Non regge la favoletta di «Max» sul made in Italy

La storia di un ex presidente del Consiglio ed ex ministro degli Esteri che tratta una partita di aerei e navi da guerra da vendere alla Colombia? «È un’operazione per danneggiare le imprese italiane». L’uso di strani intermediari, alcuni con precedenti penali, per un’attività di promozione che riguarda aziende pubbliche di armamenti? «Beh, è assolutamente normale che in operazioni di questo genere si diano incarichi professionali di assistenza legale e di promozione commerciale». Quindi nessuna violazione della legge che regola la compravendita delle armi? «Ma è una cazzata che non sta né in cielo né in terra. È un fatto promozionale, non una trattativa». Così, con la consueta verve in stile Marchese del Grillo, ha risposto Massimo D’Alema alle Iene, che lo inseguivano dopo lo scoop della Verità sulla tentata vendita di caccia e corvette alla Colombia.

Trattativa che, a differenza di un’attività promozionale, prevedeva una commissione per gli intermediari di ben 80 milioni di euro, da pagare ad affare concluso. Anche questa per l’ex segretario del Partito democratico della sinistra sarebbe però un’invenzione, anzi una manipolazione, nonostante La Verità abbia ascoltato un audio in cui si sente chiaramente la voce di D’Alema scandire la cifra da spartirsi: 80 milioni. «Il problema è che tutta questa campagna muove da materiale inquinato, perché se uno intercetta illegalmente non è un’intercettazione della magistratura. Questa roba», ha aggiunto D’Alema agli inviati del programma in onda su Italia1, «è stata comunque lavorata con tagli e cuci; quindi, è un’informazione a mio giudizio falsa». Ora, si dà il caso che La Verità non sia una rivista di cucito ma un quotidiano d’inchiesta e quella che riguarda l’ex presidente del Consiglio è un’indagine condotta con accuratezza, senza far uso di intercettazioni abusive ma di una conversazione registrata da una persona che interloquiva con lo stesso D’Alema. Sì, è uno degli intermediari a registrare e sentendo la conversazione, che poi è stata diffusa da alcuni programmi televisivi (gli unici che hanno preferito tapparsi la bocca sono stati i giornaloni, riaprendola solo per dare voce alla versione dello stesso ex ministro degli Esteri), non si colgono interruzioni, né operazioni di taglia e cuci. È D’Alema che parla ed è lui stesso a scandire la cifra destinata al gruppetto di mediatori, suggerendo anche lo studio americano cui appoggiarsi perché l’affare fili via liscio, senza cioè suscitare l’attenzione di qualcuno. Del resto, l’ex premier non nega di essere lui a parlare, né smentisce che i suoi interlocutori avessero un passato non proprio trasparente. Si limita semmai a dire che il suo intervento era a favore delle imprese italiane. L’unico suo scopo era favorire le esportazioni del gruppo Leonardo e di Fincantieri. In pratica, un benefattore.

Tuttavia, non ci sono solo le parole di D’Alema in versione di «promotore del made in Italy», ci sono anche quelle dell’ambasciatore italiano in Colombia, il quale conferma di aver ricevuto una telefonata dell’ex ministro degli Esteri, con cui gli si chiedeva di ricevere tale Giancarlo Mazzotta, il quale si spacciò per rappresentante delle due aziende pubbliche italiane, ma che poi si scoprirà essere un plurimputato. Come andò l’incontro fra il nostro rappresentante di governo a Bogotà e lo strano personaggio accreditato da D’Alema? A sentire l’ambasciatore malissimo, perché Mazzotta fu molto vago, senza dire nulla di specifico se non che era un rappresentante che si «occupava di promuovere gli interessi delle aziende italiane all’estero». Perché un ex ministro degli Esteri debba usare un canale ufficiale, cioè l’ambasciatore italiano in Colombia, per facilitare un affare da 4 miliardi che prevede 80 milioni di commissione è difficile da spiegare con la «promozione» del made in Italy. Soprattutto è complicato capire perché spedire a Bogotà un tizio che non ha alcun ruolo in Leonardo e Fincantieri, aziende che pure in Colombia hanno loro rappresentanti. Non era una trattativa? Ma allora perché Mazzotta è stato accreditato da D’Alema? Perché lo ha mandato dall’ambasciatore? Perché ricorrere a strani e non sempre raccomandabili intermediari. La sensazione è che a danneggiare gli affari delle imprese italiane non siano le rivelazioni di un giornale, ma le poco trasparenti operazioni di alcuni affaristi. Qui se c’è qualcuno che usa fonti inquinate non è di certo La Verità, ma piuttosto un ex premier che dalla politica è passato direttamente al BU-SI-NESS (lo scandisce lui a chiare lettere) senza soluzione di continuità.

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