Cognome e nome: Fassino Piero Franco Rodolfo. Nato ad Avigliana, Torino, nel 1949.
«Sono sabaudo, alto, magro, con quest’immagine un po’ austera, un po’ calvinista», nel senso del teologo Giovanni Calvino, non dello scrittore Italo Calvino né dello stilista Calvin Klein, produttore anche di profumi (ehm…).
Ultimo segretario dei Ds, eredi del Pci, dal 2001 al 2007, quando nasce il Pd.
Oggi in minoranza nel partito di cui è cofondatore, nel gruppo dei riformisti mal sopportati dai sinistrelli di Elly Schlein anche per le sue posizioni anti-proPal, un «sionista» di default come lo intende Erri De Luca, per il solo fatto di sostenere il diritto all’esistenza dello Stato di Israele accanto a quello dello Stato di Palestina.
L’ho rivisto il 14 luglio in uno scatto in cui il settore dell’emiciclo occupato dai piddini alla Camera sembrava la curva sud dell’Olimpico a un gol della Roma.
L’esecutivo di Giorgia Meloni era infatti andato «sotto» di un voto su un emendamento alla nuova legge elettorale.
Un solo parlamentare è rimasto «frizzato»: lui, Fassino, «come se non si fosse accorto di quello che gli accadeva intorno», hanno inzigato quei tupamaros dell’informazione di Dagospia, che hanno postato la foto.
«Il 76enne ex sindaco di Torino, in Parlamento da sette legislature (tante? Maurizio Gasparri ne ha collezionate nove, Pier Ferdinando Casini undici: e poi si lamentano della mancanza di «stabilità del sistema»!, nda) deve aver realizzato che al prossimo giro potrebbe finire ai giardinetti».
Quindi, la rasoiata: «Questa volta Fassino non ha sentito il “profumo” della vittoria, altrimenti si sarebbe fiondato come quella volta a Fiumicino, quando fu denunciato per il tentato furto di una bottiglietta Chanel Chance da donna».
Procedimento penale archiviato dal gip perchè 1) il negozio duty-free è stato risarcito con 500 euro, 2) il fatto era di «particolare tenuità», 3) Fassino era incensurato.
«Non ha ammesso di essere cleptomane, anzi ha continuato a negare i fatti, e se l’è cavata con un risarcimento irrisorio!» ha tuonato Il Secolo d’Italia il 12 ottobre 2024.
Nel 2023 Fassino aveva invece preso la parola a Montecitorio sul salario minimo – il nostro – e l’equiparazione degli stipendi – i loro: quelli dei deputati a quelli dei senatori, più «ricchi» – in mano la sua busta paga: «L’indennità lorda è di 10.435 euro, per un netto di 4.718, altro che emolumenti d’oro» (ma non sono manco bruscolini, con tasse, previdenza e assistenza sanitarie pagate).
Però quello esibito da Fassino era il cedolino.
E i benefit?
Il sito PagellaPolitica.it, il giorno dopo: «A quell’indennità si aggiungono la diaria, ossia il rimborso delle spese di soggiorno a Roma, circa 3.500 euro al mese (ridotti per ogni giorno di assenza del deputato nelle votazioni elettroniche). Il rimborso delle spese per l’esercizio del mandato, 3.700 euro mensili, più 1.200 euro annui per le spese telefoniche. La possibilità di viaggiare gratis in autostrada, treni, navi, aerei».
Fassino è finito così bersagliato come l’ultimo dei Mohicani della Casta, il simbolo della politica «che è sempre un magna-magna».
Ma come?!?
Detto allo smunto Fassino, un metro e 92 per 66 chili, via: come si fa a bollarlo come «un forchettone»?
«Nato di quattro chili, sei mesi dopo ne pesava già due» (Teo Teocoli).
Pier Luigi Bersani mi raccontò ridendo: «Mi fermo in un autogrill, mi viene incontro un signore che si presenta come uno dei nostri, mi dice che di persona sono meglio che in tv, meno florido, più asciutto. Ringrazio e replico che è il piccolo schermo che fa sembrare più “rotonde” le persone. E lui, perplesso: “Ueh, ma se la tv ingrassa, allora quanto è magro davvero Fassino?”».
Che in una foto in costume da bagno «sembrava lo “scheletro vivente” del circo Barnum», così Gian Antonio Stella in Avanti popolo, Rizzoli, 2006.
Aspetto tormentato ed emaciato seducente però per le donne.
«Il capitolo delle conquiste amorose di Fassino meriterebbe una trattazione ad hoc» così su La Stampa Fabrizio Rondolino, già a Palazzo Chigi con Massimo D’Alema poi sedotto da Matteo Renzi.
«In suo racconto autobiografico Carmen Llera, vedova di Alberto Moravia, alludeva a un dirigente della sinistra dal profilo straordinariamente simile a quello di Fassino, dalla grande capacità amatoria. Forse per invidia, un dirigente di primissimo piano di Botteghe Oscure commentò qualcosa a proposito del «clangore di ossa», però.
In verità, all’oggi emarginato Fassino un merito va riconosciuto.
