Una donna tra le postazioni commemorative per le vittime del festival Nova a Re'im
Re'im, Israele, 7 ottobre 2026. Una donna tra le postazioni commemorative dedicate alle vittime del festival Nova, nel terzo anniversario dell'attacco di Hamas (Getty Images)

Alle 6.29 del mattino, tre anni dopo, in Israele si è fermato tutto. Al sito del festival Nova, nel sud del Paese, i familiari delle vittime hanno chinato il capo davanti ai ritratti dei loro cari. Fiori, fotografie, silenzio. È l’ora in cui, il 7 ottobre 2023, cominciò l’attacco di Hamas.

Quella mattina è Shabbat, il riposo settimanale ebraico, e si celebra l’ultimo giorno di Sukkot, la festa delle Capanne. Dalla Striscia di Gaza partono migliaia di razzi, mentre uomini armati attraversano la barriera che separa Gaza da Israele. Circa 3.000 miliziani fanno irruzione nei kibbutz e nei centri abitati vicini alla frontiera utilizzando auto, pick-up, motociclette e parapendii a motore. Tra gli obiettivi c’è anche il festival musicale Nova, dove si sono radunate migliaia di persone.

Vengono lanciati oltre 5.000 razzi, che arrivano fino alle città del centro di Israele e a Tel Aviv. Le forze israeliane sono colte di sorpresa. Alla fine della giornata i morti sono circa 1.200 e 251 persone vengono prese in ostaggio e portate nella Striscia di Gaza.

Da quelle ore comincia una guerra destinata a cambiare gli equilibri della regione.

Le ore dell’attacco e il massacro al Nova

Il festival Nova, organizzato nei pressi del kibbutz Re’im, diventa uno dei simboli di quella giornata. Secondo i dati diffusi dalle forze armate israeliane, al festival vengono uccise 378 persone, 344 delle quali civili, mentre altre 44 vengono prese in ostaggio.

Nel resto del Sud di Israele gli uomini di Hamas entrano nelle comunità vicine alla Striscia. Le immagini e le testimonianze di quelle ore raccontano di famiglie barricate nelle proprie abitazioni, combattimenti e persone costrette a nascondersi per ore.

Anche nella base militare di Nahal Oz l’attacco mette in luce gravi falle. Vengono uccisi 53 soldati, tra i quali 16 giovani donne addette alla sorveglianza. Altri dieci militari vengono rapiti. Nei mesi precedenti alcune delle soldatesse avevano segnalato l’addestramento dei terroristi e i preparativi osservati dall’altra parte della frontiera. Secondo le famiglie, quegli avvertimenti non vengono ascoltati.

È uno dei motivi per cui, a tre anni di distanza, una parte delle famiglie delle vittime continua a chiedere non soltanto di ricordare ciò che è accaduto, ma di stabilire come sia stato possibile che accadesse.

La risposta di Israele

La risposta israeliana arriva immediatamente. Il Paese richiama circa 300.000 riservisti e lancia l’operazione «Spade di ferro». I bombardamenti sulla Striscia di Gaza segnano l’inizio di una guerra che, nel giro di pochi mesi, assume dimensioni molto più ampie.

Gaza resta il principale teatro delle operazioni. Ma il confine settentrionale di Israele torna rapidamente a essere un fronte di guerra. Hezbollah comincia a lanciare razzi e missili dal Libano, sostenendo di agire in solidarietà con i palestinesi. Israele risponde colpendo le postazioni del movimento sciita.

Il confronto aumenta progressivamente d’intensità fino a trasformarsi in uno scontro diretto. Nel frattempo, altri attori entrano nella guerra.

Dal Libano allo Yemen, il conflitto si allarga

Gli Houthi, il movimento yemenita alleato dell’Iran, iniziano ad attaccare navi nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden. La guerra di Gaza ha così conseguenze anche sulle rotte commerciali internazionali.

In Siria e in Iraq entrano in gioco le milizie legate a Teheran. Gli Stati Uniti aumentano la propria presenza militare nella regione e si trovano a fronteggiare attacchi contro le proprie forze e installazioni.

Il conflitto non è più soltanto quello tra Israele e Hamas. Il fronte si estende dal Mediterraneo orientale al Mar Rosso, coinvolgendo direttamente o indirettamente Libano, Siria, Iraq, Yemen e Iran.

L’Iran entra sempre più direttamente nello scontro

Il filo che unisce questi fronti porta a Teheran. L’Iran ha costruito negli anni una rete regionale composta da gruppi armati e alleati politici: Hezbollah in Libano, Hamas e Jihad islamica palestinese, le milizie sciite in Iraq e gli Houthi nello Yemen.

Dopo il 7 ottobre questa rete diventa uno degli strumenti attraverso i quali la guerra può estendersi oltre Gaza. Israele si trova a fronteggiare minacce provenienti da più direzioni, mentre Teheran può mantenere una parte dello scontro a distanza.

Anche questo equilibrio, però, cambia. Hamas viene duramente colpito, Hezbollah perde parte della propria leadership e delle proprie capacità militari e la caduta del regime di Bashar al-Assad indebolisce il collegamento terrestre iraniano attraverso la Siria.

Nel frattempo lo scontro tra Israele e Iran diventa più diretto. Dai combattimenti condotti attraverso le organizzazioni alleate si passa anche allo scambio di attacchi tra i due Stati, con il coinvolgimento delle difese americane e di diversi Paesi della regione.

