- All’evento dell’Asinello il presidente sceglie frasi di circostanza: «Non è vero che sono arrabbiato». Ma dopo il siluramento la ferita è aperta e lo slittamento del discorso a notte fonda è l’ennesimo sgarro. I pro Pal gli danno le spalle e «Sleepy Joe» se ne va in lacrime.
- L’ex first lady Hillary Clinton sostiene Planned parenthood, coinvolta nello scandalo degli organi fetali.
Lo speciale contiene due articoli.
La melassa mediatica a reti unificate vi sta ripetendo che la Convention dem in corso a Chicago è bellissima, che il Partito democratico è unito attorno a Kamala Harris e che Joe Biden è uno statista, fattosi generosamente da parte per il bene del partito stesso. Tutto molto interessante. Peccato però che omettano di raccontarvi l’altra faccia della medaglia.
Sì, perché, al di là della retorica, il primo giorno di Convention ha di fatto cercato di cancellare ciò che non può essere cancellato: vale a dire l’estrema opacità con cui Biden è stato silurato e meccanicamente sostituito dalla sua vice. Non a caso, il discorso, che il presidente ha tenuto l’altro ieri sera, commuovendosi, si è rivelato un capolavoro di incoerenza. «Ricordo di essere stato troppo giovane per il Senato perché non avevo ancora 30 anni, e troppo vecchio per rimanere presidente», ha dichiarato. Per poi aggiungere: «Tutti questi discorsi su quanto sono arrabbiato con tutte le persone che hanno detto che avrei dovuto ritirarmi non sono veri». Eppure, il 24 luglio scorso, parlando per la prima volta dopo l’annuncio del proprio addio elettorale, aveva affermato: «Credo che il mio curriculum da presidente, la mia leadership nel mondo, la mia visione del futuro dell’America meritassero tutti un secondo mandato». Era invece l’8 luglio, quando Biden aveva inviato una lettera ai parlamentari dem, in cui si rifiutava di fare un passo indietro, rivendicando di aver vinto le primarie con 14 milioni di voti. «Come possiamo sostenere la democrazia nella nostra nazione se la ignoriamo nel nostro stesso partito?», aveva scritto polemicamente. Del resto, è stato lo stesso Biden, dieci giorni fa, ad ammettere alla Cbs di aver subito pressioni interne per mollare. E, guarda caso, pur avendo parlato l’altro ieri alla Convention, non vi parteciperà più, evitando di essere presente soprattutto domani sera, quando la Harris pronuncerà il discorso di accettazione della nomination.
Insomma, è ben difficile che le parole proferite lunedì dal presidente riescano a mascherare l’opacità della sua sostituzione con la Harris: stridono infatti chiaramente con le affermazioni che lui stesso ha fatto fino a pochi giorni fa. Come se non bastasse, alcuni fedelissimi di Biden non hanno gradito che il suo discorso, originariamente previsto in prima serata, sia stato fatto slittare a notte fonda. Quello andato in scena lunedì non è stato quindi un «passaggio del testimone»: è stata semmai l’umiliazione di un uomo anziano e in lacrime, sconfitto da una manovra di palazzo del suo stesso partito, in barba al voto di 14 milioni di persone. Quella di Biden lunedì è stata, in altre parole, una pantomima a cui neanche lui credeva.
Del resto, basta dare un occhio ai principali oratori della Convention dem per rendersi conto di chi comanda davvero nell’Asinello: lunedì ha parlato Hillary Clinton, mentre ieri ha fatto altrettanto Barack Obama. Oggi sono inoltre attesi gli interventi di Bill Clinton e Nancy Pelosi. Parliamo dei soliti nomi che da anni fanno il bello e il cattivo tempo nel Partito democratico. Alle primarie dem del 2016, i sostenitori di Bernie Sanders lamentarono favoritismi pro Clinton. Quattro anni dopo, Biden vinse la nomination contro lo stesso Sanders, anche perché si era mosso dietro le quinte per aiutarlo. L’ex presidente dem, che secondo Politico non nutriva grande stima per il suo vice di un tempo, voleva innanzitutto fermare il senatore del Vermont, pensando che la presidenza Biden sarebbe stata di «transizione». Quello che non aveva previsto è stata la resistenza dei familiari del presidente, che ha portato allo scontro sotterraneo degli scorsi mesi.
Ma non è tutto. La Convention dem sta anche certificando le spaccature in seno alla sinistra americana. Alcuni delegati pro Pal del Minnesota hanno protestato, dando le spalle a Biden, mentre parlava. In secondo luogo, gli estremisti filopalestinesi hanno tenuto delle manifestazioni a Chicago. In particolare, l’altro ieri si è registrato un corteo di varie migliaia di persone (20.000 secondo gli organizzatori, 6.000 per la polizia): nell’occasione, una parte dei dimostranti ha abbattuto una recinzione di sicurezza, spingendo le forze dell’ordine a intervenire. Almeno quattro persone sono finite in manette, mentre altre due erano già state arrestate domenica. Queste proteste dimostrano il fallimento della strategia della Harris che, per settimane, ha cercato di blandire i radicali pro Pal: prima ha evitato di partecipare al discorso di Benjamin Netanyahu al Congresso, poi ha scelto come vice Tim Walz, preferendolo al più in gamba Josh Shapiro, storicamente inviso ai filopalestinesi. Nonostante questo appeasement, la Harris non solo non è riuscita a evitare le manifestazioni a Chicago, ma si è anche ritrovata contestata dai pro Pal in Arizona e Michigan. Non una buona notizia per la vicepresidente, visto che a novembre i filopalestinesi potrebbero risultare decisivi in Stati in bilico, come la Georgia e lo stesso Michigan. Il Partito dem continua a dare sfoggio di unità. Ma gli scricchiolii si stanno facendo sempre più numerosi. E attenzione: lunedì Chauncey McLean, presidente del Super Pac pro Harris future forward, ha ammesso che, per la candidata dem, i sondaggi riservati «sono molto meno rosei» di quelli pubblici.
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