- Lo zar celebra l’annessione di Donetsk, Lugansk, Zhaporizhzhia e Kherson. Avverte: «Questi cittadini sono russi per sempre». E attacca l’Occidente: «Vorrebbe imporre genitore 1 e genitore 2 pure da noi».
- Volodymyr Zelensky ora ha fretta e cerca un rifugio nella Nato. Gli alleati però frenano. Il presidente degli invasi rifiuta il dialogo. Ma registra la freddezza del Patto atlantico: «Nessuna corsia preferenziale per entrare». Usa, Ue e Onu condannano l’annessione.
Lo speciale comprende due articoli.
È stato un discorso duro quello pronunciato ieri dal presidente russo, Vladimir Putin, in occasione dell’annessione di quattro regioni ucraine finite sotto il controllo delle truppe di Mosca (Donetsk, Lugansk, Zhaporizhzhia e Kherson): un atto avvenuto dopo referendum giudicati illegali da Osce, Kiev e Occidente e formalizzato nel corso di una cerimonia al Cremlino, a cui hanno preso parte anche i leader filorussi delle stesse aree occupate (che costituiscono circa il 15% del territorio ucraino).
«Voglio che le autorità di Kiev e i loro veri padroni in Occidente mi ascoltino, in modo che lo ricordino. Le persone che vivono a Lugansk, Donetsk, Kherson e Zaporizhzhia stanno diventando nostri cittadini. Per sempre. Chiediamo al regime di Kiev di porre fine immediatamente alle ostilità, porre fine alla guerra che hanno scatenato nel 2014 e tornare al tavolo dei negoziati. Siamo pronti per questo. Ma non discuteremo della scelta delle persone. La Russia non le tradirà». Mosca, ha proseguito, «non vuole, né ha bisogno di un ritorno dell’Urss. l’amore per la Russia è un sentimento indistruttibile. Per questo anche i giovani nati dopo la tragedia della caduta dell’Urss hanno votato per l’annessione».
Il capo del Cremlino è poi andato all’attacco dell’«egemonia occidentale», la cui fine risulterebbe per lui «irreversibile»: «L’Occidente vuole renderci una colonia, vuole defraudarci, non vuole una cooperazione. Anche la nostra cultura li spaventa, il nostro fiorire è un pericolo per loro. Sta portando avanti una guerra ibrida contro la Russia». «Vogliamo che in Russia ci siano genitore 1 e genitore 2 invece di mamma e papà? Ma siamo impazziti?», ha continuato, definendo «satanica» la società occidentale, per poi aggiungere: «Facendole abbandonare le forniture di idrocarburi dalla Russia, gli Usa stanno portando l’Europa alla deindustrializzazione».
Il leader del Cremlino ha inoltre accusato gli anglosassoni di aver sabotato i gasdotti Nord Stream. «Agli anglosassoni non bastavano le sanzioni: si passa al sabotaggio. È difficile da credere, ma è un dato di fatto che hanno orchestrato le esplosioni sui gasdotti internazionali Nord Stream», ha detto, per poi dare anche il via libera alla vendita della partecipazione di Enel in Enel Russia a Lukoil e al fondo Gazprombank-Fresia.
Ora, è chiaro che, con questo discorso, Putin punta a conseguire alcuni obiettivi. Sotto il profilo militare, il capo del Cremlino spera di dissuadere gli ucraini da una controffensiva nel Donbass, facendo leva sull’attuale dottrina nucleare russa, che (in determinate circostanze) prevede l’uso dell’arma nucleare anche in caso di attacco convenzionale. Mosca spera quindi che Washington dissuada Kiev dal cercare di riprendere i territori annessi. In un simile quadro, lo zar ha di nuovo (ancorché indirettamente) ventilato la minaccia nucleare, sostenendo che gli Usa hanno «stabilito un precedente» a Hiroshima e Nagasaki.
Non è tuttavia detto che questa scommessa di deterrenza funzioni. Primo: è tutto da dimostrare che Kiev rinunci ipso facto al Donbass. Secondo: Turchia e Cina, che finora avevano spalleggiato la Russia, si sono mostrate freddissime nei confronti dei referendum degli scorsi giorni. Da questo punto di vista, Putin, che deve anche gestire un establishment russo attraversato da malumori, rischia quindi di alienarsi le simpatie di Paesi che sino ad oggi gli strizzavano l’occhio. Tutto ciò potenzialmente azzoppa la capacità di deterrenza di Mosca, perché riduce la probabilità che il leader russo possa realmente ricorrere al nucleare: uno scenario del genere porterebbe infatti proprio questi Paesi a sganciarsi dal Cremlino. Resta quindi verosimile solo il caso della mossa disperata (eventualità che comunque non può essere esclusa).
Ulteriore aspetto da considerare nel discorso di ieri è quello ideologico. Putin ha presentato il conflitto in corso come uno scontro valoriale tra Russia e Occidente. La mossa non è nuova e, oltre a esigenze di compattamento interno, mira ad alimentare un sentimento di avversione agli Stati Uniti d’America sul piano internazionale e, soprattutto, a rinsaldare l’asse tra Mosca e Pechino: un asse che, dal 4 febbraio, ha assunto una marcata impronta antiamericana e terzomondista. Anche qui lo zar rischia però un rovescio della medaglia.
In primis, la retorica terzomondista di Russia e Cina si sta sempre più palesando come assai scarsamente fondata: Mosca è oggi tra i principali fornitori di armi all’Africa e, soprattutto attraverso i mercenari del Wagner Group, sta intensificando la propria presenza politico-militare sull’Est della Libia e sul Sahel. In secondo luogo, Pechino è, sì, interessata a mettere in crisi l’ordine internazionale occidentale, ma punta a farlo partendo da una base pragmatica. Ora, come emerso dal vertice di Samarcanda, non è un mistero che Xi Jinping sia preoccupato da come il Cremlino stia conducendo la guerra. La freddezza del Dragone verso le ultime mosse di Putin potrebbe quindi essere dettata dal fatto che il leader cinese percepisca l’omologo russo come in crescente difficoltà: fattore che – se confermato- porterebbe prevedibilmente Pechino a un irrigidimento nei rapporti con il Cremlino. La situazione complessiva resta incerta, mentre la tensione cresce sulla scia delle annessioni. La sensazione è che Putin si stia giocando il tutto per tutto.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >