Chi non difende un proprio scoop fa insospettire

Da giorni Giacomo Amadori insegue il direttore dell’Espresso. La sua non è una passione per il capo di una testata in qualche modo concorrente, ma solo interesse professionale. A Marco Damilano vorrebbe porre alcune domande semplici semplici, in merito all’inchiesta del settimanale sul famoso incontro a sei nella hall dell’hotel Metropol di Mosca.

A febbraio di quest’anno, il giornale del gruppo De Benedetti ha pubblicato in esclusiva la notizia di una riunione tra Luca Savoini, uomo vicino a Matteo Salvini, e altri cinque signori, tra i quali due italiani e tre russi. In quella sede, secondo L’Espresso, sarebbero state gettate le basi di una compravendita di 3 milioni di tonnellate di prodotti petroliferi, operazione che avrebbe avuto come contropartita una tangente da 65 milioni per la Lega. Come è noto, di questi soldi e del gasolio finora non si è trovata traccia, ma in compenso è comparsa una registrazione, che prima è stata consegnata alla magistratura e poi è finita online su un sito americano.

Ecco, finora l’unica cosa certa di questo pasticcio è proprio la registrazione che, come Giacomo Amadori ha rivelato, non solo è stata offerta anche a un programma di Rai 3, Report, ma era sin dai giorni della pubblicazione dell’articolo dell’Espresso nelle mani dei giornalisti del direttore Marco Damilano. La domanda che il nostro vicedirettore vuole porre al collega del settimanale a questo punto è ovvia: ma se avevate tra le mani l’audio, ovvero la prova-regina dell’incontro a Mosca, perché non lo avete messo online e vi siete fatto «fregare» lo scoop da un sito americano? A qualcuno la questione potrà sembrare secondaria, roba che importa solo a chi fa il nostro mestiere, ma in realtà è tutt’altro che poco interessante. La registrazione è infatti la chiave di tutto, perché scoprendo chi l’ha fatta e chi l’ha diffusa, c’è la possibilità di risolvere il giallo di un intrigo internazionale che sempre più sembra essere stato congegnato ad arte per incastrare una persona vicina al ministro dell’Interno.

Se Amadori insiste con Damilano, dunque, non è per svelare le fonti del collega, ma per chiarire i dettagli di questa storia e soprattutto per comprendere come mai, fin dall’inizio, i giornalisti dell’Espresso abbiano scelto di non raccontare di essere venuti in possesso di un audio, sostenendo di aver ascoltato a distanza una conversazione a sei che si è svolta in tre lingue. Da subito il resoconto era apparso inverosimile, perché attribuire le parole corrette pronunciate dai partecipanti a un incontro pur non essendo seduti a quel tavolo era un lavoro non facile. In realtà, L’Espresso scrisse della trattativa perché era in possesso della registrazione, anche se non ne fece cenno. E a questo punto scatta una seconda domanda: da quanto tempo l’avevano? Da ottobre, cioè quando si svolse l’incontro moscovita, oppure venne loro consegnata successivamente, cioè poco prima che i giornalisti dell’Espresso ne scrivessero? In questo ultimo caso sarebbe spontaneo anche un secondo quesito: ma se hanno avuto il file con le voci dei partecipanti all’incontro mesi dopo, siamo sicuri che i colleghi di Damilano fossero davvero presenti a Mosca durante la riunione? E se c’erano perché non sono riusciti a scattare altre foto o a fare un video? Insomma, pur senza voler scoprire le carte dell’Espresso, è importante ricostruire la vicenda per come si è svolta e al momento abbiamo la sensazione che il settimanale debenedettiano non abbia raccontato per filo e per segno ciò di cui è venuto a conoscenza.

Dunque, nonostante il caso ormai abbia conquistato addirittura le pagine del New York Times, nel numero dell’Espresso in edicola Damilano ha scelto di non scrivere del Russiagate e di ignorare sia le polemiche che le domande. Scelta curiosa per un giornale che dovrebbe essere orgoglioso dello scoop. Scelta che ci spinge a insistere per avere una riposta. Speriamo che, nonostante i molti impegni, prima o poi il collega trovi il tempo per chiarire la genesi del giallo e soprattutto della registrazione. Noi restiamo in fiduciosa attesa, anche perché, se a Repubblica si inseguono le moto d’acqua, noi preferiamo inseguire l’odore dei soldi. O per lo meno l’odore di un inganno.

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