L’oste campione di flop coccolato dai giornali
Oscar Farinetti (Imagoeconomica)

Cognome e nome: Farinetti Natale Oscar Maria.
Alba (Cuneo), 1954.
Fondatore di Eataly, la Disneyland del cibo «54 store in 14 Paesi nel mondo con 5.000 dipendenti», così MilanoFinanza del 29 agosto 2025.

Peccato non sia più sua.

In gioventù: Optalidon (“ho sempre cercato rimedi, non complicazioni”), il nom de plume con cui Oscar si firmava sull’edizione langarola dell’Avanti!.

Sempre sorridente, tendenza: gatto sornione.

Ricorda Tonino Guerra quando esclamava: «L’ottimismo è il profumo della vita».

Era lo spot di Unieuro, catena di negozi specializzati in elettronica.

Creata partendo dal primo supermercato realizzato dal padre Paolo Farinetti, valoroso comandante partigiano della «Fratelli Ambrogio», la 21esima brigata socialista Matteotti.

Oscar Optalidon sarà consigliere, poi amministratore delegato, infine presidente.

Fino al 2003.

Quando venderà Unieuro a una public company inglese per 528 milioni di euro.

Dindi che gli serviranno per lanciare, nel 2007 a Torino, Eataly.

Mega-supermercati per la distribuzione di prodotti gastronomici di qualità.

L’intuizione di Eataly e il personaggio Farinetti

Farinetti ha una folgorante intuizione.

Se l’Italia è la terra dei cachi.

Se siamo il popolo del «Franza o Spagna, purché se magna», lui ne trae l’inevitabile conseguenza.

Cucendosi addosso – grazie anche ai media, spesso ossequiosi e compiacenti – la fama di brand ambassador, dentro e fuori i confini nazionali, dell’alimentazione made in Italy.

Lui nel 2011 la spiegò così, al canale YouTube del capoluogo ligure, GenoaMunicipality, in occasione dell’inaugurazione dell’Eataly al pesto: «Chi ci ha creato ha previsto furbescamente l’orgasmo su due cose che assicurano la continuazione della specie: se noi non godessimo a mangiare e a fare l’amore, ci saremmo già estinti» (pure antropologo, l’Oscar Lévi-Strauss).

Le gaffe sul cibo e la polemica sul vino naturale

A onor del vero, le sue competenze culinarie sono controverse.

Ospite di Annalisa Bruchi a 2Next su Rai2, quando gli fu chiesto di assaggiare due tipi di mortadella – una artigianale in vendita ad Eataly, l’altra industriale acquistata in un hard discount – e di individuare quella buona, cioè la sua, lui indicò l’altra.

In un convegno a Trieste, s’infilò in una polemica sul vino naturale, scagliandosi contro «la figaggine che hanno certi che fanno il vino naturale e ti guardano dicendo: voi usate merda, io sono più figo di te perché sono naturale».

Aggiungendo, non sazio: «Naturale è un termine fascista, c’è bisogno di libertà». Eh?!?

Il Gambero rosso decide di interpellare Angiolino Maule, presidente di VinNatur: «Resto male vedendo questa aggressione che proviene da personaggi illustri che stimo, ma che sono ignoranti quando si parla del nostro settore. Ignoranti ma che continuano a spaccare i maroni», ecco. Gli fa eco il produttore campano Luigi Tecce: «I vini naturali sono vini, e i vini si dividono tra quelli fatti bene o fatti male. Farinetti, per altro, si contraddice pure perché addita i “produttori naturali” come fighetti e fascisti e poi invece confessa che gli piace il vino artigianale». Ovvero «biologico», come ha svelato al Corriere della Sera lo scorso 26 settembre: «Nelle nostre aziende di vino sapete come abbiamo convinto i contadini a fare il biologico? Pagandoli di più».

Intervista in occasione del suo ultimo libro – Omero non deve morire, con Piercarlo Grimaldi – che, toh, è pubblicato da Solferino, casa editrice dello stesso gruppo del Corriere.

E che, toh, cavalca l’ondata di riscoperta dell’Odissea, grazie alla marcia trionfale della pellicola Imax di Christopher Nolan: 250 milioni di costi, un miliardo e 750 milioni di incassi.

Pensate all’invidia di Farinetti, uomo che sa far di conto, anche se i suoi calcoli si sono talvolta rivelati sballati, come vedremo a breve.

Forse è anche per questo che si è chiamato fuori da tutto per dedicarsi solo ai libri.

«Sono bulimico, ne leggo in media tre insieme e ne scrivo altrettanti. Infatti ho già finito il prossimo». Eh, la peppa.

I libri e le «mosse» per affrontare il futuro

In effetti, questo priapismo letterario ha già generato almeno una dozzina di volumetti.

Di cui due molto simili tra loro.

7 mosse per l’Italia, con Giovanni Soldini, Giunti 2011.

E 10 mosse per affrontare il futuro (ancora Solferino, 2023).

Un Farinetti in versione Ninì Tirabusciò, la donna che inventò la mossa, film del 1970 con Monica Vitti.

Solo che talvolta Oscar Tirabusciò ha generato l’impressione di avanzare rinculando.

Un furbetto del quartierino imprenditoriale. In retromarcia. Il suo cursus honorum è costellato da tanti traguardi, ma con risultati economici non sempre in linea, per dir così, con le aspettative.

