Da 20 anni i pm scivolano sul petrolio Eni
Fallito l’ultimo assalto di magistrati e grandi penne al cane a sei zampe, è giunto il momento di chiedere la conta dei danni. Il processo sulle fantomatiche mazzette per il giacimento nigeriano non doveva proprio iniziare: bastava leggere gli atti.

La Procura di Milano ha provato fino all’ultimo a far condannare l’Eni e i suoi massimi dirigenti. E fino all’ultimo ci hanno provato anche alcune grandi penne, dando fiato alle trombe dei pm. Come dimenticare infatti la pagina uscita una settimana fa sul Corriere della Sera a firma di Milena Gabanelli? E come non considerare l’articolo, anche quello di una pagina e pure quello pubblicato all’inizio di marzo, sul Fatto Quotidiano a firma di Gianni Barbacetto, una vita da cronista in tribunale, e titolato: «Nigeriagate, tutte le fake news sui giornali per assolvere l’Eni»?

Ad assolvere la più grande azienda italiana dall’accusa di aver pagato la più grande tangente della storia a uomini politici nigeriani, alla fine non sono stati i giornali, con le loro fake news, come titolava il quotidiano diretto da Marco Travaglio, ma i giudici, i quali hanno ritenuto inverosimili e prive di prove le accuse sostenute dalla procura. A dire il vero, di motivi per dubitare dell’inchiesta condotta da Fabio De Pasquale ce ne erano anche prima che arrivasse la sentenza che ha mandato assolti tutti gli imputati «perché il fatto non sussiste». Bastava infatti aver seguito qualche udienza del processo per rendersi conto che la storia raccontata dai pm non stava in piedi, a cominciare dalla confessione della gola profonda da cui era partito tutto. Vincenzo Armanna, ex dirigente dell’Eni, era un accusato, ma soprattutto un accusatore. Era lui il teste chiave che aveva raccontato dell’aereo carico di una montagna di dollari. Che il velivolo non potesse neppure decollare con a bordo un simile peso era per i magistrati un dettaglio secondario. Come secondarie erano le zoppicanti dichiarazioni rese in aula, quando a conferma delle sue tesi Armanna aveva fatto chiamare davanti ai giudici una serie di improbabili testimoni, che non solo avevano smentito le accuse, ma addirittura avevano smentito di essere testimoni. Sì, quello all’Eni è stato un processo farsa, altro che fake news. Un processo che probabilmente non avrebbe mai dovuto neppure iniziare, perché prima che i presunti reati finissero davanti al tribunale di Milano erano già stati vagliati dalla giustizia americana e inglese, dato che sia Eni che Shell, altra società petrolifera coinvolta nel caso, sono quotate a New York e a Londra. No, nessuno aveva trovato traccia di tangenti, ma i magistrati di Milano erano convinti del contrario, ovvero che fosse stata pagata una super stecca per aggiudicarsi una concessione petrolifera in Nigeria. Per questo, oltre a chiedere la condanna di tutti i manager, presenti e passati, volevano sequestrare 1 miliardo e 92 milioni all’azienda del cane a sei zampe.

Alla fine, direte, tutto è bene quel che finisce bene e non dobbiamo dolerci per avere ai vertici dell’Eni una banda di corruttori. Dunque, la giustizia – sebbene questo sia solo il primo grado – alla fine ha trionfato. Sì, vero. Ma quest’indagine non è stata gratis. Solo le parcelle legali alla società sono costate 60 milioni e non immaginiamo quanto siano costate le indagini, tra intercettazioni, viaggi, perizie, rogatorie e interrogatori. Anche in questo caso pensiamo milioni. Sono i costi della giustizia? Sì, certo. Se non fosse che da decenni la Procura indaga su Eni e da almeno dieci anni sbatte la testa contro il muro, respinta da sentenze spesso passate in giudicato. Anni fa, i pm arrivarono ad avanzare la richiesta di commissariare l’azienda in Kazakistan, vietandole di occuparsi del più grande giacimento scoperto negli ultimi 30 anni. Motivo? Venti milioni di dollari di tangenti pagate al genero del presidente kazako. Ma il giudice respinse la misura interdittiva presentata da Fabio De Pasquale, lo stesso magistrato uscito sconfitto l’altro ieri dall’inchiesta Nigeriagate. Dopo l’indagine sui rapporti con Astana, piovvero altre accuse, però questa volta riguardanti l’Algeria. Eni e Saipem avrebbero pagato una stecca e per questo la Procura sollecitò un sequestro di quasi 200 milioni. Dopo anni di indagini e di processi, il gruppo è stato assolto, con sentenza passata in giudicato.

Poi, è arrivato il capitolo riguardante il Congo, anche in questo caso l’ipotesi iniziale prevedeva la corruzione, ma ieri i pm hanno chiesto al giudice di derubricare tutto in induzione indebita internazionale. In pratica, invece di un nuovo processo, i magistrati sono pronti a un accordo: in cambio del pagamento di una multa da 800.000 euro, più 11 milioni di risarcimento, il procedimento verrebbe chiuso. Eni si eviterebbe un ulteriore giudizio (e un’ulteriore spesa in parcelle legali) e i magistrati forse un’ulteriore sconfitta, ma così potrebbero recuperare un po’ di soldi, compensando un poco quelli andati in fumo con il Nigeriagate. Non so come la pensiate voi: magari in Eni esulteranno, noi no. Perché dopo vent’anni di inchieste e assoluzioni, forse è giunta l’ora che qualcuno ci spieghi che cosa è successo. E magari, se ci sono stati errori, qualcuno eventualmente paghi.

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