Lo Stretto di Hormuz diventa uno dei punti più delicati della crisi. La possibilità di condizionare il traffico marittimo e le esportazioni di petrolio trasforma una questione militare in un problema economico globale.

Centomila obiettivi colpiti in tre anni

La dimensione raggiunta dalla guerra emerge anche dai numeri diffusi oggi dall’Idf.

Secondo le Forze armate israeliane, nei tre anni trascorsi dal 7 ottobre sono stati colpiti circa 100.000 obiettivi sui diversi fronti. Circa 65.000 si trovavano nella Striscia di Gaza, 28.000 tra Libano e Siria, 4.500 in Iran e circa 80 nello Yemen.

La risposta contro Israele è stata altrettanto estesa sul piano geografico. Secondo i dati israeliani, nel corso della guerra sono stati lanciati contro il Paese circa 31.500 tra razzi e missili: 20.000 dal Libano, 10.200 da Gaza, 1.200 dall’Iran, 90 dallo Yemen e 50 dalla Siria.

Il bilancio comprende anche le perdite dell’esercito israeliano: 970 soldati sono caduti in combattimento dall’inizio della guerra. Oltre il 70% dei militari feriti in combattimento, secondo l’Idf, è tornato in servizio.

I numeri restituiscono la dimensione raggiunta dalla guerra: da un attacco concentrato sulle comunità israeliane intorno a Gaza si è passati a un conflitto combattuto su più fronti, con il coinvolgimento di potenze regionali e internazionali.

Tre anni dopo, il giorno del ricordo

Ma insieme al ricordo resta aperta anche la questione delle responsabilità per ciò che accadde prima e durante l’attacco. In Israele continua il confronto sulle informazioni ricevute nei giorni e nelle ore precedenti il 7 ottobre e sulle decisioni prese ai vertici politici e militari. Tra le questioni più controverse c’è anche il ruolo del premier Benjamin Netanyahu: recenti ricostruzioni hanno sostenuto che il presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed lo avesse avvertito, circa dieci giorni prima, della preparazione di una grande offensiva di Hamas. Netanyahu ha negato di aver ricevuto quell’avvertimento.

Le famiglie delle vittime e l’October Council chiedono da tempo una commissione d’inchiesta statale che possa ricostruire le decisioni, gli errori e le omissioni che precedettero il 7 ottobre.

Alle richieste di chiarezza delle famiglie si affiancano i messaggi delle istituzioni israeliane e internazionali, che oggi ricordano le vittime del 7 ottobre e ribadiscono la condanna dell’attacco.

Il presidente israeliano Isaac Herzog accende una candela nella sua residenza e ricorda le vittime, gli ostaggi, i soldati, gli sfollati e quanti hanno contribuito alla risposta del Paese.

Dall’Italia arriva il messaggio del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ricorda la ricorrenza sottolineando l’impossibilità di giustificare gli atti terroristici e richiamando la necessità di contrastare terrorismo, antisemitismo e odio su base etnica e religiosa.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ricorda le vittime e gli ostaggi e sottolinea che «nessuna causa può giustificare il massacro deliberato di innocenti», rinnovando l’impegno contro ogni forma di antisemitismo.

Anche il presidente francese Emmanuel Macron ricorda le oltre 1.200 vittime del 7 ottobre, tra cui 51 cittadini francesi. Il presidente ribadisce la solidarietà della Francia alle famiglie e a Israele e l’impegno nella lotta contro antisemitismo e terrorismo.

Dall’Unione europea, l’Alta rappresentante Kaja Kallas ricorda il carattere terroristico dell’attacco e ribadisce la necessità del disarmo di Hamas affinché il piano per Gaza possa proseguire.

L’allerta in Italia e le manifestazioni pro Palestina

L’anniversario arriva anche in Italia in un clima di forte attenzione sul piano della sicurezza. Il Viminale rafforza i dispositivi in vista delle commemorazioni e delle iniziative organizzate per il 7 ottobre, con particolare attenzione ai luoghi legati a Israele e alla comunità ebraica e alle manifestazioni pro Palestina.

A Torino è stato annunciato un dibattito sulla «resistenza palestinese» al Campus Einaudi, ma l’Università precisa di non aver autorizzato né organizzato l’iniziativa. Una situazione analoga si verifica a Bologna, dove l’ateneo nega l’autorizzazione a un incontro sulla storia della resistenza palestinese con la proiezione del film Palestina 36.

A Lecco il questore vieta invece un presidio e un corteo pro Palestina previsti per oggi.

Le iniziative proseguiranno nei prossimi giorni. Per il 10 ottobre sono state annunciate mobilitazioni in diverse città italiane, da Roma a Milano, da Napoli a Torino, Bologna e Palermo. I promotori chiedono la fine della guerra, lo sblocco degli aiuti alla popolazione palestinese e il ritiro dell’esercito israeliano, estendendo la protesta anche alle operazioni israeliane nella regione.

A tre anni dal 7 ottobre, il bilancio non riguarda soltanto ciò che accadde quella mattina. Riguarda gli ostaggi, le vittime, la guerra a Gaza e l’apertura di nuovi fronti dal Libano allo Yemen, fino allo scontro diretto con l’Iran. E riguarda anche le domande rimaste aperte in Israele sulle responsabilità e sulle falle che permisero all’attacco di Hamas di arrivare fin dentro le comunità del Sud.

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