«Ho risolto otto guerre, ci vorrebbe un Nobel per ognuna». Donald Trump è furibondo e alza lo scontro verbale. Il Comitato, con la cerimonia di Oslo, assegna il premio per la pace a Navi Pillay, giurista sudafricana pasionaria dei diritti civili, 85 anni, una carriera nei tribunali internazionali e una posizione molto critica sulle politiche di Israele.
E allora The Donald sbotta: «È una macchia indelebile» sulla Norvegia. Poi la stilettata: «Non so nulla di questa donna, e nemmeno nessun altro». A suo dire, l’unica cosa che si sa di lei è che «odia Israele». Il Nobel? Per il presidente americano è «screditato da un pugno di ideologi radicali».
Trump attacca il Nobel e rivendica otto guerre risolte
Ieri Trump è tornato alla carica su Truth. Ha snocciolato le volte in cui si sarebbe prodigato per fermare conflitti e liberare ostaggi. «Ho risolto otto guerre, sono vicino a porre fine o a risolverne altre due», scrive, citando Iran e Russia-Ucraina. E mentre lui orienta le catapulte su Oslo, Washington annuncia sanzioni contro la Corte penale internazionale dell’Aia. La Pillay risponde da Norimberga, in videoconferenza, durante un evento del Centro Nobel per la pace. Ce l’ha con la pressione americana esercitata sulla Corte. «C’è grande tensione e preoccupazione per la sopravvivenza dei tribunali internazionali», paventa. E ancora: le sanzioni contro i giudici «a causa delle decisioni da loro emesse» sono «un fatto senza precedenti». La diatriba riguarda proprio il limite tra le azioni di una grande potenza e l’indipendenza dei tribunali.
L’Europa contro le sanzioni alla Corte penale internazionale
L’Europa si espone. L’estone Kaja Kallas, Alta rappresentante Ue per gli esteri e la sicurezza, chiede alla Casa Bianca di ritirare le sanzioni e avverte che l’Unione europea è pronta ad adottare «tutte le misure necessarie» per garantire l’operato della Cpi. «Attacchi o minacce contro i suoi funzionari eletti e coloro che collaborano con essa sono inaccettabili», dichiara. Poi aggiunge: «Il rinvio dell’entrata in vigore delle misure offre uno spazio alla diplomazia».
Antonio Tajani, numero uno degli Esteri del governo Meloni e vertice di Forza Italia, conferma il sostegno italiano: «Ci opponiamo con fermezza alle sanzioni annunciate dagli Stati Uniti». L’Italia, ricorda, è parte dello Statuto di Roma che nel 1988 ha istituito proprio la Cpi. Pertanto, «continueremo ad appoggiarne l’operato e a difendere il sistema internazionale basato su regole e responsabilità», dice. Quanto al conferimento del Nobel, il ministro si tiene alla larga: «Non spetta agli Stati» pronunciarsi.
La polemica sul Nobel e le accuse a Navi Pillay
La famiglia Wiesel, invece, contesta la Pillay. Elisha Wiesel, figlio del Nobel per la pace Elie Wiesel, la accusa di aver tradito l’eredità paterna. «Mio padre è stato onorato del premio perché ha trasformato la memoria del genocidio in un dovere morale verso i vivi». Il Comitato, scrive, avrebbe invece premiato una donna che «ha tradito il significato della parola genocidio e l’ha usata come un’arma contro Israele».
Al centro della polemica c’è la commissione d’inchiesta Onu presieduta proprio dalla neo-premiata (prima donna ad aprire uno studio legale in Sudafrica per difendere gli attivisti anti-apartheid): l’inchiesta ha parlato di genocidio riferendosi alle incursioni militari di Israele su Gaza. Tel Aviv ha respinto le conclusioni della commissione, denunciando pregiudizi.
Le prese di posizione si spaccano in una metà perfetta: per i sostenitori della giurista, l’indagine della commissione richiama gli Stati alle proprie responsabilità; per i critici, applica nei confronti dello Stato ebraico criteri discriminatori.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >