Contro la truffa del green la protesta diventa rivolta
(IStock)

Dopo Eni, pure Bp si ribella alla transizione ecologica: «Irrealizzabile». Si leva anche la voce di altri importanti industriali. E i concessionari Stellantis sconfessano la casa: «L’auto elettrica non si vende».

È la rivolta dei produttori che, dopo anni di rassegnata accondiscendenza alle decisioni Ue in materia di transizione ecologica, ora ne hanno piene le tasche e cominciano a mandare a quel Paese i funzionari di Bruxelles e le loro assurde regole. Abbiamo già raccontato dello sfogo di Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni. Nello scorso weekend, l’uomo che cavalca il Cane a sei zampe ha definito «insulse e ridicole» le norme europee nel settore dell’automotive. In particolare, il manager ha contestato lo stop alla produzione di motori termici, per far posto a quelli elettrici. Una scelta definita «stupida», che porterebbe alla morte dell’industria europea delle quattro ruote. Ma adesso, con toni molto simili, scende in campo anche un altro colosso petrolifero. In questo caso si tratta della British petroleum che fino all’altro ieri, per prendere le distanze dalle sue origini che si reggono sui pozzi per estrarre il greggio, aveva addirittura cambiato nome, prefigurando una transizione entro il 2030.

Beh, visto l’andazzo, ma soprattutto toccato con mano le prospettive di un addio all’oro nero, Bp ha ordinato la marcia indietro. I piani per il futuro che prima prevedevano un veloce distacco dal petrolio sono stati cestinati per lasciare spazio a nuovi progetti.

Certo, sia Eni sia British petroleum traggono i loro massimi guadagni dalle fonti fossili e qualcuno potrebbe obiettare che i vertici aziendali hanno un conflitto d’interessi. Sarebbe un po’ come pretendere che chi produce occhiali facesse propaganda per la chirurgia refrattiva dell’occhio, che quasi consente anche ai ciechi di tornare a vedere. Ma sia Descalzi sia i vertici di Bp, dati alla mano, semplicemente si rendono conto che rinunciare a gas e petrolio per riscaldare le case e far viaggiare le auto, al momento è solo un’utopia che rischia di mettere in ginocchio l’Europa. Anzi: «è una bella favola, come quelle che sentivamo da bambini», ha detto, sempre ieri, Paolo Gallo, amministratore delegato di Italgas. «Con la differenza che quelle erano favole a lieto fine».

E alla voce dei big boss dei gruppi petroliferi si aggiungono anche quelli di altri operatori che non sono direttamente coinvolti nell’estrazione e nel commercio di oro nero. Tra coloro che danno segni di insofferenza di fronte alla deriva talebana in difesa dell’ambiente c’è un imprenditore che nel settore industriale ha un nome importante: Jody Brugola, erede di una dinastia che ha dato il nome alla chiave usata da meccanici di tutto il mondo. Nella gazzetta aziendale, l’industriale brianzolo si è chiesto se sia ancora consentito nutrire dubbi. E, soprattutto, fare domande per capire quale sarà il futuro dell’auto. «La situazione in Italia e in Europa è sempre più critica per quanto concerne l’automotive e si rischiano effetti industriali e occupazionali senza precedenti». Dunque, chiede Brugola, che vogliamo fare? Ci vogliamo interrogare ma, soprattutto, intendiamo dare risposte? Quella dell’industriale lombardo non è una bocciatura del motore elettrico ma solo una riflessione su tempi e modi della transizione. «Ci piacerebbe fare chiarezza per promuovere sia l’innovazione tecnologica che l’elettrico, mantenendo però il buono della tecnologia impiegata nei motori a combustione sviluppati negli ultimi anni».

Però forse, a dare ancor più il senso di una situazione che sta sfuggendo di mano, sono i concessionari che vendono auto Stellantis. Costretti dalle politiche aziendali a comprare veicoli elettrici, i rivenditori di vetture protestano perché le auto a batteria non vanno. Non tanto in strada, ma nei gusti degli automobilisti.

Per quanto tutti i gruppi del settore spingano per incentivare le vendite, i consumatori non sono attratti, come ritiene la Ue, dai veicoli elettrici. Vuoi per l’autonomia, vuoi per la mancanza di infrastrutture di ricarica, vuoi per i costi alti sta di fatto che, al momento, l’auto a emissioni zero o quasi non incontra il gradimento della clientela. E, con un’improvvisa protesta, i concessionari si ribellano, contestando le direttive Ue. Insomma, piano piano, quella che secondo gli ambientalisti dovrebbe essere una rivoluzione, più che un cambiamento somiglia sempre più a un fallimento, con gli effetti che seguono.

Cominceranno, lassù a Bruxelles, a farsi qualche domanda? Ci sarà qualcuno che con un briciolo di senno capirà che urge un colpo di freno alla grande trasformazione ecologista? Ce lo auguriamo.

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