La pax grillina rischia di far la guerra a Letta
Giuseppe Conte, alleato fino a poco tempo fa, per riconquistare i voti pentastellati non potrà che cercare libertà di manovra a scapito del Pd. Sulla Giustizia il segretario dem deve decidere: stare con Matteo Salvini o votare contro Mario Draghi? Qualunque scelta faccia è facile deragliare.

Gioiscono i grillini per lo scampato pericolo: Beppe Grillo e Giuseppe Conte sono tornati ad andare d’amore e d’accordo e non si rischia più la scissione. Questa per lo meno è la versione di comodo alimentata da Rocco Casalino e la sua banda di portavoce pentastellati. Quanto il racconto corrisponda al vero lo vedremo presto, appena i nodi verranno al pettine, ossia nel momento in cui ci sarà da prendere una decisione e allora si capirà chi decide che cosa e soprattutto se l’ex presidente del Consiglio è davvero un capo politico con pieni poteri o si fa solo finta che lo sia. In attesa di conoscere la verità, chi non ha alcun motivo per gioire è di certo Enrico Letta, il quale fra tanti grattacapi (il guaio più clamoroso è quello calabrese, dove da mesi il Pd brucia un candidato dietro l’altro) ora ne ha uno in più e si chiama Giuseppe Conte. L’ex premier, da alleato che era fino a qualche tempo fa, rischia infatti di diventare un avversario, perché se davvero ha in testa di avere «piena agibilità politica», cioè libertà di manovra per riconquistare i voti grillini perduti, non potrà che applicarla a scapito del Partito democratico.

Eh, già. Il primo problema si chiama riforma della Giustizia, un provvedimento che sta a cuore non solo a Mario Draghi, che lo ritiene fondamentale per ottenere il semaforo verde di Bruxelles all’erogazione dei soldi del Recovery plan, ma anche alla sua autrice, ovvero Marta Cartabia, cocca di Sergio Mattarella il quale, secondo i «si dice» del Palazzo, avrebbe piacere di passarle il testimone e incoronarla presidente della Repubblica.

Non è pensabile che Enrichetto voglia dare un dispiacere al capo dello Stato, che peraltro viene dalla stessa scuola politica del segretario del Pd, ossia dalla sinistra democristiana. Sottiletta non ha intenzione di mettersi neppure contro il presidente del Consiglio e l’Europa, ritardando una riforma tanto attesa, anche perché il capo del governo è stato chiaro: sulla Giustizia si compra a scatola chiusa. Tradotto: in Parlamento non sono ammesse modifiche e si vota tappandosi gli occhi, la bocca e pure le orecchie.

Dunque, che farà l’uomo che si è intestato il ruolo di pacificatore della sinistra? Dirà di sì a Conte, che la riforma la vuole cambiare per poter mettere in difficoltà il governo e possibilmente farlo cadere, o dirà di sì a Draghi, votando diversamente da come potrebbero votare i 5 stelle? Una terza via, soluzione in cui sono specializzati i compagni quando non sanno che pesci prendere e dunque s’inventano soluzioni fantasiose, al momento non risulta. Perciò il povero Enrichetto si trova di fronte a un bivio: votare con i parlamentari di Lega e Forza Italia, che ormai sono diventati più draghiani di Draghi, o fare fronte con i grillini rischiando di appiattirsi sulla loro linea e di far ballare i cerchioni del governo? La risposta è praticamente scontata, perché se il Pd si attacca al carro di Conte, non solo finisce fuori strada, ma rischia di far deragliare anche la riforma della Giustizia e di conseguenza lo stesso esecutivo.

Insomma, il piano B in realtà è un piano D, che sta per disastro, e perciò rimane solo il piano A e dunque votare con l’odiato Salvini e il poco adorato Berlusconi. Il che equivale a dare vita a una maggioranza nuova, con il baricentro a destra, che per gli ambienti da cui proviene Letta è il peggio che possa accadere. Il segretario del Pd ha quindi due possibilità che rischiano di finire entrambe con un suicidio: deve scegliere se sia meglio immolarsi in compagnia di Giuseppe Conte o se sia preferibile impiccarsi con la corda della Lega. In tutti e due i casi, comunque sempre di una brutta fine si tratta, visto che aveva l’ambizione di rilanciare la sinistra e ora si rende conto che ha buone probabilità di affossarla.

Tuttavia, per non deprimere oltremodo Sottiletta, dobbiamo anche osservare che è molto difficile che il nuovo capo politico del Movimento 5 stelle porti fino in fondo la sua sfida sulla Giustizia. Nonostante in pubblico si lasci andare a progetti bellicosi, in modo da accontentare l’elettorato grillino più deluso, in privato dovrà fare i conti con la maggioranza dei parlamentari, che di andare a casa non hanno alcuna intenzione.

È vero che a fine mese scatta il semestre bianco, ovvero il periodo che precede la nomina del nuovo capo dello Stato in cui non è possibile sciogliere il Parlamento, ma fare lo sgambetto a Draghi sulla riforma della Giustizia può rivelarsi pericoloso, perché le crisi si sa dove cominciano e non si sa dove finiscono. Come ha potuto sperimentare lo stesso Conte sulla sua pelle: per pochi voti ci ha rimesso la poltrona. E dire che Rocco Casalino e la sua banda erano convinti di poter asfaltare Renzi ma, come si è visto, sono finiti asfaltati.

La domanda da porsi dunque è una sola: la premiata ditta Conte & Casalino avrà imparato la lezione? Lo sapremo presto.

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