Israele ha resistito al 7 ottobre. In Europa invece sta vincendo Hamas
(Ansa)

Da Eurabia ai bambini Bibas: come l’Occidente ha smesso di amare Israele, chi ha pagato il conto e perché, alla fine, i terroristi hanno perso.

La teoria di Eurabia

Nel 2005 la studiosa Gisèle Littman, ebrea nata al Cairo nel 1933 e costretta a lasciare l’Egitto nel 1957 insieme a decine di migliaia di ebrei egiziani, che firma Bat Ye’or, «figlia del Nilo», pubblicò Eurabia, uscito in Italia da Lindau con un sottotitolo che è già una sentenza: «Come l’Europa è diventata anticristiana, antioccidentale, antiamericana, antisemita».

La tesi parte da una data. Nell’ottobre del 1973, dopo la guerra del Kippur, i Paesi arabi dell’Opec chiusero i rubinetti del petrolio. L’Europa, al buio e al freddo, capì la lezione e scelse la resa. Nacque il dialogo euroarabo: in cambio di petrolio e mercati, la Comunità europea si impegnava a sposare la causa palestinese, a prendere le distanze da Israele e dagli Stati Uniti, ad accogliere l’emigrazione araba e a promuovere in casa propria la cultura islamica.

Il patto non fu firmato in una notte e non stava in un solo trattato: si costruì in anni di riunioni, associazioni parlamentari, fondazioni, programmi culturali, scambi universitari, libri di scuola riscritti, con un linguaggio sempre più comune fra diplomatici, giornalisti e professori. Secondo Bat Ye’or, quel patto ha prodotto in mezzo secolo una mentalità che lei chiama «dhimmitudine», dal nome del «dhimmi», il non musulmano tollerato nelle terre dell’islam purché paghi e taccia.

Un’Europa che si vergogna delle crociate ma non chiede conto della tratta degli schiavi barbaresca, che vede in Israele l’ultimo colonialista e nell’America l’impero del male, che toglie i crocifissi per non offendere, cancella il presepe dalle scuole e si inginocchia davanti a ogni rivendicazione, purché venga dal Sud del mondo. Prima antisionista, poi antiamericana, poi anticristiana: alla fine antisemita, perché il bersaglio di tutto è sempre lo stesso, l’ebreo.

Dalle canzoni popolari al cambio di percezione

I critici accusano il libro di complottismo. Ma basta guardare le piazze europee dopo il 7 ottobre per chiedersi se Bat Ye’or non abbia solo guardato prima degli altri. Prima del 1975, quando il fiume di petrodollari ha investito l’Occidente corrompendolo di menzogne, l’Occidente sapeva da che parte stare. Israele era il Paese dei sopravvissuti alla Shoah, dei kibbutz, dei pionieri che facevano fiorire il deserto.

Nel 1960 il film Exodus raccontava la nascita dello Stato ebraico, e la sua colonna sonora fece il giro del mondo. Pat Boone ne fece una canzone, This land is mine: «Questa terra è mia, Dio ha dato questa terra a me». Nel 1961 Édith Piaf la cantò in francese, raccontando i profughi che «sono partiti in un sole d’inverno» per attraversare il mare e cancellare la paura.

Harry Belafonte, il re del calypso, nel 1959 portò Hava Nagila sul palco della Carnegie Hall. In Italia, nel 1967, l’anno della guerra dei Sei giorni, Gianni Morandi incise una canzone intitolata semplicemente Israel. Erano canzoni popolari, da juke-box, cantate senza imbarazzo. Oggi un cantante che facesse lo stesso verrebbe cancellato dai festival in 24 ore.

Il ruolo dei soldi e delle università

Che cosa è cambiato? Due cose, l’odio di sé dell’occidente istillato da marxisti e postmarxisti e poi, ovviamente, i quattrini. Tanto odio e tanti quattrini.

I soldi. Secondo i dati pubblicati a gennaio dal Dipartimento dell’Istruzione americano, il Qatar, lo stesso Qatar che ospita i capi di Hamas, è il primo finanziatore straniero delle università degli Stati Uniti: quasi 6,6 miliardi di dollari in donazioni e contratti nel corso degli anni, oltre 1,1 miliardi solo nel 2025. Più della Cina, più del Regno Unito, da un Paese di 3 milioni di abitanti. La legge americana obbligava da decenni le università a dichiarare ogni dono straniero superiore ai 250.000 dollari, e per anni molte non lo hanno fatto.

Lo stesso Qatar che ospita da anni i capi politici di Hamas. Nel dicembre 2022 la polizia belga arrestò la vicepresidente del Parlamento europeo Eva Kaili, accusata di aver ricevuto denaro per migliorare l’immagine del Qatar a Bruxelles: le trovarono trolley di contanti. Il petrolio del 1973 si è trasformato in cattedre, centri studi, borse di ricerca. Chi paga i professori, alla lunga, sceglie anche che cosa insegnano, e chi viene invitato a parlare.

Il 7 ottobre e l’attacco di Hamas

Poi è arrivato il 7 ottobre 2023. All’alba i terroristi di Hamas attraversarono la barriera di Gaza, normalmente attraversata da migliaia di frontalieri di Gaza, che gli israeliani fanno lavorare nei loro kibbuz. I terroristi frontalieri si sparsero nei kibbutz e nelle cittadine del Sud di Israele. Uccisero quasi 1.200 persone, il più grande massacro di ebrei dalla Shoah. Al festival musicale Nova, vicino a Re’im, ne ammazzarono 364, ragazzi che ballavano.