Capace di arricchirsi «nonostante i flop di Fico e Eataly», così MilanoFinanza di cui sopra, eloquente titolo: «L’Oscar dei dividendi».

Quelli di Eatinvest, l’holding di famiglia.

I negozi chiusi e i conti in rosso di Eataly

Andiamo con ordine, che qui il terreno si fa accidentato. Quali sono i bocconi indigesti per Farinetti?

L’ultimo è per esempio quello di Eataly a Verona, chiuso dopo nemmeno tre anni per le «troppe perdite» accumulate, oltre 5 milioni (così ancora MilanoFinanza, 23 maggio 2025).

Ancora prima, c’è lo sbarco in Giappone nel 2008, che finisce con la chiusura dello store nel 2014, per far posto a Eataly Asia Pacific, controllata però al 63,5% dalla trading company Mitsui, e partecipata dalla catena di ristoranti Kichiri con il 34% e dalla stessa Eataly con appena il 2,5% (così WineNews da Tokyo, il 16 giugno 2015).

Sia chiaro: Eataly è stata una signora invenzione, «venduta» benissimo ai media.

Quando aprì a Firenze, nel 2013, a «benedire» l’evento c’erano per esempio Alessandro Baricco e soprattutto Matteo Renzi.

Il Toscano del Grillo è «come un figlio per me e mia moglie Graziella», ha sottolineato al Corriere: «Succede sempre così: esco di casa dicendomi “Devi votare Pd, devi votare Pd”. Poi arrivo davanti all’urna e voto Renzi. Non ci posso fare niente».

Pd su cui «non ho dubbi: dovrebbe guidarlo Silvia Salis», alè.

Il rapporto con Renzi e l’Expo 2015

Il fatto che nel 2018, dopo la nascita del governo gialloverde M5s-Lega, il primo di Giuseppe Conte, avesse puntualizzato che «io non sono mai stato un tifoso di un partito, non ho mai avuto tessere di partiti, ma sono un tifoso dell’Italia», «Paradossalmente ora tifo questo governo, perché c’è», un realismo degno dell’equivicino governista Bruno Vespa, è una contraddizione che vede solo il Franti che è in me.

Come la bacchettata al suo «figlioccio»: «Se uno perde, significa che errori ne ha fatti, mi dispiace per Matteo, ma è la politica» (Repubblica, 5 giugno 2018).

Renzi lo avrebbe «sponsorizzato» per sbarcare a Expo 2015.

Dove si aggiudica senza gara (procedura regolare, tant’è che i giudici «archiviano» l’accusa di abuso d’ufficio a Giuseppe Sala, sindaco di Milano e commissario Expo) un appalto da 8.000 metri quadrati, per 20 ristoranti, fatturato previsto: 44 milioni, il 95% dei quali a Farinetti.

«Fanno il solito giochetto di abbinarmi a Renzi per avere visibilità».

Quanto ai ricavi: «Si tratta di un investimento di 7-8 milioni, non guadagneremo soldi, ma lo facciamo perché vogliamo bene al nostro Paese».

Oscar il samaritano.

Fico, il parco alimentare che non ha mantenuto le promesse

La scoppola che ha patito di più è quella di Fico, la Fabbrica italiana contadina, aperta nel novembre 2017, «grande come 14 campi di calcio, oltre 100.000 metri quadrati (il 20% scoperti), un investimento iniziale di 120 milioni, una previsione di 500.000 visitatori al mese, 17.000 al giorno, 6 milioni l’anno», avevano annunciato gaudenti i giornali amici.

Com’è finita? Con la trasformazione in Grand Tour, dopo che Fico era arrivata a costare ai soci, privati e pubblici, una cifra monstre: 180 milioni, si è detto e scritto.

Matteo Lepore, sindaco di Bologna, commenterà tagliente: «Farinetti adesso rischierà soldi propri».

«Un colossale flop» per MilanoFinanza, «e questo dopo che nel 2022 ha venduto la maggioranza del capitale di Eataly, sommersa dalle perdite e da una montagna di debiti, al fondo Investindustrial di Andrea Bonomi» (che rileva il 52%, Farinetti rimane con il 22%, avendo già ceduto nel 2015 il 20% al fondo Club Deal per ben 120 milioni).

Perché i ricavi crescevano sì, ma meno dei costi, «tra il 2020 e il 2022 (in mezzo, il Covid, nda) perdite per quasi 100 milioni, debiti totali saliti a oltre 300 milioni, di cui 170 solo con le banche».

Investindustrial chiude i negozi in perdita, come quello di Verona – oltre 5 milioni di «rosso» dopo nemmeno tre anni – e si concentra sull’espansione in Nord America dove ora il gruppo fa più del 65% del fatturato.

Farinetti ha comunque venduto a caro prezzo le sue Balaklava, rimpolpando con i proventi delle cessioni la cassa della holding di famiglia.

80 milioni di cedole.

Con la vendita a Club Deal ha staccato infatti un dividendo verso Eatinvest per 35 milioni, con quella a Bonomi un altro da 45.

Amen.

Ps. Quando Donald Trump uscì dal Trattato di Parigi sul clima, lui prese mouse e computer e gli scrisse, «da imprenditore a imprenditore» (sic), per spiegargli che sbagliava.

Il Trumpone rispose alla lettera?

No. «Però l’ha letta» assicura l’Oscar (dell’improntitudine).

E lei come lo sa?

«Me l’ha detto Flavio Briatore, loro si conoscono»..

Sipario.

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