Renzo Arbore
Renzo Arbore (Ansa)

Cognome e nome: Arbore Giovanni Lorenzo. Per tutti Renzo. Foggia, 1937. «Il modello delle sue produzioni è sempre stato la jam-session, dove preparazione e improvvisazione s’intrecciano e si sublimano» (Aldo Grasso, Enciclopedia della televisione, Garzanti, 2008).

Autore e conduttore in radio e in tv, il nostro Arbore magique è stato un talent scout che ha «lanciato» una miriade di personaggi.

Un nome? Roberto Benigni, stralunato critico cinematografico a L’altra domenica su Rai2 (1976), quindi protagonista delle due pellicole girate come regista dallo stesso Arbore: Il Pap’occhio e FF.SS. – Federico Fellini Sud Story (il regista non gradì l’omaggio, perché, osservò Carlo Verdone, che pure di Arbore è amico: «Raffigurare Fellini come un povero piscione, via, non è stato bello»).

La passione per la musica e l’irriverenza senza cattiveria

Una passionaccia prevaricante: «La musica, che è stata il grimaldello per entrare nel rutilante mondo dello spettacolo», ha spiegato una volta a Vincenzo Mollica del Tg1.

Le sette note ha saputo suonarle con spartiti diversi, si pensi alla rivisitazione in chiave pop della tradizione napoletana, Roberto Murolo e Renato Carosone esportati nel mondo con l’Orchestra italiana.

Oppure alle canzonette-tormentone, Fatti più in là del trio en travesti le Sorelle Bandiera (a Roberto Vannacci sarebbe venuto uno stranguglione), Smorz’ ’e llights, Ma la notte no, Il materasso, Vengo dopo il tg, Sì, la vita è tutta un quiz.

Colto ma senza farlo pesare. Irridente senza cattiveria, mai sboccato, nemmeno quando talune battute goliardiche risultavano borderline.

Uno capace di sostenere: «Ritengo il libro Cuore di Edmondo De Amicis il manuale dei valori umani più educativo e intelligente». O di sfuggire ai toni lamentosi e retorici: «Avrei voluto avere anch’io un’infanzia povera e strappalacrime, sono cose che rendono, da grandi. Invece sono nato in una famiglia benestante e severa».

Suo padre Giulio era infatti un dentista, la mamma Giuseppina Cafiero era imparentata con l’agit-prop anarchico Carlo (ma da repubblicana quale era, divenne monarchica per amore del marito).

Il liberale filoamericano che ha rivoluzionato la radio

Arbore. Profeta del «disimpegno civile». Massimo esponente di una bella cultura del lazzo, per dir così. Il Gran Borghese che ha portato davanti a microfoni e telecamere la commedia dell’arte contemporanea.

Per Alto gradimento – trasmissione radio diventata «di culto», grazie ai quattro moschettieri: lui, Gianni Boncompagni, Giorgio Bracardi e Mario Marenco – Arbore ha parlato di «un tipo inedito di umorismo, che non era cabaret e non si poneva sulla scia dei maestri che pure tanto amavamo, come Totò e Walter Chiari. Una comicità e un’ironia senza tempo. Non parlavamo mai di attualità, sapevamo che è caduca».

Un appuntamento settimanale di canzoni e parole, davvero rivoluzionario in un’epoca in cui si scendeva in piazza per cambiare il mondo. Ma non lui, liberal filoamericano: «Non sono mai stato un fan del ’68, contro tutto ciò che era Usa. Che a me piacevano anche per la musica che esprimevano, soprattutto attraverso il jazz».

Il Provinciale consacrato in televisione e a Sanremo

Arbore il Provinciale («dietro Alto gradimento c’era anche la vita di provincia, io a Foggia, Gianni ad Arezzo») conosce così la sua prima incoronazione.

Pirl Arbor, come lui stesso – con calembour autoironico – si era ribattezzato in gioventù. Mariangelo Pelato, come invece lo sfottevano gli amici, ai tempi della prima relazione con Mariangela Melato negli anni Settanta, ripresa poi nel 2007, fino alla morte dell’attrice nel 2013.

«Non averla sposata è stato il grande errore della mia vita», si è commosso con Aldo Cazzullo per il Corriere della Sera del 21 novembre 2015.

La consacrazione avviene nel quadriennio 1984-1988. A 47 anni Arbore porta in prime time su Rai 1 Cari amici vicini e lontani, sei serate d’onore per i 60 anni della radio (punte di 18 milioni di telespettatori). A seguire arrivano le 45 puntate di Quelli della notte, su Rai 2 tra aprile e giugno 1985. E poi le 65 di Indietro tutta, tra fine 1987 e marzo 1988. In mezzo, lo sbarco a Sanremo 1986, con Il clarinetto, sempre a caccia di una «chitarrina» con cui fare «filù filù filù filà».

Si piazzò alle spalle di Eros Ramazzotti, con il dubbio di aver vinto: «Passo in sala stampa e vengo accolto freddamente da vecchi amici rosi dall’invidia. Mi dissi: a questo punto spero di arrivare secondo. Fui accontentato». Già: perché Arbore non è stato sempre e comunque apprezzato.

