisci in pace, non rest, riposa), in compagnia di Elettra Lamborghini e Selvaggia Lucarelli.
L’utilizzatore di specifiche porzioni di articoli altrui per Gomorra, fatto su cui nel luglio scorso è intervenuto il giudizio definitivo della Cassazione.
Che ha respinto il ricorso contro la decisione della Corte d’appello di Napoli, che nel 2024 aveva fissato a 10.000 euro il risarcimento per la mancata citazione delle fonti.
Dopo l’attentato a Sigfrido Ranucci il Gomorride aveva tuonato: «È il frutto di anni di delegittimazione, di campagne mediatiche costruite per isolare, infangare, distruggere civilmente chi osa indagare il potere».
Adesso, davanti alle evidenze, arriva la tirata d’orecchie a Rocco Sigfrido: «Nel rapporto tra Ranucci e Lavitola non c’è distanza, non c’è diffidenza, non c’è il sospetto come igiene professionale verso la fonte».
Che diventa amica e così Ranucci «viene raggirato»: «Il veleno vero, che in qualche modo funge da carta moschicida per Ranucci, è la politica. L’idea di sé, la fama, i messaggi dei fan girati all’amico, “milioni di italiani ti vogliono alla guida del Paese”, i sondaggi sulla popolarità». In sintesi: il bue che dà del cornuto all’asino.
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