Ci sono almeno quattro buone ragioni per andare a votare oggi e domani. I motivi che dovrebbero spingere ognuno di noi a non disertare le urne, nonostante l’annunciato bel tempo e dopo che mezza Italia è stata flagellata per settimane dalle piogge, riguardano il nostro futuro e anche il nostro portafogli. Con il rinnovo del Parlamento europeo infatti si decide chi governerà a Bruxelles nei prossimi cinque anni e dunque le politiche che influiranno sulla nostra industria e sulla nostra agricoltura, sulle nostre case, la sicurezza del Paese, la pace e la guerra, la finanza pubblica. Partiamo dal Green deal, ovvero da quell’insieme di misure lasciate in eredità dalla precedente commissione dell’Unione e dettate da un talebano socialista di nome Frans Timmermans.
Grazie a lui, ma non soltanto a lui, noi rischiamo di perdere nel giro di pochi anni il primato nel settore dell’automotive, cioè di cedere ai cinesi una delle più importanti industrie del continente, quella che ha accompagnato la crescita economica nell’ultimo secolo. Dalla Volkswagen alla Fiat, dalla Renault alla Peugeot, dalla Bmw alla Porsche: i colossi automobilistici europei e le industrie dell’indotto hanno dato lavoro a centinaia di migliaia di operai e impiegati. Ma decretando la fine del motore termico per favorire la transizione energetica verso quello elettrico, si rischia di vedere spazzati via occupazione e guadagni. Dunque, urge una decisa marcia indietro e solo una Commissione che non sia condizionata dal fanatismo ambientalista può avere il coraggio di andare contro il pensiero mainstream che vede nell’auto la causa di tutti i mali e di tutti gli inquinamenti. E non c’è solo l’industria automobilistica da salvare, ma anche la nostra agricoltura, che con i divieti imposti da Bruxelles, di coltivazione, di allevamento e pure di impiego di diserbanti, rischia di andare a ramengo. E che dire poi delle norme sulle case green, che rischiano di svalutare il patrimonio edilizio di proprietà degli italiani, rendendo addirittura complicato ottenere il mutuo? Dal mio punto di vista basterebbe già questo motivo, ovvero l’urgenza di correggere il Green deal europeo, cancellando una serie di obblighi che rischia da qui a dieci o 15 anni di renderci la vita più povera e complicata, per correre a votare e dare una svolta. Però, come scrivevo, ci sono almeno altri tre buoni motivi. Se vogliamo che in Italia cambi qualcosa anche dal punto di vista della sicurezza, limitando l’arrivo di clandestini, l’unico modo è cambiare non soltanto il trattato di Dublino, ma le stesse linee conduttrici che dall’inizio degli anni Duemila hanno spalancato le porte a un’invasione, con la scusa che abbiamo bisogno di mano d’opera a basso costo per mantenere il nostro stile di vita. Finora, aver accolto tutti, anche chi viene per delinquere, ha generato solo costi, perché non soltanto abbiamo dovuto riempire le nostre carceri di spacciatori, ladri e violentatori, ma siamo stati costretti a mantenere centinaia di migliaia di persone, dando loro assistenza e servizi sociali, intesi come sanità, alloggi e scuole, senza avere al momento risolto i nostri problemi. Dunque, se si vuole cambiare, serve un approccio che fermi l’immigrazione non richiesta, evitando le partenze e consentendo i rimpatri. E questo non può essere a carico di un solo Paese, ma dell’intera Unione, favorendo anche il cambio della legislazione, al fine di impedire che i giudici si mettano di traverso.
C’è poi una buona ragione che si chiama finanza pubblica. Ormai è chiaro: Bruxelles ha il potere di condizionare le decisioni dei governi usando le politiche di bilancio. Senza soldi nessun esecutivo può adottare misure di sostegno a favore dei propri cittadini, perché se il portafogli è vuoto e i soldi si devono impegnare altrove, nessuna spesa fuori programma è consentita. Mes, Unione bancaria, Patto di stabilità, sono questi gli strumenti che, ahinoi anche con il favore di importanti istituzioni nazionali (leggasi presidenza della Repubblica) sottraggono la sovranità al popolo italiano per delegarla all’Europa. Spostare l’equilibrio della Ue verso una maggiore autonomia degli Stati significa anche evitare un esproprio della politica finanziaria e dunque garantire una maggiore autonomia dei governi legittimamente eletti. In pratica, si tratta di riappropriarsi del proprio portafogli e del proprio destino.
E a proposito di quel che ci attende in futuro, da due anni assistiamo a un conflitto alle porte d’Europa che rischia di coinvolgere l’intero continente. Invece di spegnere l’incendio prima che divampi, l’Europa e alcuni dei suoi più importanti rappresentanti, che cosa fanno? Giocano a chi è più combattivo degli altri, ovviamente con la vita altrui. Prendete Emmanuel Macron, che si sente il nuovo Napoleone: l’altroieri ha annunciato l’invio in Ucraina di nuovi aerei da guerra e di una brigata francese. Ogni giorno che passa, dunque, c’è un sempre maggior coinvolgimento dell’Europa nel conflitto, con il rischio che la situazione sfugga di mano e si scateni la terza guerra mondiale. Ecco, da solo questo argomento sarebbe già decisivo per spingerci al voto, ma se mettete in fila le quattro ragioni che ho elencato capirete che rinunciare a scegliere da chi essere rappresentati in Europa rischia di essere rovinoso.
Quasi mezzo secolo fa, di fronte al rischio della vittoria del Pci Indro Montanelli scrisse che gli italiani dovevano turarsi il naso e votare Dc. Oggi, in fondo, non serve neanche turarsi il naso.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >