Rosy Bindi, la cattotalebana che asfalta pure gli alleati
Rosy Bindi (Imagoeconomica)

Cognome e nome: Bindi Rosaria. Aka Rosy. «Nome da spogliarellista e carattere da sceriffa», così Giampaolo Pansa, sull’Espresso.

E lei: «Passi pure per il nome, ma di sceriffi ne valgo tre».

Nata nel 1951 in quel di Siena. Per la precisione a Sinalunga. Che però fino al 1864 si chiamava Asinalonga.

Asina di certo non è mai stata, la Rosy.

Semmai una cavalla, non «di razza» (nella Dc la medaglia era riservata ad Amintore Fanfani e Aldo Moro, due statisti), ma di certo nevrile.

Scattante, eccitabile, reattiva, vigorosa.

Le avventure di Rosy Bindi

Quando Roberto Speranza in versione Cesare Ragazzi si è messo in testa un’idea meravigliosa per risolvere il braccio di ferro sulla leadership del Camposanto centrosinistrato (scegliamo una figura terza, un Papa straniero, un diciottenne neoelettore oppure un vecchio capo partigiano) la Rosy – ospite de La7, dove è invitata molto spesso per interventi ex cathedra, sempre rigorosamente senza contraddittorio – si è astenuta dall’infierire: «Parliamo di cose serie, non mi fate commentare queste amenità estive, perché sono buona, in fondo», Specificando subito, a scanso di equivoci: «Molto in fondo».

Oggi contraria alle primarie di coalizione – perché sarebbero una «bella mascherata» per non prendersi la responsabilità di decidere sulle cose da fare, evitando la fatica di una sintesi politica -pur avendo partecipato a quelle che incoronarono Romano Prodi prima, e pure il primo segretario del Pd poi.

Dove si piazzò seconda alle spalle di Walter Veltroni, che stravinse a mani basse: il 76% contro il suo 13%.

Siccome il problema nel titanico scontro tra Elly Schlein e Giuseppe Conte è che «non si riconoscono e non si legittimano tra di loro», ha fatto balenare l’idea di un «federatore», in cui in molti hanno visto l’identikit di Pier Luigi Bersani.

Che si è – apparentemente – chiamato fuori quando in tv martedì scorso Giovanni Floris gli ha chiesto: «Ma se alla sua verde età toccasse a lei?»: «È da escludere, sia da parte loro (cioè, che glielo chiedano, nda) sia da parte mia».

Il rapporto con gli altri «senatori» della sinistra

En passant, Bindi ha asfaltato le velleità di Silvia Salis: «Continuo ad essere un po’ esterrefatta, meravigliata, dalla disponibilità di persone fino all’altroieri campionesse sportive e che poi dopo un anno che fanno i sindaci sono pronte a guidare un Paese in un momento drammatico come questo».

E chissà cosa penserà la Rosy dell’odierna corrispondenza di amorosi sensi «leopoldiani» tra Vincenzo De Luca e Matteo Renzi.

Il Toscano del Grillo, «io so’ io» etc, non lo ama: «Il problema di Renzi è Renzi, la sua inaffidabilità. Se la tattica e il cinismo fossero il cuore della politica, Renzi sarebbe un premio Nobel» (settembre 2024).

Ancora più di recente, quando le è stato chiesto cosa pensasse dell’asse di Renzi con Dario Franceschini sulle primarie, fotografato come l’«allineamento dei pianeti», lei ha sfregiato simpaticamente l’ex premier: «È un satellite».

Con De Luca ci fu invece l’incidente del 2016.

Lei, a capo della Commissione antimafia, stilò la lista degli «impresentabili» alle elezioni, inserendo anche De Lucashenko per una vicenda poi archiviata.

In risposta, De Luca aveva sibilato una frase captata in un fuorionda di Matrix su Canale 5: «Bindi è un’infame da uccidere», facendo poi ammenda.

Espressione tanto più sgradevole pensando che Rosy Bindi nel 1980 aveva assistito all’omicidio del professor Vittorio Bachelet, di cui era assistente, sulle scale della Sapienza di Roma ad opera dei terroristi rossi delle Br.

Il terribile omicidio del professor Bachelet

Tremendo episodio che le feci rievocare in tv a La7, quando decisi di dedicare un’intera serata alle vittime di terrorismo e criminalità organizzata, realizzata solo con le testimonianze di familiari, amici e affini.

«Salivamo in silenzio e sul pianerottolo Bachelet mi chiese se potevo fermarmi per ricevere gli studenti: “Io quasi quasi andrei…”. E in quel momento un volto di donna, che pensai fosse una studentessa, apparve alle spalle del professore che fu allontanato bruscamente da me, gli puntarono le pistole al cuore e spararono, lo vidi barcollare, sbattere la testa contro la parete, cadere a terra e ricevere l’ultimo colpo alla nuca”».

A sodali e avversari Bindi ha sempre incusso una certa qual forma di timore, proprio perché non si è mai sottratta al confronto dialetticamente muscolare, con «la grinta della dinamitarda in erba, pronta a far saltare per aria tutti, amici e nemici» (Pansa, Tipi sinistri, Rizzoli 2012).

