Che Israele abbia diritto a difendersi l’ho scritto e lo ripeto, anche se so che non tutti i lettori sono d’accordo. Un Paese che abbia visto intere famiglie assassinate da una banda di terroristi e con centinaia di persone rapite non può far finta di niente e sedersi ad un tavolo per discutere di pace. La tregua ci può essere, anzi è auspicabile, ma dopo aver preso i tagliagole che si sono resi responsabili della strage e aver impedito che compiano altri eccidi. Tuttavia, non mi sfugge che se da un lato Israele ha tutti i motivi per dare la caccia ai killer del 7 ottobre, dall’altro la reazione di Gerusalemme rischia di far sparire le vittime dei villaggi intorno alla Striscia di Gaza per lasciare spazio ad altre vittime, ossia quelle dei civili palestinesi. Il pericolo mi è stato chiaro fin dall’inizio, prima ancora che sui campi profughi piovessero i missili dell’esercito israeliano. Morto scaccia morto, così come un nuovo massacro fa dimenticare quello «vecchio». I bambini sono tutti uguali, a prescindere da dove sono nati e dalla religione cui appartengono. Dunque, vedere le immagini di quelli bruciati da terroristi di Hamas non fa meno o più effetto delle fotografie che ritraggono i corpi dei bambini rimasti uccisi sotto le bombe. Ed è su questo aspetto che cinicamente giocano i terroristi: come ha spiegato il loro capo dall’esilio dorato di Doha, serve il sangue dei bambini e delle donne palestinesi, per esibirlo al mondo e convincerlo a sposare la causa palestinese. I morti di Gaza sono usati dunque dallo stesso movimento di resistenza islamico, per oscurare i morti dei villaggi.
Lo ribadisco: lo Stato di Israele ha diritto a difendersi, ma deve stare attento alla reazione dell’opinione pubblica, che spesso ha la memoria corta, anzi cortissima, e non di rado è affetta da strabismo. È passato quasi un mese dalla strage dei kibbutz e del deserto del Negev e di quelle vittime non si parla più nei notiziari dei tg, perché la prima serata è riservata alla cronaca di giornata, cioè ai missili sui campi profughi e sugli ospedali. E poi, diciamoci la verità, il governo di Gerusalemme non gode di molta simpatia. Non soltanto nei Paesi arabi e là dove non regnano governi democratici, ma anche in Occidente e in Europa. Il fatto più sorprendente emerso dopo la strage del 7 ottobre è l’antisemitismo che ha contagiato larghi strati di una popolazione che si autodefinisce civile. E non sto parlando della posizione antisraeliana degli immigrati di origine africana o mediorientale. No, a tifare per la resistenza palestinese, ma soprattutto per Hamas che è considerato un movimento nato come conseguenza all’occupazione dell’esercito di Gerusalemme, sono europei cresciuti nella cultura del diritto e del rispetto, che parlano di libertà e democrazia. Anzi, se ne fanno interpreti, sventolando bandiere palestinesi. Come ai tempi dell’infatuazione occidentale per l’ayatollah Khomeini e la sua rivoluzione iraniana, oggi si tifa Hamas e si sostiene il movimento di resistenza palestinese, dimenticando però che l’obiettivo dei tagliagole, responsabili dell’assalto ai villaggi e del lancio dei razzi che da Gaza colpiscono le città vicine, non è soltanto la distruzione dello Stato di Israele, come non si stancano di ripetere, ma anche l’instaurazione di un regime islamico molto simile a quello di Teheran.
Certo, Israele non può farci niente. Anche se una buona parte dell’opinione pubblica giustifica le azioni della resistenza palestinese perché non ama gli ebrei, o quantomeno li ritiene responsabili di quanto è successo, il governo di Gerusalemme non può stare con le mani in mano, aspettando che Hamas liberi i rapiti o faccia un’altra strage. Ovvio che no. Tuttavia, qualche cosa Israele la potrebbe fare e non è rinunciare a dare la caccia agli assassini, ma togliere di mezzo Bibi Netanyahu, che a torto o a ragione ormai è ritenuto il politico che ha portato il Paese sull’orlo di una nuova guerra. Metà paese non lo ama e da mesi scende in piazza contro di lui. Ma a prescindere da questo e dal fatto che oltre ad avere contro i militanti di sinistra sia riuscito a scontentare anche una parte di quelli di destra, il premier israeliano governa da troppo tempo e ha commesso troppi errori per essere considerato l’uomo che può portare Israele fuori dal vicolo cieco in cui si dibatte. So che in un momento drammatico è richiesta l’unità nazionale e si mettono da parte le divisioni, rinviando i processi a quando le cose si saranno calmate. Il commander in chief non si sostituisce mentre è in corso un attacco. Però, oltre ad aver sottovalutato i segnali che davano per imminente un’offensiva di Hamas e aver ignorato i notevoli flussi finanziari a favore del movimento terrorista, Netanyahu è riuscito nell’incredibile operazione di unire i suoi nemici. Non parlo solo dei Paesi arabi, ma penso proprio a quell’opinione pubblica che oggi si schiera con i palestinesi contro Israele, facendo ingrossare le fila dell’antisemitismo. Non tutti ce l’hanno con gli ebrei, ma tutti ce l’hanno con lui. Netanyahu non ha certo la colpa di quel che è successo, ma se oggi tiene alla causa di Israele più che alla propria farebbe bene a lasciare. Non sarebbe una sconfitta, sarebbe un atto di coraggio, che certamente unificherebbe gli israeliani, ma forse contribuirebbe a contenere un sentimento di antisemitismo che si va diffondendo anche nella civile e rispettosa Europa.
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