Entrarono nelle case, bruciarono famiglie intere nelle stanze blindate dove si erano nascoste, violentarono donne, mutilarono i cadaveri, filmarono tutto con le telecamere sul petto e in alcuni casi lo trasmisero ai parenti delle vittime con i telefoni rubati ai morti. Portarono a Gaza 251 ostaggi, dai neonati agli anziani di oltre ottant’anni.

Il caso dei bambini Bibas

Fra loro c’erano Shiri Bibas e i suoi due figli: Ariel, quasi quattro anni, e Kfir, nove mesi, il più piccolo dei rapiti. Il mondo li ha visti in un video, la madre che stringe i bambini dai capelli rossi in mezzo ai terroristi.

Per più di un anno Hamas ha raccontato che erano morti sotto le bombe israeliane. Nel febbraio 2025 i corpi sono stati restituiti, consegnati in una cerimonia oscena, con palco e striscioni. L’autopsia ha stabilito che i due bambini non erano morti sotto le bombe: erano stati uccisi a mani nude, «a sangue freddo».

Le reazioni dopo il 7 ottobre

Ebbene, prima che Israele muovesse un solo carro armato, prima che fosse sparato un colpo su Gaza per liberare quei bambini, la vendita di bandiere di Hamas e kefiah si era moltiplicata, e l’accusa era già pronta.

Il pomeriggio stesso del 7 ottobre più di trenta associazioni studentesche di Harvard firmarono una lettera che riteneva «il regime israeliano interamente responsabile di tutta la violenza in corso». L’8 ottobre, nelle piazze e sui social, comparve la parola «genocidio».

Il 13 ottobre una rivista americana pubblicava un articolo intitolato «Un caso da manuale di genocidio». I morti israeliani non erano ancora stati tutti identificati, e già gli assassini erano diventati vittime e le vittime assassini. Un’accusa così rapida non nasce in una notte. Era stata preparata in cinquant’anni, nelle università pagate, nei dialoghi euroarabi, nelle cattedre di studi postcoloniali.

Il 7 ottobre tra storia e presente

C’è però una data che chi conosce la storia non può non notare. Il 7 ottobre 1571 la flotta della Lega santa, voluta da Pio V, sconfisse a Lepanto la flotta ottomana che sembrava invincibile.

Anche allora l’Europa era divisa, timorosa, tentata dal compromesso, e anche allora qualcuno decise di non arrendersi. Il 7 ottobre è tornato a essere una data infausta per chi sognava di cancellare gli ebrei e l’Occidente.

Israele e gli Accordi di Abramo

Perché Israele ha tenuto. Gli ostaggi sono tornati a casa, l’ultimo, il corpo del poliziotto Ran Gvili, nel gennaio di quest’anno. Yahya Sinwar e Mohammed Deif, la mente e il braccio del massacro, sono morti. Hamas è ridotto a un’ombra di sé stesso.

E gli Accordi di Abramo, che l’attacco del 7 ottobre puntava a seppellire, hanno tenuto: nessun Paese arabo li ha abbandonati. Il 24 settembre, a New York, i rappresentanti di Israele, Stati Uniti, Emirati, Bahrein e Marocco si sono incontrati di nuovo, mentre il Kazakistan ha annunciato la propria adesione. I terroristi volevano isolare Israele e incendiare il mondo arabo. Hanno distrutto Gaza e hanno perso.

L’Europa e il rapporto con Israele

Quello che non ha tenuto è l’Europa, e soprattutto l’Italia, il Paese più martoriato dal terrorismo palestinese dopo Israele che ama i terroristi di Hamas alla follia, appende le bandiere degli aguzzini dei bimbi Bibas nelle aule, alle aste dei municipi, indegni sacerdoti le hanno usate come paramenti sacri.

Si chiama ibristoflia, l’innamoramento erotico del serial killer: le sculettanti fanciulle della flottiglia che con la kefiah coprono pochi centimetri della nudità che a Gaza le porterebbe all’impiccagione ne sono un esempio.

Che la Madonna di Guadalupe che ha vegliato sulla battaglia di Lepanto vegli su di noi, che non capiamo che dopo Israele c’è l’Italia, Roma è considerata una città santa dell’islam.

L’appello finale tra libertà e cristianesimo

Che l’Europa ritrovi l’amore per la libertà e il cristianesimo, che l’Italia riscopra l’orrore per che uccide i bambini del nemico e usa i propri come scudi umani dopo averli trasformati in soldati.

Che il popolo italiano si renda conto che non solo Cristo non ci ha mai ordinato di importare e mantenere persone che ci odiano, stuprano e uccidono come forma di carità cristiana, ma che è contrario alla carità cristiana far entrare i lupi negli ovili e ancora di più convivere con chi non ha Cristo senza convertirlo.

Che le gerarchie ecclesiastiche ricordino i martiri cristiani quotidianamente martirizzati nelle desolate terre dell’islam reale e anche sui barconi, e in nome di quel sangue ricomincino a convertire. Che l’intelligenza rinasca e allora il 7 ottobre 2023 sarà stato una seconda Lepanto. Siamo ancora in grado di combattere e vincere.

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