Riferendosi ai suoi esordi in politica, proprio in Veneto, Pansa aggiungeva: «In quella terra di tangenti e balenotteri Dc arraffoni, Mino Martinazzoli aveva spedito nel 1992 questa ragazzaccia dal carattere burbero. I democristiani che si erano sporcati le mani in quella regione non erano pochi. E Rosy si comportò con la spietatezza del poliziotto che diventa anche giudice».

Come appare Bindi al pubblico

Sul Foglio del 19 maggio 2015 anche Massimo Bordin, storico conduttore della rassegna stampa di Radio radicale Stampa e regime, si occupò della «pasionaria di Sinalunga», segnalandone l’interventisimo tutt’altro che disinteressato: «Come “commissaria” in Veneto smantellò le correnti avverse alla sinistra Dc in nome della lotta alla corruzione, pratica alla quale pure la sua corrente non era estranea, diventando rapidamente la beniamina dei padri gesuiti Bartolomeo Sorge e Ennio Pintacuda (due integralisti, autori del mantra «il sospetto è l’anticamera della verità», di cui fece le spese anche Giovanni Falcone).

La Rosy in fondo questa spesso è apparsa: una pasdaran giustizialista, una cattotalebana.

Anche ai suoi stessi compagni di strada, cui non le mandava certo a dire.

Come al collega Rocco Buttiglione, reo di voler traghettare i popolari a destra: «Ha bisogno dello psichiatra. Sua moglie ha una specializzazione in psichiatria, è ora che la usi».

Financo Ciriaco De Mita un giorno si lamentò: «Lei è una vita che dice cazzate che vengono prese per cose serie, io una vita che dico cose serie che sono prese per cazzate!».

Tra loro c’era un precedente.

Il precedente fra Rosy Bindi e Ciriaco De Mita

Ansa, 2 febbraio 1994: «Rosy Bindi non transige sul rinnovamento della classe politica e dei candidati del Ppi: “Il limite delle tre legislature deve valere per tutti, anche per Ciriaco De Mita. Ci vuole una regola certa per selezionare le candidature, quella che io sto applicando in Veneto. Quindi il limite delle legislature vale anche per Carlo Fracanzani (ex ministro Dc) che di legislature ne ha sette”».

Tosta, no? Certo, il fatto che poi lei stessa sia uscita dal Parlamento nel 2018, dopo 24 anni trascorsi lì ininterrottamente per sei legislature, è un dettaglio assolutamente marginale.

E quando dopo la faticosa esperienza come ministro della Sanità – la sua battaglia, lancia in resta, per un sistema «più pubblico» le attirò strali pure da sinistra per il «sovietismo statalista» – fu dirottata al ministero della Famiglia mentre lei sperava di sbarcare alla Pubblica istruzione, dove invece arrivò il cattolico «margheritino» Giuseppe Fioroni, lei se ne uscì serafica: «Per forza: lui ha più tessere».

L’esuberanza della Rosy

Non dimostrò cristiana comprensione nemmeno quando, ministro della Sanità, vide in tv Gianfranco Funari -ospite di Fabrizio Frizzi nello show del sabato sera di Rai 1 – spiegare furente di aver speso 96 milioni di lire per farsi operare a Natale, «cosa che sarebbe stata impossibile per il mio portiere in un ospedale pubblico».

Fu allora che la Rosy – ben prima di Silvio Berlusconi e il suo «Si contenga!» rivolto a Michele Santoro nel marzo 2001 – fece un’irruzione telefonica «prendendo per il collo il presentatore, strattonandolo e sbattendogli il telefono in faccia. Gelo in sala. Spettatori immobili», così Gian Antonio Stella in Avanti Popolo, Rizzoli, 2006. Per sovrammercato, va ricordato che il giorno dopo il Tg1 (direttore: Marcello Sorgi, nda) mandò in onda tutta la sequenza, «aggiungendo però in coda un caloroso applauso: brava, ministra! Un trionfo».

Da sempre single.

«Gli scapoli, o “zitelloni”, pure abbastanza numerosi nei ranghi della Dc, erano visti con sospetto, al contrario delle nubili – da Tina Anselmi a Rosy Bindi– forse perché, come per le suore, si riteneva potessero dedicarsi interamente alla cura del partito» (così Filippo Ceccarelli in Invano, Feltrinelli 2018).

Alcuni aneddoti divertenti su Rosy Bindi

Quando il senatore di An Maurizio Saia dichiarò che, essendo lesbica, non avrebbe potuto aspirare al Ministero della Famiglia (Saia poi si scusò, soprattutto perché Gianfranco Fini lo redarguì definendolo un «imbecille”), lei replicò: «Non avrei nessuna difficoltà a dichiararmi omosessuale se lo fossi».

Stefania Rossini per l’Espresso le chiese: «Non le manca il sesso?»: «Ma certo. Le rinunce però valgono proprio per le cose che ci piacciono, mica per quelle che ci fanno schifo».

A Francesco Cossiga che sostenne di preferirle come interlocutrice Sharon Stone, replicò: «Lo capisco, anch’io preferirei a lui Mickey Rourke».

«Più bella che intelligente» fu il giudizio tagliente ma sgarbato di Vittorio Sgarbi, in terapia intensiva in queste ore al Policlinico Gemelli di Roma.

Ma sono certo che Bindi l’abbia cristianamente perdonato.

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