Da Loredana Bertè a Roberto D’Agostino, tutti i critici di Arbore

Loredana Bertè, ai tempi di quel Festival: «Se Sanremo lo vince un uomo, potrei accettarlo. A patto che quell’uomo non sia Arbore, con il suo dannato clarinetto. Quello ha rovinato il mercato e le orecchie degli italiani con i suoi dischi sgangherati».

Lo showman non replicò. A Gianluigi Rondi e Giovanni Arpino, particolarmente duri con il suo secondo film, FF.SS., invece sì: «Era come chiedere a due del Ku Klux Klan di capire un film negro» (sic). Critici «pigri o ipocriti», sbottò una volta: «Ogni tanto quelli che hanno il complesso di Arbore mi tirano in ballo. La verità è che Arbore fa ridere, e gli altri no».

Il casus belli? Il ricorso «a sei pernacchie, sai che volgarità. Su questo punto non mi devono sfruculiare. Perché sono di gran lunga molto più di buon gusto di certi programmi come Provini (di Gianni Ippoliti) magnificati dal sapiente Beniamino Placido» su Repubblica.

Antonio Ricci, papà di Striscia la notizia, negli anni Ottanta con lui fu particolarmente abrasivo: «Vorrei che smettesse. Gli ho anche scritto: perché non molli? Dovrebbe farlo prima di stufarci tutti».

In seguito aggiustò il tiro, sparando sulla piaggeria degli incensatori di Arbore, «di cui non m’importa nulla. È bravo a far quello che fa. M’infastidisce il credito di cui dispone sulla stampa. Se in trasmissione fa una pernacchia, viene applaudita come “citazione della pernacchia”».

Perfino Pippo Baudo, con cui c’erano stima e rispetto, una volta lo attaccò: «Arbore, sbronzo di birra per gli spot che ha girato (ricordate? “Chi beve birra campa cent’anni”, ndr), ha il coraggio di parlare di tv mercantile e di livellamento dei programmi verso il basso».

Bracardi, dopo Indietro tutta: «Arbore? Un carattere catastrofico, con cui sono riuscito ad andare d’accordo per 11 anni, con momenti indimenticabili ma anche insulti reciproci».

Lo stesso Roberto D’Agostino, il lookologo di Quelli della notte, da sempre legato ad Arbore da affetto e riconoscenza, in Chi è, chi non è, chi si crede di essere (Mondadori, 1988), lo ha descritto in chiaroscuro: «Ombroso, sospettoso, suscettibile, ha il merito di non prendersi troppo sul serio, teorizzando la cialtroneria come categoria dello spirito. Ha nobilitato la risata di massa, rendendola democratica e interclassista, battute sceme e freddure raffinate, umori da caserma e rumori da bagno».

La sua personale bestia nera

Ma la sua vera bestia nera è stato Pier Luigi Celli, sul quale – senza nominarlo – al citato Cazzullo ha confidato: «Quando mi affidarono Rai International la ribattezzai Rai Italia. Fu l’unico vero fallimento della mia vita. Arrivò un direttore generale dalemiano, che mandò via quelli che c’erano prima. Purtroppo la Rai è anche questo».

Quando intervistai Celli nel novembre 2018, gli domandai le ragioni del suo astio nei confronti di Arbore.

Nessuna avversione, specificò l’ex manager Rai, che già il 23 maggio 2002 aveva scritto al Foglio per chiarire che non lo aveva cacciato, «piuttosto era lui a non avere più idee, per questo viveva di rendita», squadernando con meticolosità i compensi suoi e quelli dell’Orchestra italiana, «oltre due miliardi e mezzo di lire» (del 1999). «Gli chiesi semplicemente di tornare in pista, mantenendo quei meritati cachet stellari, ma su una delle tre reti Rai generaliste, e non nel comodo ridotto di Rai International. Lui non ne volle sapere, continuando negli anni a imputarmi quello che io reputo un merito: aver fatto un interesse non personale».

Il tutto rilanciato da Dagospia, che il 18 dicembre 2018 ospitò una chilometrica precisazione arboriana:

«Tale Pier Luigi Celli, fortunatamente ex-direttore Rai, riconosce qualche mia qualità artistica ma non è mai riuscito a inficiare la mia qualità di persona corretta, onesta e niente affatto venale. Unico della mia generazione a non aver firmato un contratto miliardario con la concorrenza (Mediaset), ribadisco: unico», e poi via, con lo sterminato elenco di tutto quello che ha fatto dagli anni Sessanta per la tv di Stato.

Puntualizzando: «Di occuparmi di Rai International me lo chiesero i vertici aziendali, gli incarichi erano addirittura tre» (direzione artistica; testimonial della promozione in tutto il globo terracqueo; ideazione, conduzione e supervisione dei programmi), «per cui ritengo che i 2 miliardi e mezzo di lire, se pure fossero la somma degli infiniti compiti assolti, sarebbero stati addirittura ben meritati».

La settimana scorsa, nella «sua» Napoli, l’associazione Cultura Italiae – in occasione della candidatura della canzone napoletana a «Patrimonio immateriale dell’umanità» Unesco – gli ha conferito il premio Presidio Culturale Italiano 2027. Strameritato. E su questo non ci può essere polemica alcuna.

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