Il Pd diventa garantista solo se è nei guai
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
Come cambia il vento: i dem, che per decenni hanno massacrato i rivali anche per un semplice avviso di garanzia, adesso invocano la presunzione d’innocenza per gli scandali di Bari e Torino. E addirittura iniziano a prendersela pure con i pm.

All’improvviso a sinistra hanno scoperto il garantismo. Per anni hanno approfittato delle inchieste giudiziarie, sperando che fossero i giudici a eliminare gli avversari. Ma ora che le indagini toccano il sistema di potere con cui sono governate alcune loro roccheforti, invitano alla prudenza. Anzi, in seguito agli scandali di Bari e di Torino, con la compravendita di voti e intrecci con sistemi criminali, invocano il silenzio stampa. Colpa dell’informazione, ovviamente di destra, se le prime pagine dei giornali si occupano di chi manteneva il consenso con le bombole di gas o le tessere autostradali. Se prima infatti qualsiasi bavaglio era contro l’articolo 21 della Costituzione e la pubblicazione delle intercettazioni era una limitazione della libertà, adesso si caldeggia il riserbo. Con una premessa: che talvolta le indagini della magistratura si concludono in una bolla di sapone. Oltre che garantisti infatti, i compagni si scoprono equidistanti dal sistema delle Procure. Così, se per anni bastava un avviso di garanzia a distruggere una carriera politica e guai a chiunque mettesse in dubbio l’autonomia della magistratura, adesso si vorrebbe andare con i piedi di piombo, perché troppo spesso i pm sbagliano e dunque non si può prendere per oro colato qualsiasi loro accusa.

Ancora a sinistra non parlano di giustizia a orologeria, ma il senso più o meno è quello. Infatti, a proposito dell’inchiesta di Torino, che ha colpito al cuore uomini legati al Partito democratico, svelando le relazioni con esponenti della ’ndrangheta, si comincia a dire che l’indagine è vecchia di anni e che dunque non si comprende perché tirarla fuori adesso, se non perché si avvicinano le elezioni. Peccato che gli arresti siano dell’altro ieri e le carte dell’indagine siano inedite e inquietanti. Certo, non fa piacere scoprire che il proprio esponente nell’Organismo per il controllo sugli appalti era in confidenza con personaggi della criminalità organizzata. Né mette allegria sapere che gli stessi signori si dividevano soldi e appalti di opere pubbliche importanti, che vanno dall’alta velocità al Ponte Morandi. Non si tratta di faccende del secolo scorso, ma di vicende recenti, che coinvolgono manager e politici, trafficoni e capibastone del momento.

Se possibile, l’inchiesta di Torino è ancor più grave di quella di Bari. Nel capoluogo pugliese infatti, hanno trovato l’elenco della compravendita di voti, con tanto di nomi e di compensi promessi o pagati. A scorrere la lista ci si rende conto di come si costruiscono certe carriere e si ottengono determinati incarichi politici. Bisogna portare le preferenze e se queste non ci sono si comprano a prezzi di mercato, distribuendo buoni spesa o promettendo aiuti alla povera gente.

Anche a Torino il sistema funzionava così. Servivano voti e quand’erano necessari per favorire una scalata alle istituzioni e occupare una poltrona, si pagava. A volte con una visita medica, saltando la fila, altre con un’assunzione in un ente oppure con la tessera autostradale. «Una corruzione piccola piccola, che approfittava delle difficoltà di tanta gente», provano a minimizzare i compagni. Non proprio, perché anche se lo scambio non prevedeva la consegna di buste gonfie di bigliettoni, sempre di corruzione si parla. Per di più, nel caso di Torino, con due aspetti che aggravano la faccenda. Il primo è che, come si è detto, del giro faceva parte gente affiliata alle ’ndrine e dunque il sistema ha spalancato le porte alla criminalità organizzata. La seconda è che la raccolta di voti ha favorito perfino l’ascesa dell’attuale sindaco, in quanto il collettore di consensi, Sasà Gallo, padre del (fino a ieri) capogruppo Pd, alle primarie del partito era schierato con Stefano Lo Russo. L’attuale primo cittadino non c’entra nulla con le accuse rivolte al suo sostenitore, ma sta di fatto che senza l’aiuto del potente capocorrente, probabilmente non l’avrebbe spuntata sugli avversari interni e oggi non occuperebbe la poltrona più importante della sala Rossa. Insomma, se Lo Russo governa il capoluogo piemontese lo deve anche a Sasà, quel tipino fine che per raccogliere voti sussurrava al telefono: «Bisogna fargli sentire la pressione. Se si comporta male, questo qua deve avere vita difficile». Come un vero padrino.

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