Il non essersi (sempre) piegato ai diktat del sinistrismo conformista.
Schierandosi a fianco di Otello Montanari – comandante partigiano comunista, presidente dell’istituto Alcide Cervi – quando questi firmò sul Resto del Carlino un articolo, «Chi sa parli», sulle esecuzioni nel «triangolo della morte» in Emilia appena finita la guerra (poi raccontati da Giampaolo Pansa ne Il sangue dei vinti).
Proclamando, nei famigerati anni di piombo, che no, le Brigate Rosse non erano affatto «sedicenti», non si trattava di «compagni che sbagliano» ma di «gente che gioca nella nostra metà campo».
Non mostrando remore, da «homo taurinensis assai più che bolscevicus», secondo l’efficace pennellata in latinorum di Aldo Cazzullo, nell’affrontare la tragedia delle foibe, rimarcando le amnesie e l’omertà della sinistra.
Fino all’abiura più abiura di tutte, la demolizione del mito di Enrico Berlinguer: «Mi è capitato spesso di pensarlo come un campione di scacchi che sta giocando la partita più importante della sua vita: guardando i pezzi, si accorge che con la prossima mossa l’avversario gli darà scacco matto. Ha un solo modo per evitarlo: morire un minuto prima che l’altro muova. In fondo, la tragica fine risparmia a Berlinguer l’impatto con la crisi della sua strategia politica». Bum!
Fassino fu chiamato a rimettere insieme i cocci Ds dopo la tosta batosta rimediata dal centrosinistra alle politiche 2001.
Su di lui si abbatte l’invettiva di Nanni Moretti, che il 2 febbraio 2002 in piazza Navona a Roma, sale sul palco, e additando Francesco Rutelli e lui, predice: «Con questo tipo di dirigenti non vinceremo mai».
Ex post, 24 anni dopo, si può dire che la macumba si è rivelata efficace.
Nel lungo periodo.
Ma non nel breve.
Fassino, sfruttando le logoranti risse tra alleati nel governo di centrodestra (Silvio Berlusconi, Gianfranco Fini, Casini, la «spina nel fianco» Marco Follini), risale nei sondaggi e inanella risultati positivi, tra amministrative, europee e regionali.
Fino alla vittoria (risicata) alle politiche 2006, con il ritorno di Romano Prodi al governo.
Nel mezzo, Fassino e i Ds si ritrovano a tifare per «i furbetti del quartierino», Stefano Ricucci in testa, all’assalto del Corriere della Sera.
«Incomprensibile la puzza sotto il naso» che circonda i palazzinari, sentenzia Fassino il 23 giugno 2005 a SkyTg24.
Mentre con il Sole 24 Ore benedirà la scalata alla Bnl di Giovanni Consorte, a capo di Unipol, il colosso assicurativo delle rosse Coop: «Se le cooperative crescono, a me fa piacere».
Soddisfazione che Fassino esternerà al telefono con il manager: «Allora abbiamo una banca!», intercettazione che finirà sul Giornale berlusconiano del 31 dicembre 2005.
I complimenti di Fassino non hanno rilevanza penale, ma politicamente sono una bomba.
«Veniva fuori un rovinoso affarismo strettamente di partito, un’attitudine vorace, un sottobosco di manovre nascoste perché poco presentabili», così Filippo Ceccarelli in Invano, Feltrinelli 2018:
Costituito il Pd, le prime primarie le vince Walter Veltroni.
Tante grazie, si sfogò al telefono Fassino con Pansa: «Walter è stato scelto per le pressioni del gruppo Espresso–Repubblica e di Paolo Mieli, direttore del Corriere della Sera. È da mesi che stanno costruendo la sua candidatura. Pensano che Veltroni sia l’uomo dei miracoli, l’unico capace di salvare il centrosinistra».
Da lì in poi, Piero il politico evapora, lasciando il posto a «Fassino il profeta», pagina Facebook in cui si celebrano le sue previsioni e i suoi auguri, in questo «battendosela» con Matteo Salvini, le cui anticipazioni spesso gli tornano indietro come un boomerang.
Nel 2009, ahia, tira la volata a Beppe Grillo, che aveva dichiarato di volersi candidare alle primarie del Pd: «Il Pd non è un taxi su cui chiunque può salire. Se Grillo vuole fare politica fondi un partito. Metta in piedi un’organizzazione, si presenti alle elezioni e vediamo quanti voti prende. E perché non lo fa?».
Nel 2015, ahiaiahi, da sindaco di Torino sfida la sua sfidante, la pentastellata Chiara Appendino: «Venga lei a fare il sindaco e vediamo che combina», e la signora lo batte, 54% a 45%.
Nel 2014, ahiaiaiahi, lui, da sempre «gobbo» juventino, sfodera il dito medio – come una qualunque Daniela Santanchè – nei confronti di tifosi torinisti che contestavano la sua presenza a una manifestazione per il nuovo stadio Filadelfia.
Episodi che, trasformandolo in meme vivente, lo hanno reso suo malgrado protagonista della comunicazione contemporanea.
Per Piero Grissino, forse, una «magra» consolazione.
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