Dopo il caos vaccini, quello sul green pass
  • I dati dell’Iss e la situazione dei Paesi più colpiti non giustificano l’allarmismo. Sileri crea il panico sul green pass da rimodulare.
  • Abbandonato l’obiettivo trasmissione zero. A Singapore il Covid verrà trattato come un’influenza.

Lo speciale contiene due articoli.

A sentire le Cassandre, la variante delta ad agosto sarà responsabile del 90% dei contagi in Europa. In Italia, secondo l’Iss, è solo allo 0,72% e la situazione nei Paesi più colpiti non è catastrofica. In questo clima Sileri propone di rimodulare il green pass e alimenta il caos. Singapore intanto abbandona lo stato d’emergenza: «Con il virus si può convivere».Le stanno provando tutte, adesso agitano lo spauracchio della variante delta per tentare di convincere chi non vuole il vaccino o quanti pensano di saltare la seconda dose, perché hanno prenotato la vacanza al mare. A più di 15 mesi dall’inizio del primo lockdown, la strategia del terrore continua ad animare i virologi da talk show, il nostro ministero della Salute ma anche i giornaloni che ormai titolano e scrivono in automatico, terrorizzati che un po’ di sana normalità li costringa a occuparsi di cose più utili per gli italiani. Abbiamo appena iniziato a godere del fine restrizioni, con il Paese bianco innevato, e subito ci hanno prospettato possibili zone rosse «per impedire la diffusione dei cluster», ha detto Franco Locatelli, coordinatore del Cts, qualora dovesse dilagare questa variante indiana, ribattezzata delta.

Ieri ci ha provato il sottosegretario alla Salute, Pierpaolo Sileri, a gelare l’entusiasmo dei vacanzieri. «È verosimile che la variante delta ci costringerà a rimodulare il green pass, rilasciandolo dopo la seconda dose di vaccino: ma è presto per dirlo, aspettiamo ancora i dati di una o due settimane», ha gufato il vice di Speranza. Tanti, soprattutto i giovani che avranno optato per il vaccino solo per potersi muovere in santa pace, che cosa possono pensare di questi continui dietrofront? La nuova mutazione del Covid, almeno il 10% di tutti i nuovi casi negli Stati Uniti, dal 9% al 10% in Francia, oltre il 60% nel Regno Unito (che ieri registrava 22.868 contagi, il numero più alto dallo scorso 30 gennaio ma solo tre decessi), viene presentata come un pericolo enorme. Poi vai e vedere i numeri in Italia e ti accorgi del voluto catastrofismo.

Partiamo dal terzo rapporto dell’Istituto superiore della sanità, in data 25 giugno. Si legge che l’inglese, o alfa, rimane la più diffusa in Italia con una percentuale del 74,9% sul numero di segnalazioni di casi di infezione causati da varianti, ed è stata riscontrata in 23.345 individui, mentre la delta e il suo sottotipo kappa rappresentano lo 0,72%, con 272 casi segnalati al sistema di sorveglianza. L’Iss fa presente che la mutazione della proteina Spike B.1.617.1/2 (questo è il nome del cluster filogenetico) che arriva dall’India «è stata introdotta di recente nel Sistema di sorveglianza integrato Covid-19», quindi è possibile che sul territorio italiano siano presenti più casi appartenenti a tale lignaggio. Sicuramente stanno aumentando nel nostro Paese, se il 19 maggio erano lo 0,02 delle varianti e lo 0,32% al 6 giugno, ma non basta per lanciare l’allarme di un’invasione indiana.

Lo scenario prospettato, invece, è di una delta che entro fine agosto sarà responsabile del 90% dei contagi in Europa. L’ha detto il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, si sgolano le Cassandre in camice bianco, mentre l’Ecdc si è limitato a descrivere alcuni scenari possibili, l’indiana che diventerà prevalente rispetto all’inglese, dopo aver detto chiaramente che «è attualmente molto bassa» la proporzione delle varianti delta e kappa nei Paesi Ue e dello spazio economico europeo. Gli esperti dell’agenzia, con sede a Stoccolma, riportano le stime del Regno Unito che indicano come la delta sia più trasmissibile del 40-60% rispetto all’alfa, e che «ci può essere un rischio più elevato di ospedalizzazione».

Riguardo ai ricoveri, l’Ecdc segnala che la percentuale è stata del 3,3% per pazienti di età compresa tra 40-49 anni ed è quasi raddoppiata con l’avanzare degli anni, raggiungendo il 25,3% per gli anziani della fascia 70-79 e il 36,2% per gli ultraottantenni. Altro che rischio per i giovani, come continuano a ripetere in Italia, non sono affatto una fascia più vulnerabile. Certo, stando alle dichiarazioni dell’Oms ogni variante avrebbe conseguenze catastrofiche. Lo diceva quando iniziò a circolare l’inglese, nel gennaio scorso: «Il nuovo ceppo potrebbe gradualmente sostituire altri», lanciò l’allarme il direttore europeo dell’agenzia, Hans Kluge. La diffusione spaventava anche perché il sequenziamento non era gestito allo stesso modo in tutti gli Stati e pure adesso questa è la maggiore preoccupazione, tant’è che l’Ecdc dichiara di «non essere in grado di valutare il rischio a livello nazionale, a causa di variazioni significative della capacità di rilevamento e strategie di sperimentazione tra i Paesi». Raccomanda la «sorveglianza genomica» delle varianti in circolazione, studiando la composizione genetica dei campioni virali ottenuti tramite tamponi, così pure l’emergere di nuove varianti. È necessario sequenziare il più possibile, mentre l’Italia ha contribuito solo con circa 20.000 genomi virali alla banca dati internazionale Gisaid.

Ci sono «anche altre varianti delta plus con altre mutazioni», ha detto mercoledì il governo indiano. L’Ecdc ricorda che finora solo pochi studi hanno esaminato l’efficacia dei vaccini Comirnaty e Vaxzevria contro la variante delta e che «le stime sull’efficacia del vaccino devono essere interpretate con cautela, perché è ancora limitato il tempo di monitoraggio dopo il completamento della vaccinazione». La domanda chiave rimane se i vaccini possono prevenire ricoveri e decessi. Al quotidiano The Telegraph, l’oggi ex ministro alla Sanità inglese, Matt Hancock, pochi giorni fa affermava che il legame tra casi e ricoveri è stato «troncato» ma «non completamente interrotto» dal siero anti Covid.


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